L'Italia è una repubblica fondata

Vediamo di capirci qualcosa.
Un presidente del consiglio dice che nel Paese da lui governato vi è una “magistratura brigatista” che lo perseguita. Normalmente famigliari, amici e sodali, ascoltate quelle parole, dovrebbero porsi in contatto con il SSN e richiedere una visita psichiatrica urgente. Di certo il ragazzo non sta bene.
Invece vi è, a Milano, capitale morale, un carlinetto che stampa le farneticazioni su manifesto e le fa affiggere. Altro caso umano, direte voi. Peccato che il caso umano sia candidato al consiglio comunale nelle liste del partito del premier e della sua proconsola Moratti e si sia mostrato, senza vergogna, a fare caciara sotto il tribunale sottobraccio a tale sottosegretario di stato Mantovani che è pure il coordinatore provinciale del pdl.
Agata Cristhie direbbe che tre indizi fanno una prova , ma di certo non per Cicchitto, per Alfano o per la Santanchè. E per gli italiani? Mah,attendiamo comunicazioni.
Un ministro dello sviluppo economico,cioè del nulla, con una furbata si presenta al parlamento e dice che il magnifico programma nucleare è cancellato, pausa,”per il momento”.
Dunque viene a cadere il motivo del referendum. Depotenziando anche i due rimanenti,quello sull’acqua privatizzata (che piace, l’acqua, non il referendum, come il nucleare a Marcegaglia e soci) e quello sul legittimo impedimento (indovinate per chi?) e mettendone a rischio il quorum.
A casa mia si chiama scippo. A casa degli italiani in genere? Mah.
Probabilmente influenzato dal clima, Marchionne dichiara che il futuro di Fabbrica Italia,futuro di cui si continua a non sapere nulla, potrebbe essere condizionato dagli sviluppi delle azioni giudiziarie promosse dalla Fiom. Noi dobbiamo lavorare e non possiamo perdere tempo in tribunale. Ha ragione e mi meraviglio che il parlamento non ci abbia pensato: un bel lodo Marchionne e chi si è visto si è visto. I tribunali si occupino di migranti e rom e lascino lavorare il salvatore della Fiat e, conseguentemente, della patria italica. Le reazioni? Per ora assai flebili, al limite del contegnoso silenzio. Eccezion fatta per il Presidente degli Industriali di Torino che le ha cantate chiare: la sentenza Thyssen è sconcertante ed intimidatoria. Gli imprenditori sono umiliati e offesi. Ma come si permette il tribunale di pretendere che si faccia tutto il possibile per evitare tragedie sul lavoro? Si fa quello che si può, quando si può e come si può e più non dimandar che qui abbiamo da lavorare. Poi c’è sempre il “fattore umano”, l’imprevidenza di chi non si porta da casa assieme al baracchino anche un bell’estintore, carico possibilmente. La politica? Non pervenuta.
Di Remigio Ceroni, sino a ieri era ignota pure l’esistenza e, lo dico con rammarico ,vivevamo tranquilli. Da oggi occupa le prime pagine di tutti i quotidiani: ha proposto di modificare la Costituzione Italiana. Un altro? Direte voi. Si ma questo ha messo in discussione l’articolo 1, quello che tutti conoscono: l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. Diventerebbe per questo ignoto milite berlusconiano in aggiunta:e sulla centralità del parlamento quale titolare supremo della rappresentanza politica e della volontà popolare espressa mediante procedimento elettorale. Cazzu cazzu, direbbe Cetto Laqualunque. E sarebbe il commento che questa insulsa, tronfia ed incerta prosa merita.
Barbara Spinelli che è giornalista di vaglia e donna di dichiarata sensibilità democratica in un suo pezzo su Repubblica ci ha regalato queste parole: ”Il problema da risolvere non è già di trovare dei grandi industriali disposti a governare la cosa pubblica con la mentalità industriale. Essi non potranno fare che del male. Saranno degli straordinari improvvisatori.” Non sono parole sue, non le ha dette un leader della sinistra, figurarsi, ma Luigi Einaudi l’8 agosto del 1922, alla vigilia della marcia su Roma. Anche allora, non furono ascoltate.
So di dare un dispiacere a quelli che non vogliono si parli di regime (vero D’Alema?vero Veltroni?), ma non vorrei che il popolo che ha come emblema il cca nisciuno è fesso, si mostrasse il più fesso di tutti, o per lo meno il più credulone.
Ha scritto Osvaldo Soriano:”..la cosa dannosa del fascismo è che induce gli imbecilli a credersi molto furbi. Quanto più uno è idiota tanto più il fascismo lo fa sentire orgoglioso di sé. Ti tranquillizza non dover pensare e finisci schiavo di un principe fantoccio.”
Per favore,fermiamoci in tempo.
By Renato Forte

