Per una Torino più nutriente

Lavoro e sviluppo
Torino è da sempre una città fondata sul lavoro, una città che tutela i lavoratori, una città orientata allo
sviluppo. Il tema della disoccupazione e del precariato, sopratutto fra i giovani, e il rischio di conflitto
per il lavoro fra generazioni sono questioni centrali: il Comune può fare molto per favorire
l’inserimento e il reinserimento di giovani e donne nel mercato del lavoro, organizzando e
offrendo maggiori e migliori servizi.
Sul versante delle tutele, l’Autorità amministrativa comunale può contribuire in maniera efficace a
garantire un miglioramento delle condizioni di sicurezza sui luoghi di lavoro, sostenendo la qualità e
premiando le situazioni virtuose, sia nei settori in cui non interviene direttamente, sia e soprattutto in
quelli di cui è motore stesso in qualità di committente pubblico.
L’amministrazione comunale deve darsi l’obiettivo di non lasciare solo chi perde il lavoro, fornendo
risposte concrete ai cittadini e alle famiglie nei momenti di crisi e di difficoltà.
Il Comune deve essere autorevole nei confronti delle aziende, in particolare le grandi aziende come la
Fiat, che hanno goduto negli anni di condizioni privilegiate sul nostro territorio. In alternativa, così
come contro i lavoratori si minaccia la competizione globale, è giusto proporre Torino, il suo distretto
dell’auto, le sue avanzate strutture di ricerca, la sua manodopera qualicata, gli uomini e le
donne che ne sono il primo patrimonio, come distretto dell’auto globale ad altri marchi. Per far
questo è necessaria indipendenza ed autorevolezza con i manager e solidarietà con i lavoratori.
La città deve tutelare le diverse forme di impresa, partendo da quella piccola e diffusa sul territorio, per
creare sinergie positive tra le esperienze di consumo e produzione. Incentivare il commercio al
dettaglio, facilitare il contatto tra la piccola impresa e i gruppi di acquisto solidale, incentivare l’impresa
giovane, femminile, cooperativa: far emergere, da un lato, le porzioni di economia informale e, dall’altro,
farle incontrare con la rete della piccola impresa, generando quindi benessere e ricchezza diffusa.

3 commenti
  1. Renato Forte
    Renato Forte dice:

