Trasparenza e riorganizzazione della macchina comunale

Articolo 97 della Costituzione Italiana: i pubblici uffici sono organizzati secondo disposizioni di legge, in modo che siano assicurati il buon andamento e l’imparzialità dell’amministrazione

Oggi alle 17,30 presso la Fabbrica delle E, corso Trapani 91/b, si terrà l’incontro tra Michele Curto, candidato al Consiglio Comunale, Francesco Forgione, ex presidente della Commissione parlamentare antimafia, Diego Novelli, ex sindaco di Torino e Raphael Rossi, ex consigliere AMIAT e testimone di giustizia.

Sarà un occasione per discutere ancora una volta sulla delicata questione della cosa  pubblica, rispetto ai temi della trasparenza, della legalità e quindi dell’efficienza amministrativa.

 

Nichi e Michi in radio!

spotradio from miche curto on Vimeo.

Da oggi, martedì 26 Aprile in onda su:

Radio Veronica One: 93.600

Gru Radio: 93.300

GRP: 99.300

GRP Melody: 89.700

GRP 3: 100.500

Ecco anche il video del backstage

spotbackstage from miche curto on Vimeo.

Il gioco della Costituzione

Oggi è un giorno che verrà ricordato per sempre, pensarono tutti quelli che, ascoltato alla radio: “Aldo dice: 26 x 1”, risposero all’appello.

A distanza di tutto questo tempo il mito della resistenza che consegna l’Italia nelle mani di una nuova era, democratica e giusta, resiste. Come una coppa, solitaria vicino ad altre coppette, in un palmarés impolverato, fiero ed imbarazzato allo stesso tempo.

Certo il vigore che quei giorni diedero allo spirito italico è stato conservato per le occasioni più opportune, in uno scenario che è mutato radicalmente, in un mondo che prevederebbe severe punizioni o applicherebbe etichette bizzarre ai contendenti qualora quel conflitto si ritrovasse, per incanto, a consumarsi oggi. Perché caratteristica precipua di oggi è un mandato molto preciso: non ricordate. La memoria ve la forniamo noi, bella e pronta in pochi minuti, di passaggio, tra una soap opera brasiliana ed un annuncio in Tv. Senza dubbi, senza esitazioni, la verità in tasca, strombazzata, revisionata. Senza vergogna. Perché noi, al di qua di questa fortezza di vetro, non abbiamo più bisogno di lottare. Ci basta comprare. Anche i ricordi; perché la verità è bella e ci piace solo quando ormai non ce ne facciamo nulla. Rossi o neri era tutto un gioco, racconteranno i nostri nipoti ai loro. Si giocava ad ammazzarci per il pane, per lucro e alcuni addirittura per gli ideali. Poi ne usci una Costituzione, le regole per un nuovo gioco; un gioco che non è stato poi così divertente, ma dove abbiamo dimostrato di essere bravi in almeno due cose: sprecare talento e inventare continuamente nuove regole, finché, spreco dopo spreco, morto dopo morto in uno stillicidio di energie e lucidità,  abbiamo raggiunto la perfezione. Unica regola del gioco: le regole non valgono.