Metterci la faccia

Viene un momento della propria esistenza, a trent’ anni belli che suonati, in cui si decide di metterci la faccia. Non per uno spot pubblicitario, e nemmeno per essere taggati in qualche fotografia digitale. Si tratta di Politica, e in particolare delle elezioni di Torino del 15 e 16 Maggio prossimi. Ho deciso di candidarmi alle elezioni per il consiglio della circoscrizione 8, San Salvario-Borgo Po-Cavoretto, e lo faccio da indipendente nelle liste di Sinistra Ecologia e Libertà. Penso infatti, che dopo una decade spesa dentro ai movimenti, sia necessario uno scatto in avanti, un salto di qualità. Sento di farlo perchè in questo quartiere ci vivo, e ne vedo tutte le potenzialità e le problematiche. Un quartiere che ha cambiato faccia negli ultimi anni, un luogo di forte e complessa interazione tra migranti e autoctoni, dove molte associazioni hanno trovato spazio per portare avanti i loro progetti culturali, ambientali, e diretti a costruire quella integrazione tra diversi che oggi è tanto minacciata dalle politiche governative. Un quartiere-esperimento, dove la cooperazione tra istituzioni e mondo associativo ha creato le basi per una fruizione della cultura e dell’arte realmente alla portata di tutti, dove i progetti dei singoli e dei gruppi possano trovare uno spazio per essere promossi e realizzati. San Salvario soprattutto, è anche luogo di vitalità notturna, grazie ai locali e ai circoli Arci che quotidianamente offrono musica e performance di vario tipo  a costi limitati.

Tutto questo deve continuare a vivere, e ad essere migliorato. Il quartiere è una comunità dinamica, che vive tutte le contraddizioni della società moderna. Va aiutato a mantenere questo carattere multietnico e variopinto, e necessita di interventi in termini di nuova mobilità e di urbanistica, a cominciare dalla pedonalizzazione di alcune aree. E poi, perchè non iniziare la pratica della raccolta di rifiuti porta a porta, incentivando la differenziata ? Immagino questo quartiere come un luogo dove le competenze e gli interessi dei singoli convergano in un progetto di mutualismo comunitario, dove le realtà che si occupano di sociale, di educazione, di ambiente possano cooperare e integrare sempre più persone di diversa provenienza, senza arroccarsi in posizioni autoreferenziali. Ed è giunto il momento, per le istituzioni locali, di riconoscere il valore incredibile che questo tessuto associativo porta nel quartiere. E’ un sogno utopico ?

In parte lo è, ma è la forza che ci mantiene in vita e ci fa camminare. In realtà penso che sia l’unica strada che possa portarci via dalle secche dell’egoismo nazional-popolare e da questo imbarbarimento delle esistenze quotidiane. L’Italia è un paese che attraversa una grave crisi etica e culturale e dall’alto suonano la grancassa dell’egoismo e dell’arrivismo personale. Fosse per loro ne usciremmo ciascuno sulla propria strada, calpestando diritti e escludendo il diverso. Questo pensiero unico va smontato, ed è per questo motivo che voglio metterci la faccia e lavorare con tutti quelli che sono impegnati da tempo a diffondere i valori della solidarietà, dell’uguaglianza, del rispetto per il bene comune. Nessuno, in realtà, basta a sè stesso a questo mondo. Il nostro paese, la nostra città, sono un vero Bene Comune. E il nostro quartiere è il primo microcosmo di Bene Comune da salvaguardare e innovare.

Diego Acampora

L'Italia, gli immigrati e l'Unione Europea: cosa si dice in Francia?

La situazione “emergenziale” dei migranti tunisini in Italia, i conflitti italiani con la Francia e l’Unione Europea e la deriva populista comunitaria in materia di immigrazione: un articolo di Le Monde spiega – in modo un po’ più chiaro rispetto a quanto siamo abituati – cosa sta capitando tra Roma, Parigi e Bruxelles.

