Per una Torino ricca di vitamine

La nostra città è anche la nostra casa, e per star bene nella propria casa si deve avere la possibilità di
vivere i suoi spazi in senso pieno. Spazi che non sono solo fisici ma anche culturali, sociali, ricreativi.
Priorità va data al rafforzamento di quella straordinaria ricchezza diffusa rappresentata dalla rete
di circoli, spazi, centri giovanili, associazioni che quotidianamente fanno cultura e aggregazione.
Bisogna ridare protagonismo ai giovani e alle loro idee, aiutarli a costruire impegno accompagnandoli
nella scoperta della memoria e dell’identità collettiva della città: la Resistenza, il lavoro, l’immigrazione.
Torino, la città del lavoro e dell’immigrazione, non ha un museo che racconti quella storia, è necessario
realizzarlo.
Una Torino che valorizzi le nuove cittadinanze, l’immigrazione come capitale umano della città, e come
riequilibratore demografico. Il Comune ha la responsabilità di rendere gli immigrati cittadini, perché
questi già rappresentano un valore aggiunto costante. I migranti sono portatori di un patrimonio di
tradizioni culturali da condividere e scoprire, e di religioni che devono poter essere professate
liberamente in luoghi idonei.
Una città e un comune laici, che permettano a tutti di amarsi liberamente, di unirsi e di realizzare
i propri desideri, accedendo a servizi riconosciuti a tutti: singoli, famiglie, coppie di
fatto e comunità umane.
Il Comune deve difendere il mondo dell’università e della ricerca, a partire dalle persone e dai lavoratori
della conoscenza, pretendendo per loro rispetto e stabilità, chiedendo rappresentanza nel mondo
dell’università anche per i precari.
Oggi è indispensabile un nuovo progetto cittadino educativo condiviso, che parta da un continuo
confronto fra gli educatori, i genitori, i responsabili pedagogici e l’università. La città deve continuare a
investire sui più piccoli, costruendo nuovi nidi e ridistribuendo meglio i posti disponibili, promuovendo
l’insegnamento di una seconda lingua fin dalla prima infanzia, garantendo momenti culturali e
aggregativi, spazi e luoghi dedicati ai più piccoli, per una città a loro misura.

3 commenti
  1. Carlo Greppi
    Carlo Greppi dice:

    Torino e la sua storia

    “Il modo in cui formuliamo o rappresentiamo il passato forma la nostra comprensione e il nostro sguardo sul presente” [Edward W. Said]

    Una città che non conosce la propria storia è una città ferma, incapace di muoversi con competenza e coraggio verso il proprio futuro. Essere cittadini di Torino deve significare anche sapersi muovere tra le righe del nostro passato, comprenderne la complessità. Capirlo.

    La nostra città è un bacino inestinguibile di “luoghi della memoria” che vanno curati, visitati, compresi. Luoghi che non sono relitti immobili, ma mattoni pulsanti di umanità, luoghi che ci ricordano le vicende di uomini e donne che hanno calpestato le nostre strade, che hanno vissuto la nostra città prima di noi, che l’hanno amata, che talvolta l’hanno difesa. Pensiamo ai torinesi braccati durante l’occupazione nazista, pensiamo alle fucilazioni del Martinetto, pensiamo alle carceri “Nuove”. Ricordiamoci il carico di insegnamenti che la vicenda della deportazione verso i Lager nazisti porta con sé, ricordiamo le vite stroncate ad Auschwitz, a Mauthausen. È il cuore di una Storia che ha visto la nostra città protagonista, è un momento del quale oggi ricordiamo i grandi gesti di generosità e le avidità, il coraggio e la viltà. L’indifferenza. È un momento che cela limpidi significati necessari ad ogni città perché trovi sé stessa, perché dia forma alla propria identità collettiva in continuo mutamento.

    Torino ha bisogno di percorsi di cittadinanza attiva, di percorsi di conoscenza che sappiano essere coinvolgenti ed evocativi, percorsi che siano lontani dagli sterili riti della memoria collettiva e che al contrario rendano i cittadini, in particolare i giovani, partecipi e attenti alla realtà che li circonda. L’amministrazione cittadina deve poter contare sul mondo dell’associazionismo, sul teatro, sulle più diverse forme di intrattenimento culturale, deve saper promuovere e indirizzare questi percorsi, sostenendo progetti che siano accessibili a tutti e che diventino il laboratorio di una nuova città, eterogenea, vitale, una città con lo sguardo consapevole sul proprio futuro. Una città i cui cittadini non siano sordi, ciechi e muti, ma i primi motori del cambiamento.