Anno 2586 – Bentornati a Chernobyl

Forse non lo sapevate, ma la centrale di Chernobyl ha continuato a funzionare fino al 2000, a basso regime, per illuminare lampadine a Kiev.
Fino ad oggi, invece, il Governo Ucraino ha dichiarato che le vittime in qualche maniera legate al disastro sono circa ottomila, mentre i rapporti indipendenti delle organizzazioni ambientaliste sospettano che essi siano e siano stati molti di più, in uno scenario nel quale ancora oggi, a distanza di ventisei anni, il cancro alla tiroide – sintomo più lampante del flagello radioattivo – è la causa di mortalità più alta. Il 25 e 26 aprile 1986, il mondo annotava sulla propria agenda una località, poco ridente già di suo, che avrebbe incarnato il simbolo di una tecnologia ancora grezza e rischiosa se non monitorata con la massima scrupolosità ed attenzione. Ancora più rischiosa in un paese come l’ex Unione Sovietica, di cui l’Ucraina ha fatto parte sino al 1991, un blocco monolitico fatto di segreti e disinformazione di massa. Non a caso ai primi cinquanta vigili del fuoco che accorsero sul luogo del disastro per sedare le fiamme incontrollate divampate dopo l’esplosione del reattore, non venne detto nulla circa la reale entità della situazione nè tantomeno vennero date loro protezioni specifiche contro le radiazioni. Mentre ancora tenevano, da eroi del sacrificio socialista, la manichetta in mano già vomitavano e svenivano in preda alle devastanti ustioni. Morirono tutti nel giro di pochi giorni. A poco meno di tre chilometri invece, sorgeva Pripjat’, cinquantamila anime ignare di tutto, anche dell’energia atomica che prima le avrebbe rifornite di energia socialista e poi le avrebbe, secondo la medesima dottrina, cacciate di casa in un’ evacuazione avvenuta in tutta fretta e secondo le consuete, patetiche, misure di sicurezza sovietiche. Si calcola che sarà possibile per l’uomo tornare a vivere nella zona intorno al 2586 oppure, con il massimo dello scrupolo possibile – e legittimo – nel 49.986. Complimenti a tutti, insomma. Certo; fu colpa dell’approssimazione, della disattenzione, dell’errore umano che tradì la tecnologia del futuro. Tant è che l’investimento sul nuclerare non si è mai prosciugato ma anzi è tornato oggi prepotente nell’agenda di ogni governo, occidentale e non, alla voce: politiche energetiche. Fino al 2011. Dopo Fukushima, primo disastro nucleare in diretta TV, si è capito che, tralasciando l’impossibilità – reale e non mistificata – di smaltirne in rifiuti, la teconologia nucleare è un territorio di frontiera dove le vittime collaterali non possono adire alcun tribunale, nè impugnare alcuna sentenza. Ai Giapponesi, maestri di auto-controllo e dello sfoggio di unità nazionale, il gioco è sfuggito come il cameriere equilibrista che scivola sulla buccia di banana e molla il vassoio sugli attoniti astanti. Per calcolo opportunistico il nostro Governo ha deciso subdolamente di rinuciare al referendum di giugno per evitare di far esprimere al popolino un parere non richiesto – da almeno vent’anni e su tutto – riguardo il legittimo impedimento: l’Italia sospende infatti il programma nucleare. Lo chef consiglia minestrina per il momento, causa esaurimento scorte di uranio.  Forse è un bene, veramente comune questa volta; a noi Italiani, probabilmente, sarebbe andata a fuoco l’intera cucina.
By Fulvio Visentini
Per ulteriori dettagli sul disastro di Chernobyl – e le sue conseguenze –  e per un maggiore approfondimento sul tema nucleare:
http://www.progettohumus.it/