Che cosa è successo di così grave perché il ministro degli Interni dell’Italia, paese fondatori dell’Unione Europea e storicamente a favore dell’Europa, evochi la possibilità di lasciarla?
A partire dall’inizio dell’anno circa 23.000 immigrati clandestini sono arrivati sull’isola italiana di Lampedusa, situata a 150 km di distanza dalle coste della Tunisia e a 200 km dalla Sicilia. Per un’isola di 20 km2 che conta circa 5.000 abitanti, il flusso è considerevole. Questi migranti sono per la maggior parte tunisini che scappano dal loro paese in seguito alla fine del regime di Ben Ali. Ma anche i migranti dell’Africa subsahariana – gli stranieri presenti in Libia, Egitto, Tunisia – cominciano allo stesso modo a raccogliersi verso il porto di Zarzis, mentre il regime di Gheddafi, come rappresaglia contro i suoi ex alleati italiani, spinge gli stranieri e i connazionali presenti sul suolo libico a partire verso l’Italia.
Di fronte all’importante flusso migratorio e alle sue conseguenze umanitarie (un barcone di migranti è stato rovesciato dalle onde il 6 aprile con il risultato di 250 dispersi, 11 altre persone sono state trovate morte il 31 marzo, due donne sono morte il 13 aprile) l’Italia ha provato nel bene e nel male a fronteggiare la situazione. Alcuni centri d’accoglienza provvisori sono stati creati in più regioni per dislocare sul territorio i migranti di Lampedusa. Di fronte alla richiesta da parte dei migranti dello status di rifugiato politico, e per evitare delle rivolte dentro i centri di accoglienza, il governo Berlusconi ha deciso di emettere dei permessi di soggiorno temporanei di tre mesi, nella speranza, abbastanza malcelata, che i cittadini tunisini decidano di sfruttare il diritto di libera circolazione nello spazio Schengen per raggiungere altri paesi, in particolare la Francia.
Questa decisione si spiega fondamentalmente grazie alla presenza nel governo della Lega Nord, partito che ha fatto della lotta contro l’immigrazione clandestina il suo cavallo di battaglia, ma si spiega anche con l’impossibilità di contenere la spinta migratoria. Il governo tunisino non sembra in effetti pronto a bloccare l’azione dei trafficanti di esseri umani che operano nel porto di Zarzis. L’espatrio di un certo numero di cittadini tunisini sembra al contrario essere visto positivamente, in quanto riduce la pressione sul mercato del lavoro nazionale. Il 5 aprile è stato siglato un accordo italotunisino sul rimpatrio forzato di un certo numero di migranti, dopo ore di negoziazione e svariate minacce di rottura delle relazioni tra i paesi: ma il contenuto dell’accordo è abbastanza nebuloso da permettere alla Tunisia di guadagnare tempo. Per il momento, sono una trentina i migranti respinti ogni giorno verso Tunisi.
Al momento del Consiglio Europeo dei Ministri dell’Interno, riunito in seduta straordinaria il 12 aprile, il ministro dell’Interno italiano Maroni sperava nell’applicazione della direttiva 55 del 2001, che regola l’afflusso massivo dei migranti. Questa direttiva, votata dal Consiglio Europeo ma ancora mai applicata, trova le sue radici nel conflitto balcanico. Da quando è entrata in vigore, garantisce un regime di protezione temporanea ai rifugiati che sono fuggiti da una zona di conflitto e prevede una sorta di ripartizione dei migranti tra i differenti stati membri dell’Unione. Era stata la Germania, che gestì l’arrivo di 600.000 profughi kosovari, a fare pressioni perché l’UE si dotasse di un tale strumento legislativo per le crisi future. Durante il Consiglio Europeo del 12 aprile un fronte unito guidato dalla Germania e dalla Francia ha però rifiutato la domanda italiana, innanzitutto con la motivazione che l’Italia si sta trovando ad affrontare un flusso di migranti “economici” e non di rifugiati politici, e in secondo luogo ritenendo che un flusso che va dalle 20 alle 30.000 persone sia perfettamente gestibile per un paese di 60 milioni di abitanti.