    “Per fare del passato la forza che ci spinge, nel presente, a sognare un futuro migliore” [Carlo Mastri, ex Presidente del Colle del Lys]

  2. Alfonso Papa
    Alfonso Papa dice:

    Spunti per una politica culturale.
    Nel 2004 Michele Curto, con l’Associazione di cui allora era Presidente, organizzò in Polonia una manifestazione che si chiamava “Piemonte fabbrica di cultura”. È proprio da qui che si deve partire per il rilancio di una politica culturale nella nostra città. Trovo infatti che l’accostamento del concetto di “fabbrica” a quello di “cultura” sia assolutamente lungimirante e per molti versi ancora incompreso da buona parte dei rappresentanti della nostra politica. Chi governa deve prendere atto che la cultura oltre a essere un bene di per sé, che è necessario valorizzare e salvaguardare, preoccupandosene e avendone cura come un buon padre di famiglia, rappresenta anche la concreta possibilità di nuove opportunità di lavoro in un settore non ancora profondamente esplorato, come meriterebbe. Perché se è evidente che l’impegno economico pubblico debba andare nella direzione del sostegno al basso reddito e del rilancio dei settori in difficoltà, che più stanno risentendo della crisi economica, è necessario anche prendere lucidamente atto delle trasformazioni in corso e tentare di tracciare linee di intervento innovative che creino nuovi spazi e nuove opportunità.
    La cultura, in questo senso, rappresenta assolutamente un’opportunità!
    Torino come “fabbrica di cultura” implica la necessità che ci siano sempre più addetti ai lavori, Associazioni, Società private, giovani artisti in grado di “produrre”, proprio così, produrre in ambito culturale. Torino, oggi più che mai, non può essere solo automobile, seppure l’automobile deve restare o meglio diventare di nuovo (e per questo ci si deve battere) una delle eccellenze distintive della nostra città. Perché se Torino ha avuto tanto dalla Fiat, ha in verità dato ancora di più, soprattutto in termini umani e se è stato giusto dare, a maggior ragione è oggi giusto pretendere.
    È bene dirlo però: in Piemonte, negli ultimi dieci anni, le istituzioni hanno già cominciato a lavorare per la Cultura. E la cultura ha risposto. Eccellenze come il Museo Nazionale del Cinema, i festival del cinema torinesi, la Film Commission Torino Piemonte, i fondi come FIP, Torino Film Lab, Piemonte Doc Film Fund, con l’aiuto della Regione e del Comune, hanno rivitalizzato un settore che aveva perso centralità nella nostra città, dopo appena una breve parentesi, proprio agli albori dell’avventura cinematografica dei primi del Novecento, per sparire prestissimo nel nostalgico ricordo di uno splendore che semplicemente fu.
    Oggi, possiamo nuovamente affermare che intorno al cinema, a Torino, ruota un’industria di tutto rispetto che porta in città parecchi milioni di Euro ogni anno e che intorno alle produzioni cinematografiche e televisive, ad esempio, ma non solo, ha cominciato a creare un indotto che può e deve crescere ancora. Ovvio poi che la politica culturale debba lavorare in sinergia con una politica del turismo, che sia attiva e responsabile, non semplicemente passiva. Non basta aprire un Museo e attenderne gli eventuali visitatori, anche se è sicuramente necessario diversificare e accrescere l’offerta, occorrono poi anche iniziative distintive, occorre rispondere in modo convincente alla domanda “perché Torino?”. Non basta che noi Torinesi ne siamo convinti, che noi sappiamo che ne valga la pena, perché la nostra città è chiaramente meravigliosa. È necessario mettere insieme forze che convincano tutti gli altri che è davvero così.
    Tutto ciò dimostra, se ce ne fosse bisogno, quanto fosse miope la dichiarazione di Giulio Tremonti, che “con la Cultura non si mangia”. Perché invece si mangia eccome. L’incapacità prospettica della classe dirigente attuale si condensa proprio in affermazioni di questi tipo. Si condensa nei tagli all’Istruzione e alla Cultura, unico Paese in Europa ad andare in questa direzione, evidentemente considerati ambiti di spesa, non solo qualsiasi, ma come una voce semplicemente in perdita, che non offre nulla in cambio. Come se la colpa non fosse invece proprio nella politica, responsabile dell’uso che fa delle risorse a disposizione. Ma svendere la cultura rappresenta un modo di ragionare pericolosissimo, che mina alle fondamenta la costruzione di una società davvero civile.
    Ciò però dimostra che in questa direzione si può e si deve fare ancora molto.
    Il rilancio di una politica culturale passa ovviamente e prima di tutto attraverso l’istruzione. La città deve impegnarsi in questo senso, rinunciando per esempio alle grandi opere per porre maggiore attenzione invece alle piccole realtà, gli edifici scolastici innanzitutto, che sono il sacro tempio ove si costruisce il futuro dell’intero Paese, non solo di Torino. I ragazzi devono poter formare le proprie coscienze in un ambiente innanzitutto idoneo e che offra le necessarie attrezzature al passo con i tempi e con l’offerta degli altri Paesi della Comunità Europea. Ma la scuola deve anche e soprattutto offrire spazi di crescita personale. I ragazzi hanno bisogno di essere responsabilizzati molto prima di quanto avvenga oggi. Devono poter proporre le proprie idee, decidere, credere, seguire e realizzare concretamente propri progetti didattici: che ciò possa essere rappresentato dalla realizzazione di una rivista, di un cortometraggio, di una sceneggiatura, di un testo teatrale o di una rappresentazione vera e propria, di una raccolta di racconti, di poesie, di saggi o di fotografie, dalla realizzazione di un sito web o di un business plan o di tutte queste cose, poco importa. L’importante è affiancare alla didattica tradizionale, pur sempre essenziale, delle nuove opportunità di esperienza collettiva, trasmettere il valore del confronto e della discussione costruttiva, generatrice di idee e fondamentale per la crescita intellettuale dei nostri giovani. Se necessario la città deve farsi carico di affiancare agli insegnanti anche professionisti e tecnici di settore, capaci di portare nelle scuole progetti innovativi e concreti, attraverso le iniziative di associazioni per esempio, senza disdegnare una proficua collaborazione con le realtà private operanti sul territorio, a tutto vantaggio dell’istruzione pubblica. È poi necessario prendere coscienza seriamente dei cambiamenti culturali, tecnologici e etnici della nostra società, creando integrazione e valorizzando le differenze, nella direzione della creazione di una società nuova. Il rispetto delle tradizioni culturali del nostro Paese non deve tradursi in accanimento reazionario, in una totale impermeabilità a recepire l’altro come individuo, con la propria unicità e la propria ricchezza culturale. Comprendere che l’altro può accrescerci in quanto persona è il punto di partenza per una politica del rispetto. La necessità dell’uguaglianza non deve significare l’obbligo di conformarsi, tutt’altro.
    Fino ad oggi, quotidianamente, l’attuale politica disinsegna cosa sia un reale/leale confronto, il quale è sempre generatore di una sintesi positiva. Ci mostra invece come unica possibilità di dialogo, o meglio di non-dialogo, il circolo vizioso del contrasto insanabile e della contrapposizione irriducibile, facendo del conflitto l’unica possibilità di espressione del confronto politico. A mio parere succede perché la politica non riesce a riconoscere più il proprio fine ultimo, ovvero la realizzazione di progetti che conducano al bene comune, essendo quasi esclusivamente espressione di tanti “Io”, incapace di tradursi in un altruistico “Noi”.
    Se la scuola, innanzitutto, saprà diventare l’espressione di un Noi e la cultura multicolore della società del futuro, che per ora possiamo solo immaginare e sperare, diventare il fulcro dell’aggregazione e di un dialogo vero tra le differenze, allora forse potremo sperare in una comunità più giusta e più equa. Ma per riuscirci, Noi, proprio tutti Noi, a cominciare dai cittadini della nostra stupenda città, dobbiamo impegnarci. Proprio per noi stessi. “Noi” deve diventare contemporaneamente il soggetto e l’oggetto della politica.
    Ecco perché Michele Curto!
    Perché pur essendo un politico in tutti i sensi, egli è fuori dalla politica. Perché contrariamente alla politica dei partiti, che si dimostra fuori della comunità e la guarda da lontano, dall’alto del proprio arrogante snobismo, Michele invece è uno di Noi, e opera e vive dentro la comunità e il suo lavoro in essa e per essa, comincia dal basso, con il suo documentato e documentabile impegno sociale e civile.
    In questo senso Michele è un giovane che ha già un’enorme esperienza, autentica e concreta ed è consapevole, almeno lui, a differenza della politica tradizionale che pretende di avere in tasca ogni soluzione, ma poi nulla risolve, che non può farcela da solo. Anzi non vuole farcela da solo, perché appunto vuole invece essere l’espressione di un Noi, per tutti Noi.