Diario di guerra e dintorni 11

Dunque era un inganno, un altro inganno del criminale a spese della martoriata popolazione di Misurata, la Sarajevo di questo inizio secolo, fatemelo ripetere a costo di annoiarvi.
Nei telegiornali (quasi tutti) Misurata viene dopo l’avvocato Lassini (la pancia del pdl,come dice il famiglio del premier Sallusti, anche se io avrei usato come descrizione altre parti del corpo) e dopo il matrimonio del bamboccione inglese.
Eppure le immagini, che ora hanno cominciato ad arrivare sono eloquenti, si tratta di un massacro.
Il criminale aveva dichiarato che l’esercito si ritirava da Misurata e lasciava il compito di “pacificare” alle tribù. Chi conosce un poco le cose libiche si sarà stupito, quali tribù? Tra quelle che hanno un vero peso politico e militare solo i Khaddafia, la tribù del criminale, sono schierati dalla sua parte. I Warfalla, storici alleati, paiono sull’aventino a guardare come andrà a finire. Gli Zuwayya, i Furjan ed i Sabba, per citare quelle vicine a Misurata, non hanno mai amato il regime.
Dunque? Era un imbroglio. Dato che i droni USA avevano iniziato a picchiare sui regolari, questi si sono ritirati momentaneamente, si sono spogliati delle divise ed hanno ripreso i bombardamenti come “esercito popolare” delle tribù.
Misurata resta dunque il cuore della battaglia, il ricatto del colonnello, la vergogna del mondo che assiste senza esercitare la pressione dovuta sui governi, perchè si tenti SERIAMENTE di venirne fuori prima che il conto delle vittime diventi altissimo.
Oggi però dobbiamo iniziare seriamente a parlare di Siria e Yemen.
Nello Yemen, malgrado la proclamata volontà del dittatore Saleh di andarsene, la gente non si fida e le manifestazioni, con scontri anche sanguinosi continuano. Gli USA monitorano da vicino la situazione perchè sanno benissimo che in Yemen c’è Al Quaeda che ha una presenza non piccola nelle provincie del sud del paese. In più lo Yemen è un paese molto povero,molto arretrato,con strutture inesistenti. Un paese dove la maggioranza della popolazione lavora solo al mattino ed il pomeriggio lo passa a masticare quat, la cosiddetta droga dei poveri. In cui le donne sono ancora escluse totalmente dal processo economico e la tradizione, più che la religione vera, la fa da padrone. In cui le tribù hanno un peso reale nell’amministrazione del paese. Insomma, un bel puzzle da risolvere.
Molto più complicata la questione Siria e le complicazioni sono molte.
La prima è di facile comprensione:guardate la cartina geografica ed i confini della Siria e vi renderete conto di come una destabilizzazione vada ad interessare l’area più bollente della regione.
Israele, Libano, Iraq, per non parlare della Giordania. Con quali risvolti possibili?
Eppure la Siria è un paese che ha una sua struttura ed una società organizzata,malgrado i decenni di dittatura del partito Baath e della famiglia Assad, prima il padre Hafez ed ora il figlio Bashar.
Bashar ha promesso maggiori libertà ed ha abrogato la quarantennale legge marziale instaurata da suo padre, ma non sembra dominare la situazione. Gli apparati repressivi soffiano sul fuoco, sparano, arrestano, reprimono, vogliono dimostrare che la libertà, tra molte virgolette, diventerebbe caos a vantaggio degli “estremisti islamici”, ovviamente.
L’esercito tentenna,ma anche qui come in Egitto è forte e presente a tutti i livelli nel paese.
Il tribalismo, malgrado le repressioni, conserva una importanza non trascurabile. In più la Siria ha un ferreo patto di assistenza militare con l’Iran che non permetterebbe a cuor leggero un cambio che mettesse fuorigioco la minoranza alauita a vantaggio della maggioranza sunnita (gli alauiti o alawiti sono una setta separata dagli sciti).
Gli stessi dimostranti che chiedono un cambio nel sistema politico e la fine dell’autocrazia, giovani e donne che chiedono dignità e libertà guardano con timore ad una caduta di Assad che potrebbe trascinare il paese nel caos e metterlo nelle mani degli estremisti. Sanno che la battaglia per i loro diritti sarà lunga, complicata e, temiamo,sanguinosa, ma non ci sono alternative. La primavera araba ha bisogno di tempo, pazienza e molto aiuto da parte nostra: non vedo chi sia disposto a darlo.
Domani si incontrano Berlusconi e Sarkosi per discutere di migranti e gettare del fumo sul popolo bue. Le posizioni sono distanti. Speriamo la risolvano a testate.