A ben guardare, l’Italia paga inoltre le lacune della sua politica europea. Il trattato di amicizia italolibico, firmato nel 2008, aveva permesso di controllare i flussi di immigrati clandestini verso l’Italia, cosa di cui hanno beneficiato indirettamente gli altri stati membri dell’Unione. Di fronte ai conflitti nordafricani, l’Italia costituisce di nuovo la porta d’ingresso del territorio europeo per i migranti che fuggono dai loro paesi. Tra il 2008 e il 2010 l’accordo italolibico ha garantito un certo controllo sui flussi migratori illeciti; pur sapendo di essere esposta in caso di “crisi migratoria”, l’Italia non ha mai pensato di giocare la carta europea, e non ha proposto una politica comunitaria in materia di immigrazione. Il governo Berlusconi ha preferito affrontare il problema in modo populista, votando una legge come la BossiFini, che in modo demagogico mette sulla carta delle severe restrizioni all’ingresso di migranti clandestini sul suolo italiano, ma che di fatto ha pochissimo effetto sui flussi migratori e che si accompagna alla regolarizzazione massiva di clandestini già presenti sul territorio.
Silvio Berlusconi e il suo governo sembrano oggi totalmente isolati sulla scena europea, come se gli ultimi scandali che hanno travolto l’immagine del primo ministro italiano avessero definitivamente reso il suo governo infrequentabile a Bruxelles. Ma a parte le questioni di costume, è necessario constatare che il Cavaliere ha voluto ritarare la politica estera italiana su tre assi  gestione dell’immigrazione (per soddisfare la Lega Nord), messa in sicurezza dell’approvvigionamento energetico e aumento della competitività dell’economia italiana nelle esportazioni  spingendo l’Italia a privilegiare relazioni bilaterali con partner poco raccomandabili (come la Libia, la Bielorussia e altri) e riducendo il suo peso specifico all’interno dell’Unione Europea e della NATO. Dopo che Silvio Berlusconi e i ministri della Lega Nord hanno lungamente stigmatizzato l’UE, vista come freno alla politica estera italiana, non stupisce oggi che l’Italia non riceva il sostegno e la solidarietà dei paesi membri.
Tuttavia, il veto francotedesco alla richiesta italiana di solidarietà non solo non smuove la situazione ma mostra l’inadeguatezza politica dell’Europa. É infatti difficile non vedere i contesti elettorali e la posta in gioco della politica nazionale, nella decisione del ministro dell’interno francese Claude Guéant (in particolare in reazione al crescente successo di Marine Le Pen nei sondaggi), di rinforzare in modo drastico i controlli alla frontiera di Ventimiglia, o nel rifiuto del suo pariruolo tedesco, HansPeter Friedrich, di soddisfare la richiesta italiana. Queste posizioni rispondono in verità alle stesse logiche che guidano molto di sovente le azioni del governo italiano.
Alla fine, la riunione del 12 aprile avrà mostrato una volta di più dei membri di governi incapaci di guardare al di là della prossima sfida elettorale nazionale. E il possibile fallimento delle operazioni NATO in Libia e i difficili scenari che si aprono dopo le rivolte in Tunisia ed Egitto non lasciano sperare che i vari futuri candidati smettano di parlare in questi termini di immigrazione. Presa in ostaggio dalle questioni di politica nazionale, l’UE non avrà molte possibilità di dare vita ad una politica comune giusta ed equilibrata in materia d’immigrazione. E questa paralisi rischia solo di rafforzare i discorsi xenofobi e populisti.


