Diario di guerra e dintorni – capitolo 6

Molte le notizie da commentare.
L’Italia riconosce gli insorti. Finalmente, dopo aver espresso “fiducia nella saggezza di Mubarak e nella lungimiranza di Gheddafi”.
Fa impressione il pressapochismo di queste destre che hanno difficoltà ad annoverare la democrazia tra le loro prerogative. Guardate agli USA ed ai piani di smantellamento del welfare o all’ Italia, con la proposta di quei cinque pisquani di abrogare la legge che vieta la ricostituzione del partito fascista.
Non siamo solamente, come scrive Lakoff, in presenza di “un’agenda dell’ignoranza” o della “prevalenza del cretino” secondo Fruttero e Lucentini, bensì in presenza di un attacco che mira a relegare la democrazia ad orpello e le istituzioni che la garantiscono una sinecura.
Per ciò di fronte alla rivolta mediorientale, tanto esitare, tanto dubitare con il segreto – mica tanto – pensiero che si stesse meglio prima.
Il premier e Maroni sono andati in Tunisia, poi Maroni ci è tornato e ne è uscito con un accordo molto misterioso. Gli accordi internazionali sono come un iceberg: la parte emersa è piccola e graziosa mentre normalmente sotto il pelo dell’acqua c’è la fregatura. Aspettiamo di saperne di più.
Intanto i profughi vengono man mano estratti da Lampedusa per liberare la villa di Berlusconi dall’assedio ed iniziare la costruzione di un campo da golf, un casinò -con rigoroso accento – uno stadio per il curling, un finto vulcano ed altre meraviglie.
In Libia le cose non vanno per nulla bene. Ieri Abdelfatah Younis, comandante delle milizie in armi ha alzato, di non poco, la voce. Ha accusato la Nato di muoversi con maldestra lentezza e di non proteggere sufficientemente i civili. Il nodo è Misurata, città martire, che da settimane resiste alle cannonate di Gheddafi. Sempre ieri navi turche della Nato hanno fermato imbarcazioni dirette a Misurata con armi destinate ai resistenti. Younis ha aggiunto che la Nato sta diventando un problema. E’ sempre brutto citarsi, ma l’avevo detto e non ci voleva una particolare intelligenza. In più gli americani hanno sospeso il lancio di tomahawk, i missili di precisione che costano un botto. Segno dei tempi.
Si potrebbe dire che prosegue lo stallo, ma sarebbe ottimistico. In effetti lo stallo rafforza le milizie regolari e consente loro di riorganizzarsi. Nel contempo vi è tutto un fiorire di trattative, ovviamente senza esito, per sbloccare la situazione dal punto di vista politico. Tutti incontrano tutti come ad un party.
Nel mentre non cessano i sommovimenti nell’area, Siria e Yemen sopra tutti.
Nello Yemen proseguono gli scontri con morti e feriti e pare ogni giorno più vicina la fine del vecchio dittatore Saleh. Ma nel paese, è bene ricordarlo, dominano tribù molto spesso in lotta fra loro e vi è una base stabile di Al Quaeda che Saleh si è ben guardato dal combattere troppo perchè rendeva dollaroni sonanti in aiuti USA. I soliti profittatori? Il capo riconosciuto di Al Qaeda in Yemen si fa chiamare Anwar Awlaki ma è un cittadino americano, nato in New Mexico, ricercato “vivo o morto” dalla CIA.
La Siria è in preda a controllate convulsioni, per ora. Ma tutti sappiamo il ruolo geopolitico che gioca quel paese nell’area e l’incendio sarebbe assai difficile da controllare. La liberazione dei prigionieri politici e la promessa dell’abolizione delle leggi eccezionali – eccezionali da 30 anni – paiono indicare la strada per un’uscita morbida. Speriamo che il giovane Assad sia più lungimirante del padre e sappia cogliere il segno dei tempi.
Intanto una voce preoccupata si è levata nel mondo, quella dello sceicco Zaki Yamani, lo storico presidente dell’Opec ai tempi della prima crisi petrolifera, l’uomo che nel ’73 inventò l’embargo e ci costrinse a piedi: “se la crisi si estendesse all’ Arabia Saudita il petrolio potrebbe schizzare a 200, forse 300 $ al barile”. Ma l’ Arabia Saudita, malgrado tutto, pare solida e con lei la monarchia wahabita, gli è stato risposto. “Perchè la Tunisia qualcuno l’aveva prevista?” ha replicato beffardo, insinuando brividi gelidi lungo la schiena degli astanti.

by Renato Forte