Resistenze

Il 25 aprile è un giorno per ricordare, ricordare chi nel nostro paese fece una scelta. Un giorno per ricordare chi sacrificò la propria vita, chi decise che non si poteva essere felici in un mondo dove altri soffrivano.
Il nostro paese deve la sua democrazia, la sua libertà, il suo benessere a tutte quelle donne e quegli uomini che decisero, che si schierarono.
Ma io credo che il 25 aprile sia anche un momento per riflettere sulle resistenze che oggi ci circondano. Per riflettere su tutte quelle donne e quegli uomini che oggi sono costretti nel mondo a dover fare scelte simili, a dover prendere posizione, a doversi sacrificare per il bene del proprio paese, dei propri figli, del proprio popolo.
Il mio pensiero allora corre a tutti quei giornalisti che nel mondo si battono e muoiono per poter raccontare la verità, in Russia come in Messico, in Cina come in Iran.
Il mio pensiero va ai ribelli di Misurata, a Mohamed Bouazid, ai manifestanti in Egitto, in Sirya, in Yemen.
Il mio pensiero va a Vittorio Arrigoni, agli abitanti di Gaza, ai Palestinesi che ogni giorno sfilano in code interminabili ai posti di attraversamento del nuovo Muro.
Il mio pensiero va ai testimoni di giustizia e a tutte le associazioni che in Italia e nel mondo lottano ogni giorno contro le mafie.
Potrei fare un’elenco lunghissimo, dentro cui ci si potrebbe perdere, sono tanti i luoghi e i paesi dove oggi ci sono persone che resistono, che si oppongono e che scelgono.
Lascio con una citazione dal Galileo di Bertold Brecht che mi sembra appropriata:
Discepolo: “Sventurata la terra che non ha più eroi!!”
Galileo: “No! Sventurata la terra che ha bisogno di Eroi!”
By Roberto Forte

giustizia e morti sul lavoro

E’ passata una settimana dalla sentenza del tribunale di Torino in merito ai fatti della ThyssenKrupp, che ha visto la condanna dell’Amministratore Delegato Espenham per omicidio colposo con dolo eventuale. E’ la prima volta, in Italia, che un caso di morte sul lavoro viene letto come omicidio volontario. E’ un precedente che può fare scuola? Probabilmente sì, a giudicare dalle reazioni delle varie unioni industriali d’Italia, reazioni che indicano quanto la pronuncia di Torino rappresenti una stretta rispetto alla responsabilità dei datori di lavoro e all’attenzione dovuta ad ogni singolo lavoratore, che solo a carissimo prezzo può cadere vittima di qualche “incidente”.

Ecco come la Fiom Cgil, parte civile al processo di Torino, ha commentato la sentenza:

“La sentenza della Corte d’appello del Tribunale di Torino, che ha condannato tutti gli imputati nel processo ai dirigenti della ThyssenKrupp, è un atto di giustizia non solo nei confronti dei sette lavoratori morti nel dicembre del 2007, ma anche nei confronti di tutti i lavoratori uccisi sul lavoro.”

“Si tratta di una sentenza spartiacque perché, per la prima volta, viene riconosciuto colpevole di omicidio volontario, con dolo eventuale, l’Amministratore delegato, e con lui tutti gli altri dirigenti, per la decisione di far ripartire la produzione in uno stabilimento ove le norme di sicurezza non erano di fatto esistenti e garantite.”

“La sentenza afferma che ci deve essere una responsabilità sociale delle imprese e che la vita, la salute e la sicurezza dei lavoratori sono un obbligo non derogabile anche a fronte di necessità e urgenze produttive.”

“Quella di Torino è una sentenza che potrà servire in tanti altri processi per omicidi sul lavoro, a cominciare dal processo nei confronti della Saras di Cagliari per la morte, due anni fa, di tre lavoratori metalmeccanici che erano impegnati nella manutenzione dell’impianto petrolchimico. Una tragedia a cui, purtroppo, si è aggiunta la morte di un altro lavoratore la scorsa settimana.”

“La Fiom auspicava questa sentenza e anche per questo ci siamo costituiti parte civile, come facciamo ogni qualvolta c’è un infortunio grave o l’omicidio di un lavoratore, perché pensiamo che solo così si possa rimettere in discussione quel modello produttivo che ha ridotto i lavoratori a merce e non più a persone con una testa e un corpo da difendere e da apprezzare.”

“Ci sembra grave e assurdo che ThyssenKrupp possa mettere in discussione la sua permanenza in Italia, quasi che gli investimenti nel nostro Paese siano possibili solo a condizione di non rispettare le norme e le leggi sulla salute e la sicurezza; norme che, peraltro, vengono rispettate in tutti i paesi europei, a partire dalla Germania.”