Traduzione di Elena Bissaca

leggi l’articolo originale al link

Giovani e Lavoro, notizie dalla Banca d'Italia

Sarebbe troppo facile polemizzare con le incaute affermazioni del Ministro Tremonti sui giovani italiani lazzaroni che certi lavori non li vogliono più fare e li lasciano in eredità ai giovani immigrati. Sarebbe una polemica fuorviante, alimentata ad arte, da chi teme di trovarsi a discutere di dati reali anziché di fanfaluche.
I dati reali ce li fornisce il Bollettino Economico della Banca d’Italia e non necessitano di particolari,dotte interpretazioni. Il titolo di presentazione è di per sé indicativo:”L’occupazione non riparte”. Il seguito è pure peggiore e parla di una crisi che ha lasciato sul campo 650 mila posti di lavoro e che ha come unico dato di vitalità un aumento del 24% del lavoro interinale e del 5,4% dei contratti di collaborazione ed a tempo determinato. La BI parla esplicitamente di “processo di sostituzione”. Lavoro “buono”, solo in parte, sostituito da “lavoro cattivo”. Lavoro stabile, sostituito da lavoro precario, per lo più giovane. Non sono deduzioni mie, scrive il Bollettino:”sono rimaste estremamente contenute le assunzioni a tempo determinato e le trasformazioni dei contratti a termine in posizioni permanenti”. La balla che da precario si passi a stabile si rivela per quello che è, cioè una balla che Sacconi e compagnia ci hanno propinato. Il lavoro è essenzialmente precario, con bassi salari e nessuna tutela. Continua la flessione nell’industria -2,4% pari a 159 mila occupati. Cresce l’occupazione femminile nei servizi alla persona, soprattutto quella straniera, leggi badanti, che è legata all’invecchiamento della popolazione ed alla fatiscenza dei pubblici servizi di assistenza.
Cresce invece la disoccupazione giovanile, soprattutto nella fascia sino a 25 anni, – 4% pari a 51 mila unità.
Aumenta il tempo in cui si rimane disoccupati. Coloro che sono in cerca di un lavoro da oltre un anno sono il 7,4% in più.
Questo è il succo, per chi volesse saperne di più trova il Bollettino su internet e si può sbizzarrire.
Lo dico anche per i parlamentari che, tra un voto e l’altro sulla giustizia ingiusta, potrebbero apprendere cose interessanti sulla realtà del Paese da loro(s)governato.

http://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/econo/bollec/2011/bolleco64

By Renato Forte

Dio, etica e bavaglio: il nuovo corso ungherese

Si respira aria stantia in Ungheria, la stessa che si respirava negli anni trenta, prima che il paese precipitasse in un lungo sonno sovietico.
Il nuovo testo della nuova costituzione, omette di chiamare Repubblica lo stato Ungherese e punta invece sul solito appoggio della cristianità sopita, ma buona per ogni stagione, unito  ad una pericolosa identificazione tra nazione politica e nazione etnica. Prova ne sia il diritto al voto per le minoranze che vivono negli stati limitrofi, mossa che potrebbe comprensibilmente irritare paesi come Slovacchia, Romania, Serbia e Ucraina.
L’opposizione abbandona l’aula e accusa il premier Viktor Orban di voler “istituzionalizzare una dittatura”, la UE tace pavidamente mente Ban Ki Moon si rigira la frittata tra le mani invitando l’Ungheria a chiedere consiglio. All’Ue e all’ONU. Sovranità, questa sconosciuta.
per maggiori dettagli: http://www.repubblica.it/esteri/2011/04/19/news/ungheria_costituzione-15118085/?ref=HREC1-10

Diario di guerra e dintorni 10

Tempi duri,ragazzi. Tempi di pattugliamento di mari e di sceriffi sui confini, sacri ovviamente.
Questo il penoso spettacolo provocato da poche migliaia di migranti.
Clandestini o profughi?
Cioè gente che cerca di sopravvivere alla guerra o gente che cerca di sopravvivere alla fame?
Qualcuno sa spiegarmi la sostanziale differenza?
La Banca Mondiale, noto covo di assatanati comunisti, spiega che la speculazione sulle materie prime alimentari ha spostato nel novero degli affamati 44 milioni di persone. Ottima notizia per gli obiettivi del Millenium. Incentivi alla fuga e carburante per le destre europee,sempre più cieche, sorde e imbecilli. Incapaci di pensare ad un futuro decente. Chiuse in nazionalismi che mai come oggi si rivelano quale ultimo rifugio dei mascalzoni.
L’Italia dei maroni, in tutti i sensi, fa la furbata di elargire permessi di fuga con un occhio alle elezioni. La Francia di Sarko,finge di spaventarsi e chiude le frontiere, perchè anche lì l’anno prossimo si vota ed il presidente è malissimo combinato nei sondaggi, attaccato da quella destra xenofoba che si è allevato con cura (vi ricordate i rimpatri dei rom?).
Insomma un autentico sconforto,una storia che farebbe ridere se non si svolgesse sulla pelle di poveri disgraziati in cerca di un futuro decente.
Sul fronte di guerra le cose non vanno meglio.
Lo spiraglio di visibilità che si è aperto su Misurata ci da, ogni giorno di più, i contorni della tragedia. Trecentomila persone prigioniere di una guerra atroce. Case distrutte,cadaveri insepolti, cecchini che sparano a chiunque, ospedali al limite del collasso, popolazione, bambini soprattutto, traumatizzata ed affamata.
I non più tanto volenterosi prendono tempo e la NATO lamenta la mancanza di quelle bombe a guida laser che sono indispensabili in quelle situazioni, tipo Misurata, in cui si vuole ridurre al minimo la possibilità di danni collaterali. Pare che Francia ed Inghilterra le abbiano finite, gli americani, ovviamente , ne hanno a pacchi, ma non possono farle volare su aerei estranei (forse le bombe si offendono).
Così stiamo a guardare, mentre tra i ribelli cresce l’incomprensione, giusta incomprensione verso chi li aveva illusi di poterli sorreggere verso una vittoria contro il criminale ed ora fa i conti con la burocrazia (NATO), i cavilli ed i distinguo.
A chi addebiteremo i morti di Misurata?
By Renato Forte

