Per una Torino libera dalle influenze

Trasparenza e partecipazione
Mettiamo la finanza civica al servizio dei progetti dei cittadini e del Sindaco in maniera trasparente e
accessibile: essa è il ‘motore’ che sta dietro ai progetti della politica per una città migliore, più giusta e
più efficiente.
La trasparenza del bilancio comunale, la sua accessibilità e comprensibilità per tutti sono il fondamento
del patto sociale tra amministratori e cittadini.
Riduciamo il debito della città facendo efficienza delle risorse, tagliando i costi della politica,
liberando le municipalizzate dai meccanismi della cooptazione partitica e dai conflitti di interesse,
selezionando il personale politico e manageriale secondo criteri trasparenti di etica, merito e
competenza, rinunciando agli strumenti finanziari quali i derivati e affidandosi alla finanza etica.
Sostituiamo l’assessorato al bilancio con quello alle risorse partecipative, valorizzando il capitale
umano di Torino. Trasformiamo le partecipate in ‘partecipative’ evitando rigorosamente la
privatizzazione dei servizi pubblici a partire dall’acqua e facendo entrare nei consigli di amministrazione
i movimenti civici e le rappresentanze dei cittadini.
La città metropolitana, iscritta nella Costituzione italiana dal 2001, non ha ancora visto la luce a causa
della miopia delle amministrazioni e del prevalere di mere logiche di potere. La futura amministrazione
dovrà cominciare subito cercando il massimo coordinamento possibile con i comuni limitrofi.
Bisogna ridare al governo della città la partecipazione, la prossimità democratica, attraverso una
coraggiosa politica di decentramento amministrativo. Per questo bisogna trasformare le circoscrizioni
in veri e propri municipi, favorendo forme di autogestione, alternative alla riproduzione in
scala ridotta dei conflitti che la politica e i partiti non riescono più a risolvere a livello macro.
La partecipazione deve impedire che la crisi della rappresentanza travolga il livello comunale, storico
presidio democratico italiano, mantenendo ai cittadini il loro ruolo senza che vengano trasformati
in meri abitanti.

1 commento
  1. Renato Forte
    Renato Forte dice:

    LA BUONA POLITICA

    Al Palasharp di Milano, convocati da Libertà e Giustizia, si sono incontrati con molte migliaia di intervenuti Zagrebelsky, Saviano e Umberto Eco per manifestare lo sconcerto di chi pensa che in Italia ci può essere un modo diverso di fare politica.
    Si sono levate alte grida dai corifei di governo ed è nuovamente risuonata l’accusa contro i “cosiddetti” intellettuali, i faziosi e, quel che è peggio, i nipotini dell’ “azionismo torinese”.
    Voglio raccontare, brevissimamente, due illuminanti aneddoti.
    Nel 1974, in preparazione delle celebrazioni del trentennale della Liberazione, ebbi la fortuna di incontrare Ferruccio Parri e di lavorare con lui. Un pomeriggio di sole ottobrino, seduti sul terrazzo della sua casa romana, Parri, notoriamente avaro di parole, si mise a raccontare della sua giovinezza, dei suoi studi e del sogno della sua vita – fare il professore di liceo a Pinerolo – e di come, poi, la vita avesse deciso diversamente.
    Mi permisi di chiedergli se avesse dei rimpianti e lui, cambiando subito tono di voce, seccamente, mi rispose: “No, ho fatto quello che andava fatto. Era un dovere.”
    Ed il vecchio Vittorio Foa, sino all’ultimo, guardando alla politica italiana è andato ripetendo che non era questione di discorsi o di programmi: ciò che mancava veramente erano gli esempi.
    Dovere ed esempio potrebbero essere le parole chiave del tanto deprecato “azionismo torinese”: confrontatele con la politica “smutandata”, parolaia, arraffona, venduta e senza principi come ci appare oggi e capirete perché le due cose sono inconciliabili, totalmente inconciliabili.
    Pochi giorni dopo la riunione di Milano ci sono stati i cortei delle donne che hanno invaso le strade e le piazze del paese. Cortei e manifestazione autoconvocate, frutto del lavoro volontario delle promotrici che hanno saputo intercettare il sentimento vasto e profondo presente ed inespresso che corre nelle vene del paese e che la politica ufficiale stenta anche solo a comprendere.
    Corteo fazioso, a detta dei molti dichiaranti a gettone, delle solite facce di gomma che invadono gli schermi e sproloquiano su tutto.
    Ora, per chi conosce anche solo i rudimenti della lingua italiana, è ovvio che una manifestazione è per sua natura sempre faziosa, cioè di parte, cioè di una parte che si oppone ad un’altra – cioè, in una parola, la democrazia.
    Eppure la manifestazione delle donne non è stata faziosa, non è stata di parte, anzi è stata la volontà di una parte di caricarsi sulle spalle i problemi di tutti.
    Certo che vi erano componenti di giusta rabbia per il ruolo che sempre più questa società assegna all’altra metà del cielo, certo vi era l’indignazione e lo sfottò nei confronti del premier, certo che vi era l’insofferenza verso l’incomprensione della politica, fatta ultramaggioritariamente dagli uomini, per questi problemi: ma se ci si fosse limitati a questo sarebbe poca cosa.
    In piazza con quelle donne (ed anche i molti uomini) c’erano i problemi reali del paese: i mariti in cassa integrazione, i figli precari, gli asili carenti, la scuola in via di estinzione, gli anziani senza tutele a loro esclusivo carico, i disabili abbandonati a se stessi. La fatica di vivere giorno per giorno in una società che sempre meno risponde, sempre meno aiuta, sempre meno assiste, sempre più divide ed allontana.
    Domande, domande da fare alla politica, alla buona politica, quella del dovere e dell’esempio richiamata all’ordine da quei cortei gioiosi e consapevoli che attendono risposte.
    Qui e subito, anche a Torino, anche alle primarie del PD.
    Perché “Se non ora, quando?”

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