Ma la guerra è finita?

Dunque l’esercito maliano, trascinato dai francesi, dopo Gao e Timbuctu ha liberato anche Kidal, ultima città prima delle stoppie, della sabbia, delle montagne di quel grande nord, regno incontrastato di tuareg e mori.
Missione compiuta avrebbe detto quel minus habens che ha governato gli USA prima di Obama.
Ma è proprio così? Ovviamente no. Questa prima fase della guerra è finita come tutti sapevamo sarebbe finita. Una serie di avanzate travolgenti contro un nemico che subisce attacchi dal cielo, ma rifiuta l’impegno sul campo con ritirate strategiche sino a disperdersi nel nulla dell’immenso nord.
Certo nei territori temporaneamente conquistati compiendo ruberie, uccisioni ed attacchi alle libertà individuali in nome di un islam distorto e corrotto. Certo colpendo i tesori di Timbuctu che sono patrimonio di tutta l’umanità prima che islamici o maliani. Altrettanto certo dopo aver reclutato nuovi adepti. Perché accanto alla geopolitica ed alla religione vi sono le condizioni di vita di quei poverissimi che vivono in un paese povero. Pare che ai reclutati promettessero un salario di 250 euro mensili, più del doppio del soldo dei regolari dell’esercito maliano, quattro volte quello di un poliziotto. Vi sono villaggi sulla strada tra Gao e Timbuctu che non hanno un reddito complessivo mensile di 250 euro. Lo tengano presente, per una volta, gli strateghi da strapazzo e se non lo fanno non si stupiscano: è sempre la disperata miseria il primo alleato dell’estremismo.
Il denaro è l’altra chiave di lettura dei problemi dell’area. Ci sono certo finanziamenti da parte di alcuni stati del Golfo che al movimento salafista fanno riferimento, ma vi sono soprattutto il narcotraffico, i rapimenti ed il controllo dei flussi d’immigrazione nel carnet di questi sedicenti religiosi e reali tagliagole.
A differenza del movimento di liberazione dei tuareg, che pare pronto a discutere con il governo maliano, i militanti di Ansar al Din, hanno abbandonato le città che sapevano di non poter difendere e sono rintanati nel territorio a loro favorevole e dove sarà difficilissimo snidarli.
Non per nulla i francesi paiono paghi e pensano di “africanizzare“ la guerra, cioè di relegarla al silenzio, ma non sarà facile. Occorrono uomini e mezzi, quei finanziamenti che tutti hanno promesso, ma chissà….
Lo spettro di un nuovo Afganistan è vicino, tra i monti e le gole dell’Hair, deserti di sabbie e pietre, dove c’è l’acqua, ma i posti li conoscono solo i tuareg, dove è sin troppo facile condurre una guerra di guerriglia, attaccare e sparire e poi attaccare di nuovo.
E poi provate a prendere una cartina geografica, partite dal nord del Mali, entrate in Algeria fino al mare e con il dito seguite bordeggiando : Tunisia, Libia, Egitto, Israele, Libano, Siria.
Trovate non dico certezze, ma almeno qualche motivo di speranza?
A me non pare.
Renato Forte

La vicenda Monte dei Paschi

Premessa : scrivo queste note, assolutamente non esaustive, per spirito di servizio, sapendo che la vicenda MPS durerà a lungo e s’ingarbuglierà ulteriormente. Ad ascoltare politici (molti) e commentatori televisivi (sempre molti), nonché giornalisti della carta stampata (un po’ meno per fortuna) ci si accorge che non sanno assolutamente (o fingono?) di cosa stanno parlando.
Probabilmente ad una domanda diretta: cos’è lo swap ? Risponderebbero: una bevanda gasata.
Per non incorrere nel medesimo errore offro queste semplici riflessioni.