“La vera sfida va giocata sulla qualità dei processi e dei prodotti e sulla creazione di siti produttivi di eccellenza come quello ternano.”

nucleare all'italiana

Martedì prossimo sarà il 25° anniversario della catastrofe nucleare di Chernobyl. Dopo un quarto di secolo,  mentre quel disastro dispiega ancora i suoi effetti e mentre il mondo riaccende i riflettori sui rischi dell’atomo in seguito – o forse sarebbe meglio dire durante – ai fatti di Fukushima, in Italia il dibattito sul nucleare viene ancora una volta ridotto a mezzo per sistemare le vicende personali dei nostri governanti: è dell’altro ieri la decisione del Senato di sospendere la legge sulle centrali nucleari, privando così il referendum di giugno del più popolare dei suoi questiti, quello sul nucleare appunto.

Il futuro del nucleare in Italia viene dunque sottratto alla volontà dei cittadini, la questione viene trattata come semplice strumento per evitare che il legittimo impedimento – che è, insieme alla privatizzazione dell’acqua, uno degli altri temi del referendum di giugno – sia bloccato dal voto degli italiani.

Ma una riflessione seria, e poi dei provvedimenti legislativi seri, sul nucleare andrebbero fatti eccome. Mettendone in evidenza i rischi per l’ambiente, e soprattutto inquadrando la questione all’interno di un più ampio discorso su come l’Italia si procura l’energia, tra alleanze scomode – leggasi Russia e Libia – e mancanza endemica di investimenti in energie rinnovabili.

Michele Curto discuterà di questi temi proprio il 26 aprile, insieme a Monica Frassoni, presidente dei Verdi Europei, Massimo Bonfatti, presidente dell’associazione Mondoincammino, Gennaro Migliore, della segretaria nazionale di Sel, Vanda Bonardo, responsabile delle politiche ambientali di Sel e Fabio Dovana per Legambiente.

Siete tutti invitati a partecipare.

 

"Con il 51% di Chrysler la testa della Fiat sarà in America"

“Con il 51% di Chrysler la testa della Fiat sarà in America”, ha commentato il responsabile nazionale Auto della Fiom Giorgio Airaudo, che a caldo si è spinto ad aggiungere che “l’Italia sta per perdere il comando dell’industria nazionale dell’automobile e sarebbe importante almeno battersi per restare la succursale europea della Chrysler”.
Quella che poteva suonare come una provocazione ha trovato conferma qualche ora dopo nelle parole di John Elkann, che intervenendo al Tg5 si proponeva di rassicurare il Paese spiegando che il nonno “avrebbe approvato con un sorriso” un passo così significativo. Salvo poi ammettere che “siamo a Detroit, a Belo Horizonte, presto in Asia e abbiamo una presenza forte in Europa presidiata da Torino”. Insomma, ormai è superata la stucchevole querelle sul fatto che la città (presente nell’acronimo della Fiat dalla sua fondazione) rappresenti il cuore, la testa o un polmone del “corpo” della multinazionale: la spina dorsale è Oltreoceano.
Ne è convinta anche la leader della Cgil Susanna Camusso, che pone l’accento sulla “mancata presentazione del piano Fabbrica Italia” sacrificato sull’altare dello stillicidio di annunci riferiti al quadro statunitense, “dove sarà il futuro del gruppo”. Camusso sposta il discorso sulla ex-Bertone dove si sta arrivando al redde rationem tra la Fiom e gli altri sindacati, favorevoli all’investimento Fiat purché sia. Lo stesso sindaco Sergio Chiamparino ammette che il Lingotto “stia sbagliando, perdendo l’occasione di arrivare a relazioni industriali più partecipate”. La presidente di Confindustria Emma Marcegaglia mette le mani avanti invitando Sergio Marchionne a “mantenere la produzione in Italia, anche qualora l’esito del referendum fosse negativo”. La campagna è già partita (o meglio non si è mai conclusa) dato che il ministro Maurizio Sacconi plaude alla Fiat dei Due Mondi: “un player che rimane radicato nel nostro Paese, a meno che non ci siano forze che vogliono espellerlo, il che sarebbe assurdo”.
In realtà la Fiom vorrebbe trattenere il riottoso “player” giocando anche sul terreno giudiziario, perché non siano smantellate unilateralmente dall’impresa le regole conquistate dai lavoratori. Si terrà il 18 giugno al Tribunale di Torino la prima udienza per la causa indetta dalla Fiom contro la Fiat per la newco di Pomigliano.
I lavoratori provano a restare meno soli.
by Gianluca Gobbi