    SINDACATO E DEMOCRAZIA

    alcune riflessioni sulla vicenda di Mirafiori a pochi giorni dal referendum

    Qualche cenno storico
    Il ministro Sacconi, forse il peggior ministro del lavoro dell’era repubblicana (e, credetemi, ce ne vuole!) dichiara a Repubblica che “la vera novità di questi accordi è che finisce il tempo del rigido controllo sociale della produzione” e ancora che “i cambiamenti nell’organizzazione del lavoro e della produzione sono imposti dal mercato”. Siamo tornati alla mano invisibile riverniciata di modernità globalizzata – gratta il moderno e rivela il cavernicolo.
    La questione del controllo sociale viene da lontano, dagli albori del socialismo, e ha una prima sistematizzazione nel 1958, quando Lucio Libertini e Raniero Panzieri pubblicano le “Sette tesi sulla questione del controllo operaio”, suscitando, soprattutto all’interno della sinistra, un dibattito molto acceso.
    Va detto che le “sette tesi” hanno un obiettivo molto più politico che sindacale: figliano dalla elaborazione di Morandi sulla democrazia diretta e sulla crescita di un antagonismo operaio nei luoghi produzione che si poneva anche dialetticamente nei confronti del partito.
    In poche parole, attraverso questa via si parlava di una transizione al socialismo che metteva al centro la questione del lavoro, dei lavoratori e dei fattori di produzione e si attribuiva a tale questione un valore imprescindibile anche in un futuro socialista. Si parlava di qualità democratica della politica volta alla conquista del potere e dunque di qualità democratica della futura società socialista. La condanna dello stalinismo non poteva essere più evidente.
    Ma queste sono questioni, appunto, politiche – affascinanti quanto si vuole, ma sappiamo bene come sia andata a finire.
    Sul versante sindacale vi è invece, nelle tesi, un’intuizione fondamentale che informerà nei decenni a seguire la teoria e la prassi del movimento in Italia. Questa intuizione è che laddove si producono i confronti ravvicinati tra capitale e lavoro, là devono essere contrattati e contrastati – quindi sul luogo di lavoro, in fabbrica innanzitutto. La fabbrica non è una cattedrale – dice Libertini – ma un universo in movimento dove si modificano di continuo tecnologia, struttura, processi produttivi, composizione e collocazione di forza lavoro. O ci si mette in condizione di contrattare e controllare questo processo o si è destinati a subirlo, con la conseguenza di una marginalizzazione oggettiva della funzione del sindacato.
    Le forme del controllo sociale non possono essere determinate da un comitato di specialisti, ma sorgono dall’esperienza concreta dei lavoratori. Chi possiede una minima conoscenza dei fatti sindacali non può non vedere, in nuce, la prefigurazione del sindacato dei consigli, per sua natura unitario.
    Non stiamo dunque rievocando una storia, una battaglia di idee, ma una prassi concreta che ha informato la stagione più ricca del sindacato italiano e gli ha consentito di contrattare organizzazione del lavoro, orari, tempi, ritmi e, in ultima analisi, anche occupazione.
    Queste conquiste si sono trasformate in migliori condizioni di lavoro, di salute, di vita e di libertà.
    Laddove libertà ha il significato precipuo che attribuiva a questa parola, pronunciata molto spesso a vanvera, Bruno Trentin: libertà della persona nel rapporto di lavoro.
    E’ il grande capitolo dei diritti, che proprio in quanto diritti non possono essere subordinati a nulla.

    Pomigliano e Mirafiori
    Si è detto che un sindacato ha il dovere di siglare accordi – è nella sua natura – e, qualche volta, anche di siglare cattivi accordi.
    Nulla di meno vero. Il sindacato ha l’obbligo di contrattare, cioè di sedersi al tavolo, ascoltare la controparte e rappresentare la sua visione. La decisione di firmare è inerente alla bontà dell’accordo e deontologia vorrebbe che prima di accettare clausole negative si facesse una sospensione e si tornasse alle assemblee dei lavoratori, unici depositari del diritto di assentire o dissentire.
    Si possono fare contratti buoni o meno buoni, è sempre capitato. Il problema vero è la consapevolezza di aver fatto un passo indietro perché la situazione oggettiva non consentiva altro, pronti però a ripartire con una gestione articolata che limiti i danni e prepari un capovolgimento di fronte.
    Con Pomigliano e Mirafiori siamo alla resa senza condizioni, alla consegna delle armi.
    Non solo gli accordi sono pessimi, ma a gestirli sarà Marchionne. Il sindacato non ha solo perso l’incontro, ma è sceso dal ring, sta in platea e conta i punti, finché glielo lasceranno fare.
    Si è detto che non si poteva fare altro di fronte all’aut-aut della Fiat: o così o me ne vado. Non ne siamo convinti.
    Si poteva, per esempio, far diventare la questione Fiat una questione politica nazionale, aprendo un grande dibattito sui rapporti sociali in questo paese, obbligando un governo colpevolmente distratto ad occuparsi di politica industriale ed una opposizione in perenne stato confusionale a prendere una (ribadiamo UNA, non dieci) posizione seria, a dire chiaramente da che parte sta.
    Si poteva non accettare da Marchionne la politica del carciofo – oggi Pomigliano, domani Mirafiori, dopodomani chissà – ma pretendere di discutere tutto il fantomatico piano “Fabbrica Italia” e le sue ricadute stabilimento per stabilimento. E non solo – come si suol dire – per “stanarlo”, ma anche per capirne la vera consistenza. E’ sicuro Marchionne, per esempio, di vendere i 280.000 suv che vuole produrre a Mirafiori?
    Si poteva entrare nel merito della discussione sulla produttività, non solo dal lato di turni, pause, malattia, ma anche da quello dell’organizzazione produttiva e commerciale dell’azienda.
    Innovazione di processo e di prodotto valgono assai più di dieci minuti di pausa: come sta la Fiat da questo punto di vista? Male assai, ci pare.
    Si poteva soprattutto non finire nel cul de sac di un referendum dove devi scegliere tra una fucilata ed un calcio in bocca.
    Si poteva magari, da parte del comune di Torino, vincolare i terreni di Mirafiori ad attività produttive.
    Potremmo continuare con i “si poteva”, ma ci basta aver insufflato il dubbio che “si poteva”.
    Non si fosse mercantilizzato tutto, non fosse tutto stato posposto al miraggio dei miliardi di futuri (quanti? quanto futuri?) investimenti.
    Invece è finita così, con un ministro ex socialista che applaude e, quello che ci fa più male, gli esponenti del PD che balbettano frasi incoerenti.
    Non si possono fare paragoni con il passato, con la gestione Valletta, ma l’aria che si respira non è molto dissimile e, forse, non sarebbe male rileggersi libri come “Anni duri alla Fiat” di Pugno e Garavini (con il bellissimo “Diario dell’operaio Giuseppe Dozzo) o il libro di Frasca e Sapelli “Qui Fiom”, che riportano i testi letti dai membri della commissione interna ai loro compagni in pausa mensa utilizzando la radio interna.
    Chi scrive ha lavorato con Emilio Pugno e Aventino Pace da cui ha imparato molto. Non so, onestamente, come si sarebbero espressi rispetto al referendum di Marchionne. Il loro arruolamento d’ufficio nel fronte del sì da parte di Fassino mi provoca amarezza e fastidio. Se si è sicuri della bontà delle proprie idee non si ricorre alla stampella di chi non ti può smentire.