Dagli ultimi dati pubblici (fonte Banca dei Regolamenti Internazionali) nel mondo circolano 637 trilioni di dollari di derivati a fronte di un pil globale di 67 trilioni ergo vi sono 570 trilioni di dollari che non hanno nessun sottostante valore reale, sono pura carta, o meglio impulsi elettronici che si muovono a velocità della luce. Una bisca di infimo livello, perché una percentuale elevatissima di questi titoli è pura speculazione e serve a cercare di guadagnare cifre altissime investendo pochissimo, ma se va male anche a perdere cifre altissime.
Come sono messe le banche italiane? Ce lo dice uno studio Mediobanca i derivati di Unicredit sono118 miliardi di euro, quelli di Intesa 59 e quelli MPS 18,3. Meglio di molte banche estere? Certamente sì se si pensa che Deutsche ne vanta 859 e Credit Suisse 764 che sommati ai 400 di UBS portano ad un tesoretto che vale il 254% del pil svizzero.
La somma di derivati di Unicredit e Banca Intesa rappresentano SOLO il 10,7% del pil italiano, possiamo stare allegri e pensare di crescere tranquillamente.
Ma i derivati sono anche una miniera d’oro per gli aggiustamenti di bilancio, per far apparire oro anche il piombo nell’ala delle entità finanziarie: si vende un titolo ad un compratore compiacente e lo si sostituisce con altro a scadenza allungata, molto più oneroso, s’intende, ma saranno fatti di chi dirigerà la banca in futuro. Intanto io amministratore presento bilanci brillanti, pago cedole ed incasso bonus da nababbi. Lo fanno tutti.
Al Montepaschi è andata male perché la Banca è in crisi profonda, al limite dell’insolvenza, se così non fosse non ne sapremo nulla, così come non sappiamo quello che c’è di vero nei bilanci delle altre istituzioni finanziarie.
Per questo motivo mentre la politica, strumentalmente, si agita a più non posso le banche, il ministero dell’Economia, la stessa Banca d’Italia tengono un profilo assai basso: tutti temono che fari maleducati si accendano su questioni che è bene restino riservate.
Alle volte quando si urla contro le banche, che se lo meritano, e si chiede loro di aprire il portafoglio mi viene da ridere: MPS è il terzo gruppo bancario italiano, prima avevamo assistito all’agonia di FONSAI, primaria compagnia assicurativa con perdite occultate da anni, è lecito farsi domande sui bilanci dell’intero comparto finanziario di questo paese? E se scoprissimo che quei portafogli sono pieni di carta straccia? Oltre agli estremisti della CGIL e della FIOM, oltre a quelli che non condividono politiche di risanamento aggressive, oltre a quelli che reclamano una più equa redistribuzione delle ricchezze, non sono anche queste situazioni parte del sempre citato “rischio Italia”?
Ma la crisi MPS origina da un’operazione maldestra ed opaca: l’acquisizione di Antonveneta.
Non mi pronuncio sulle questioni, pure ipotizzate, di tangenti, in questo paese sempre possibili, sulle quali indaga la magistratura, mi limito a dire che l’operazione è avvenuta in un tempo in cui la dimensione delle banche era il leit motiv della discussione politica ed economica, in cui si doveva mangiare per non essere mangiati. Con il risultato di creare reti gigantesche di sportelli inutili e costosi con un’operatività assurda, con accorpamenti raffazzonati e, spesso, non rispondenti alle esigenze reali. Oggi, tanto per dire, tutto questo sarà pagato anche dai dipendenti in esubero.
Ed inoltre Antonveneta rappresentava un problema sistemico, quindi un’operazione sia pure opaca, ma che toglieva castagne dal fuoco un po’ a tutti e non si è stati a guardarla per il sottile.
Ma non voglio di certo sottrarmi al problema politico, che esiste, ma che nell’ottica di cui sopra acquista certamente un diverso peso da quello che gli si vuol dare in campagna elettorale.