l'acqua e la democrazia

Il referendum del 13 giugno sull’acqua è fondamentale non solo per difendere un bene pubblico imprescindibile, ma anche per affermare un movimento di democrazia e partecipazione che l’Italia ha raramente conosciuto.
Nel decennale della rete altermondista ATTAC, pubblichiamo qui un articolo uscito sul primo numero della loro rivista, “Il Granello di sabbia”.

Hanno paura tutti.
Tutti hanno paura del fatto nuovo che i referendum sull’acqua rappresentano.
Per la prima volta nella storia d’Italia, i cittadini organizzati dal basso, senza né padri, né padroni e né padrini, senza
apparati sindacali e di partito che garantissero il raggiungimento dell’obiettivo, senza alcuna regia né palese, né occulta; i cittadini organizzati in comitati, i cittadini cresciuti in consapevolezza e capacità nelle vertenze sul
territorio; per la prima volta hanno dettato ed imposto all’agenda della politica i temi e i tempi della politica stessa.
Non era mai avvenuto ed hanno paura.
Se il 13 giugno il 50 per cento più uno degli elettori italiani si sarà recato a votare, disattendendo le speranze dei
nani, mangiafuoco, ballerine e saltimbanchi che affollano i media sino ad intasarli, nulla sarà come prima.
Nulla sarà come prima, perché sull’acqua i quesiti referendari non hanno
semplicemente una valenza di indicazione politica, ma disegnano concretamente uno scenario legislativo che consente
sin da subito la gestione pubblica del Servizio Idrico. Hanno una tale forza che la Corte Costituzionale, nelle
motivazioni sull’ammissibilità dei quesiti referendari, ha ritenuto addirittura ridondante e negli effetti assorbito dal
primo il terzo quesito non ammesso.
Nulla sarà come prima anche là dove la gestione del Servizio Idrico è già stata affidata – e sempre con esiti disastrosi – ai privati. E questo perché diverrà finalmente inequivocabile la possibilità di rescissione dei contratti, senza l’agitata
spada di Damocle d’una nuova gara per l’individuazione di un nuovo gestore, nella logica delle cose niente
affatto migliore del precedente.
Nulla sarà come prima, certo, perché l’acqua, (ricordando una definizione di padre Alex) madre della vita e dunque
di noi tutti, ha un valore paradigmatico. Se il ritornello degli anni ’90 dello scorso secolo, quello che inneggiava alla
“bellezza” del privato contro i danni del pubblico, è in rotta di fronte alla crudezza dei fatti e viene riproposto “tal
quale” (come il contenuto delle “ecoballe” campane) solo da qualche radicale e dal Rutelli di turno; un sì rilevante pronunciamento popolare segnerebbe inevitabilmente una svolta epocale, indicando prepotentemente un radicale
mutamento di direzione nella gestione dei beni comuni e dei servizi pubblici.
Nulla sarà come prima perché se dobbiamo registrare un allargamento sempre maggiore della forbice che separa la
democrazia formale dai fenomeni di democrazia sostanziale di cui sono titolari i cittadini, l’intera vicenda dell’acqua, a partire dalle prime vertenze locali che hanno generato il Forum dei Movimenti per l’Acqua, fino a giungere
alla scadenza referendaria, assume connotati addirittura rivoluzionari nel suo essere portatrice di una feconda
idea di democrazia effettivamente partecipata, che fa del protagonismo consapevole dei cittadini autorganizzati
uno dei tratti distintivi di un nuovo modo di fare politica, vivaddio vincente.
Hanno paura.
Facciamo in modo che ne abbiano ben donde.
Severo Lutrario

leggi qui “Il granello di sabbia” sul tema Beni Comuni.