  3. daniela
    daniela dice:

    Buona l’attenzione ai servizi educativi, soprattutto se intesa come “un nuovo progetto cittadino educativo condiviso, che parta da un continuo confronto fra gli educatori, i genitori, i responsabili pedagogici e l’università”. Però facciamo attenzione che l’idea di “spazi e luoghi dedicati ai più piccoli”, rimane un intento generico e condiviso a parole da tutti…
    Credo che la sfida sia, come per i giovani, capire il loro sguardo sul mondo, raccogliere le loro conoscenze e interpretazioni, riconoscere loro protagonismo e diritto di parola. Se hanno adulti educatori che sanno rendere visibili i loro pensieri, i loro apprendimenti, le loro soggettività, perchè è da lì che possiamo trarre i fondamentali input per riflettere e progettare il futuro, nostro e dei più piccoli, che non sono cittadini di domani, nè da “riserva indiana” (i baby PARCHEGGI sono spazi rispettosi e in ascolto dei bambini o piuttosto funzionali ad adulti che li ritengono disturbanti e non sono in grado di ascoltarli?!!), ma sono cittadini OGGI a pieno titolo…
    Serve dunque sì, con serietà e coraggio, un progetto educativo di prospettiva, di grandi orizzonti, che tenga dentro non solo gli adulti ma soprattutto la voce dei bambini!!

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