    Democrazia
    Ma negli accordi di Pomigliano e Mirafiori c’è di più.
    Qualche dirigente Fiom ha parlato di messa in mora della democrazia sindacale. Magari.
    Quella che subisce un nuovo, duro colpo è la democrazia senza aggettivi.
    Perché la democrazia non è divisibile, frazionabile, percentualizzabile: o è o non è.
    E oggi, diciamocelo, se la passa male.
    Non stiamo parlando di un attacco diretto, di una dichiarata messa in discussione della democrazia, di un pericolo di fascismo. Stiamo parlando di qualcosa di più subdolo, anche se ugualmente pericoloso, di “irrilevanza della democrazia”, secondo la felice definizione di Slavoj Zizek: “Il punto è fare in modo che la gente accetti che i meccanismi della democrazia non siano importanti,che esprimano un rituale vuoto”.
    E Peter Sloterdijk sostiene che la scissione tra democrazia e capitalismo globalizzato si stia lentamente, ma progressivamente estendendo.
    E ancora Zizek, in una lunga intervista di Guoli su Alfabeta 2: “Credo che i meccanismi democratici non siano più sufficienti ad affrontare il tipo di conflitti che si prospettano all’orizzonte (sull’ecologia, le grandi migrazioni, le rivolte locali, ma anche altri, relativi al funzionamento intrinseco del capitalismo – dalla proprietà intellettuale alla crisi finanziaria). Sembra che si richieda un “governo di esperti” molto decisionista, che si esprima su quel che occorre fare e lo metta in atto senza tanti salamelecchi. Ma con tanti saluti alla democrazia, aggiungiamo noi.
    Ecco, su questo punto si misura, forse, il vero divario tra la politique politicienne ed i problemi veri che il mondo globalizzato ci getta tra i piedi.
    Tutta la vicenda Fiat – accordi, dibattiti, posizione del governo, balbettii dell’opposizione – in questo quadro s’inscrive, su queste questioni ci interroga.
    Con un finale che, qualsiasi esso sia, inciderà sul livello “reale” della democrazia di questo paese, oltre che sulla vita di molte persone.
    L’accordo Fiat non è stato un accordo per stessa ammissione di chi lo ha firmato. Non è figlio di un’analisi, di una discussione, di un confronto. E’ figlio di un ricatto. La Fiat ha esposto le sue intenzioni e, senza ascoltare chi la pensava diversamente, ha detto “prendere o lasciare”.
    Ma la stessa cosa è avvenuta, nello stesso momento, con gli studenti.
    Anche loro sono stati trattati con fastidio – tornino a studiare, lascino a noi il compito di legiferare sul loro futuro, cosa volete che ne sappiano. Anche qui siamo all’irrilevanza della democrazia, all’inciampo.
    Senza capire che la domanda dei giovani andava ben oltre il pur fondamentale problema dello studio e dell’università. Quei giovani sui tetti, che hanno costretto l’opposizione a sfoggio di arte alpinistica, interrogavano la politica sul loro futuro, sulla democrazia, sul bene lavoro sempre più raro, sulle diseguaglianze sempre meno tollerabili
    Sbagliamo o, grosso modo, sono le stesse domande che arrivano da Mirafiori?

