Diario di guerra e (forse) di pace

Non cambia sostanzialmente la situazione in Libia,malgrado altisonanti proclami Gheddafi è in forte difficoltà appare abbacchiato,ha la stessa faccia di Gasparri dopo i risultati di Milano. I suoi fidi, almeno quelli che possono, scappano a gambe levate. Purtroppo questo non ferma gli spari e le bombe cioè a dire i morti ed i feriti.
Non cambia, se non con un di più di protervia la situazione siriana e gli appelli alla ragionevolezza dell’occidente scivolano come acqua sui vetri. Assad è tetragono, o forse prigioniero del sistema creato da suo padre. Comunque anche ieri dopo la preghiera si è sparato e si sono contate le solite decine di morti sull’asfalto. Si preannunciano sanzioni ulteriori, ma con risultati assai scarsi, per non dire nulli.
Obama ha parlato di Medio Oriente, meno male, finalmente, schierando l’America a fianco di chi lotta per la democrazia, ma con alcune vistose dimenticanze.
Nell’elenco delle richieste ai dittatori di andarsene manca la famiglia regnante Saudita ed i loro sottopancia del Baharein. Che vorrà dire?
Ma le sue parole hanno creato molto malumore in Israele ed il premier Netanyahu se ne è molto risentito. Ha fatto male, non ha capito che il discorso di Obama e le sue proposte sono l’unico modo per non finire nel nodo scorsoio delle Nazioni Unite che si sta preparando il prossimo settembre all’ Assemblea Generale.
In quell’ Assemblea Abu Mazen chiederà il riconoscimento formale della Palestina ed otterrà la maggioranza dei voti probabilmente spaccando l’occidente compreso qualche grande paese europeo.
A quel punto l’ America di Obama si vedrà costretta ad opporre il veto, vanificando le aperture politiche verso il “nuovo”Medio Oriente. Un bel pasticcio.
La politica d’Israele nei confronti delle rivolte dei gelsomini è stata patetica nel suo assurdo conservatorismo. Meglio dittatori alla Mubarak o alla Assad, dei rischi di una democratizzazione che non si sa dove andrà a parare. Senza contare che Israele capitalizza,di fronte agli USA ed all’occidente in generale il fatto di essere l’unica democrazia dell’area (il che è assolutamente vero, sia pure con vistose manchevolezze, stranamente non rimarcate, quale il preponderante ruolo “politico” dell’esercito che in ogni sana democrazia riposa nelle caserme e se osa sporgere fuori il capino viene solennemente bastonato come merita). Se non fosse più solo il suo peso sarebbe, almeno da questo lato, fortemente ridimensionato.
Ora dire, come ha fatto Obama, che si deve discutere a partire dai confini del 1967 significa dire che ogni insediamento posteriore non può considerarsi acquisito. Ha anche aggiunto, essendo un realista, che si può discutere e trattare su “scambi”, ma il significato non muta di molto: sempre deve trattarsi di accordi e non di colpi di mano.
E’ una politica imposta dai mutamenti dell’area e dalla opportunità per l’America di riconquistare un qualche credito che Bush jr ha dilapidato con incosciente imbecillità.
Israele, il cui diritto alla esistenza deve essere assolutamente garantito, se ne faccia una ragione, smetta una politica di pura potenza, prenda atto dei cambiamenti e si avvii ad un negoziato serio per la creazione del famoso due popoli e due stati. Possibilmente in pace fra loro.
L’alternativa non è per lui favorevole,almeno sin che resta Obama, o l’irrilevanza emergente o nuove guerre in vista che, dopo l’ultima esperienza libanese, mettono i brividi ai suoi stessi cittadini.

PS qui sono ripresi gli sbarchi,con gran disdoro della Lega che la chiama invasione e teme ritorsioni ed attacchi politici. La risposta è molto più semplice. Ce la fornisce il sociologo Domenico De Masi con dati non smentibili :un abitante dell’Africa sub-Sahariana riceve un sussidio annuo di 8 $, una mucca da latte europea ne riceve uno da 913 $. Meditiamo.