Comune, escluse otto liste fuori anche "Bunga bunga"

Otto liste e due candidati sindaci esclusi dalla lista dei competitors per la Sala Rossa e per le Circoscrizioni.
Chi per vizi di forma – ma è già scattata la santa proroga – chi per apologia di fascismo, chi per manifesta volontà di intorbidire, depistare, confondere. In forse anche altre liste.
I dettagli: http://torino.repubblica.it/cronaca/2011/04/18/news/comune_escluse_otto_liste_fuori_anche_bunga_bunga-15073913/

Corsi e ricorsi?

Sono passate poche ore dalla deposizione delle liste elettorali, ma siamo di nuovo di fronte ad una bagarre di ricorsi previsti e minacciati, e ad una babele di liste civetta e di trappole per elettori disattenti.
Addirittura 4 liste sosterranno 4 Coppola diversi, Michele Coppola, l’assessore, Domenico Coppola, il consigliere della circoscrizione 3 candidato da Rabellino (ve lo ricordate?), Cosima Coppola moglie di un europarlamentare UDC che sosterrà Musy con una lista di sole donne. Per finire, forse la più tragicomica, la lista CoPoLa – Comitato Polo Latinoamerica, lista spedita dalla Colombia (??) che si candida con la lista Forza Juve, No nucleare No immigrati e Bunga bunga – più pilu per tutti.
Anche a sinistra non manca la confusione, presunte irregolarità sulla lista collegata con il pasticcio politico Verdi-Verdi vs Piemonte Europa Ecologia.
Ovviamente non manca nemmeno Michele Giovine che sebbene non si candidi è riuscito ad infilare in lista 5 candidati già protagonisti dello scandalo delle firme false delle elezioni regionali…
Il quadro sembra alquanto sconfortante, direi forse deprimente. Dopo i balletti di ricorsi al tar del dopo Cota, sembra ormai essere diventata una tattica consolidata la creazione di situazioni torbide che possano in qualche modo dare adito a critiche sulla legittimità o meno delle vittorie elettorali.

Karl Popper diceva: ” Io affermo che il nostro mondo, il mondo delle democrazie occidentali, non è certamente il migliore di tutti i mondi pensabili o logicamente possibili, ma è tuttavia il migliore di tutti i mondi politici della cui esistenza storica siamo a conoscenza.”

Forse oggi bisogna sforzarsi un po’ per credere a questa frase, ma c’è bisogno di credere, per questo dobbiamo fare tutti un passo avanti, perchè se non ora, Quando?