    Ho fatto un sogno

    Mario è operaio a Mirafiori.
    Mario è un bravo operaio,coscienzioso nel suo lavoro,non assenteista.
    Mario non è politicizzato,non è iscritto al sindacato.
    Mario non sa come votare al referendum.
    Mario vuole il suo lavoro,ma dopo otto ore le braccia sono indolenzite e la schiena fa male.
    Mario sa che da domani sarà peggio,ma non ha un altro lavoro.
    Mario ne ha parlato con sua moglie,che l’ha ascoltato con in braccio il suo figlio piccolo.
    Mario non sa come votare al referendum,ma oggi è il giorno del voto.
    Mario è triste quando entra nel seggio.
    Mario non è più triste alla fine del turno.
    Mario esce dalla fabbrica e va alla lega.
    Mario si è iscritto alla Fiom.

    Mario come ha votato?

    Non lo so,ma sinceramente non mi interessa.

    Oggi è oggi,ma domani è più importante.

    Per Mario.

    Ma non solo.

  2. pr
    pr dice:

    La questione del lavoro ‘sano’ è centrale per tutti e in tutti i luoghi di lavoro. E’ naturale che si parli molto di Fiat, siamo pur a Torino; il mio luogo di lavoro è invece l’Università. I precari della ricerca e della docenza (perchè non tutti i docenti universitari sono ‘strutturati’, moltissimi lavorano con contratti precari) hanno un grosso problema di lavoro, innanzitutto, che poi diventa anche un problema di diritti e di rappresentanza. Con i tagli governativi, abbiamo bisogno che siano altri a investire sull’Università: il Comune non solo potrebbe offrire ‘condizioni agevolate’ di accesso a serivizi, sgravi fiscali o agevolazioni sull’affitto ai precari, ma potrebbe anche impegnarsi direttamente nella sovvenzione e nel finanziamento delle attività di ricerca. Sul fronte dei diritti, i precari della ricerca e della docenza non hanno alcuna rappresentanza negli organi di governance dell’Ateneo. Non nelle commissioni dipartimentali, non in quelle di facoltà, nemmeno a livello centrale. Oggi l’Università stra vivendo un momento di trasformazione e di contrazione che la cambierà radicalmente. Il prezzo di questa mutazione sarà pagato soprattutto da noi precari (perchè non siamo tutelati a livello contrattuale), senza nemmeno avere la possibilità di dar voce alle nostre difficoltà in qualche organo decisionale.

  3. Paolo
    Paolo dice:

    il programma è molto ben scritto. Però, se non vado errato, uno degli slogna + ripetuti, da tutti ma proprio tutti è: “torino ha + risorse e meno problemi per affrontarli” COME li troviamo e quindi DOVE li troviamo i soldi per generare questo, stimabile sulla carta, circolo virtusoso? E poi mi fate un esempio, per cortesia, di come si creano le “sinergie positive tra le esperienze di consumo e produzione”?
    Grazie, complimenti e auguri
    Paolo

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