http://www3.lastampa.it/torino/sezioni/politica/articolo/lstp/398226/

Diario di guerra e dintorni 9

Vado fuori tema (ma solo apparentemente).
Ieri sera, più o meno all’ora di cena, una gentile signora di mezza età, vestita di nero, con poche, ma ferme e chiare parole, ha riscritto la classifica delle priorità valida per il mondo del lavoro.
Tra lo stupore di tutti ha messo in testa l’umanità, il diritto inalienabile della vita e della dignità.
Per una volta il profitto è stato retrocesso. Sono andato a dormire contento.
Sarebbe andato a dormire contento, ne sono sicuro, anche Vittorio Arrigoni, ma la follia che continua a pervadere quello sciagurato pezzo di terra non lo ha permesso.
Vittorio è stato ammazzato, brutalmente, alla periferia di Gaza pare da un commando salafita che lo accusava di corrompere i costumi di quegli sfortunati abitanti.
Vittorio era uno dei tanti volontari pacifisti che con l’interposizione dei loro corpi inermi tentano di difendere i diritti elementari dei palestinesi come coltivare un campo o pescare in mare aperto.
Non conoscevo Vittorio, ma ho conosciuto molti come lui, giovani, molto spesso ragazze, che dedicano un pezzo della loro vita a questa missione. Meritano il nostro rispetto a prescindere dalle idee politiche di ciascuno. Meritano la gratitudine dei palestinesi. Comprendo l’irritazione degli israeliani, ma li invito a farsene una ragione. La situazione di Gaza è terribile ed io la conosco bene perchè, sia pure per brevi periodi ci ho vissuto. Potrei scrivere molte cose, ma preferisco lasciar parlare Stephane Hessel, partigiano francese, nato a Berlino nel 1917 da padre ebreo, autore a 93 anni del pamphlet “Indignatevi”, rivolto in specie ai giovani: ”in un orizzonte di esasperazione, la violenza va intesa come un esito infelice di situazioni che sono inaccettabili per chi le subisce”.
Non vi è giustificazionismo in queste parole, solo lucida analisi della realtà.
Esasperazione è il contrario di speranza. Speranza era, ne sono sicuro,l a molla che ha portato Vittorio a lavorare, con i più umili, nell’inferno di Gaza. Che gli sia lieve la terra, povero figlio.
Ci arrivano le prime immagini da Misurata e sono immagini del solito orrore.
Il criminale martella la città con missili e bombe a grappolo. La popolazione è stremata e guarda con speranza al cielo ed agli aerei dei volonterosi.
I tre più volenterosi si sono riuniti, ma hanno prodotto solo proclami ed i proclami non salvano Misurata, Sarajevo del nuovo millennio.
La NATO chiede aerei, ma ottiene solo distinguo.
Il ministro degli esteri Russo, Lavrov, dice che siamo oltre i limiti dell’ONU e che bisogna operare un cessate il fuoco per trattare. Che cosa e soprattutto con chi non lo dice.
L’Italia si schernisce dicendo che trattasi di una sua ex colonia e se in un bombardamento ci fossero vittime civili il peso sarebbe troppo gravoso politicamente.
Come dire: noi abbiamo già ammazzato nonni e padri, non vorremmo ammazzare anche i figli.
Che delicatezza!

By Renato Forte

Sentenza Thyssen – Omicidio volontario

Dopo più di 3 anni arriva una sentenza storica. I vertici di Thyssenkrupp condannati per omicidio volontario.
Un passo importante per sancire e ribadire il diritto primario di tutti i lavoratori, il diritto a rientrare a casa integri tutte le sere.
In un mondo dove gli incidenti sul lavoro vengono valutati e trattati come variabili sul profitto, come semplici fattori di un’equazione che deve risultare sempre positiva , questa sentenza rappresenta una svolta.
Abbandonati a loro stessi. Inesperti e senza guida. In un ambiente insalubre, senza le protezioni adeguate, senza garanzie sullo stato dei macchinari e con l’assillo continuo della manutenzione straordinaria, sotto pressione continua per una produzione che deve continuare.
Operai spediti su un avamposto in smobilitazione, a lavorare secondo un freddo rischio calcolato. Il prezzo di tale azzardo è costato sette vite, ha lasciato una ferita che non sana, ha solcato nuovamente la differenza tra il paese reale e quello virtuale.
Oggi, quella differenza ha assunto un significato meno grossolano, storico, di buon auspicio.
I responsabili sono stati condannati: omicidio colposo con dolo eventuale per l’amministratore delegato, cooperazione in omicidio colposo per i manager. Sedici e dieci anni rispettivamente. Severo. E giusto
La sentenza di questo processo dà però maggiore impulso alla necessità di riportare la giustizia ad occuparsi dei problemi reali del Paese. E’ fondamentale quindi continuare a esigere un confronto più serrato e concreto sui temi dell’occupazione e quindi della sicurezza sul lavoro. Infatti oggi qualsiasi risarcimento o anno di carcere, se mai verranno scontati, non vale la perdita di una sola di quelle persone che quella notte, si trovavano li non per i padroni, ma per l’avvenire delle proprie famiglie e la dignità del proprio lavoro. Dignità che non fu loro concessa, perché abusata dal ricatto, silenzioso e tangibile, del prendere o lasciare.

http://www3.lastampa.it/cronache/sezioni/articolo/lstp/398125/