Non sto a rifare la storia degli Istituti di Credito di Diritto Pubblico e delle Casse di Risparmio,
architrave per decenni del potere democristiano, né voglio qui impancarmi in una discussione sulla riforma Amato e sulle fondazioni che pure meriterebbe una riflessione, semplicemente voglio richiamare l’attenzione sulle “anomalie” senesi.
Una grande banca, governata da una fondazione i cui vertici sono nominati dal potere politico locale, comune soprattutto, ma anche provincia e regione. Gli utili della banca sono girati, pro quota, alla fondazione che li utilizza per il territorio, soprattutto comunale.
Chi comanda chi? Chi controlla chi?
Di più, tre dei quattro ultimi sindaci di Siena sono stati dipendenti Montepaschi. Vi pare normale?
La fondazione, con gli utili della banca, come una grande mamma pronta a correre in soccorso dell’amministrazione.
E, vorrei fosse chiaro, non solo in spiccioli per attività ludiche. Si parla molto del Siena calcio, degli aiuti a tutte le contrade, della pallacanestro, ma è ingeneroso e sostanzialmente falso. I fondi sono stati utilizzati per il sociale, per attività culturali, per il mantenimento di un centro storico che non ha uguali in Italia, per il mantenimento, a livelli altissimi, di prestigiose attività, ne cito una per tutte l’Accademia Musicale Chigiana dove convergono artisti da tutto il mondo per frequentare corsi di perfezionamento.
Ma resta il dato incestuoso ente locale, fondazione, banca che avrebbe dovuto suonare campanelli d’allarme. E ancora la selezione dei dirigenti. Non conosco Mussari, dicono persona intelligente, ma professionalmente un avvocato penalista, che ci azzecca, direbbe qualcuno, con l’esercizio del credito in tempi così calamitosi e con serpenti di mare sempre in agguato?
Tutto questo non giustifica minimamente gli attacchi al PD, ma non può vedere il PD protagonista di una revisione profonda di certi metodi e di certi atteggiamenti, soprattutto di una certa libidine verso tutto quanto è mercato e finanza.
Ora che fare? Nazionalizzare, dicono i duri e puri.
Nulla in contrario, anzi. “ Nei settori molto concentrati di carattere strategico come il credito, le assicurazioni e l’energia, accanto alle imprese private dovrebbero coesistere imprese pubbliche, le quali dovrebbero perseguire obiettivi diversi da quelli privati (…) spingere in basso i prezzi dell’energia e del danaro, accrescere le spese in ricerca e innovazione e garantire credito a famiglie e aziende” Questo propongono Ruffolo e Sylos Labini nel loro pregevole libro “Il film della crisi”.
D’accordo, ma a patto che si discuta di governance di queste imprese e banche pubbliche, della lontananza dalla politica degli amministratori, delle forme di controllo effettive ed efficaci.
Altrimenti è un film già visto.
Debbo ricordare che fino all’altro ieri al ministero dell’Economia sedeva, da sottosegretario Nick o’ mericano?

Emergenza casa

L’emergenza abitativa è uno dei nodi fondamentali da affrontare con il prossimo governo. Assistiamo, ormai in tante città d’Italia, non ultima Torino, ad un progressivo deteriorarsi della situazione.
Il morso della crisi si scarica costantemente sulle fasce più deboli e lo fa in mille modi diversi. Gli investimenti per l’edilizia popolare sono in crollo costante ormai da anni, e da anni noi lo denunciamo.
Questo non provoca solo gravi disagi alle persone che vivono in stabili vecchi e fatiscenti, che devono attendere anni prima di vedersi assegnata l’abitazione di cui hanno diritto, ma di fatto segnala l’ennesimo ritirarsi della politica e del pubblico dal controllo del mercato.
L’Italia investe nell’edilizia popolare meno dell’1% del PIL contro l’oltre 3% di Svezia, Regno Unito e Paesi Bassi, il 3% di Francia, Austria e Germania. In questi paesi l’effetto benefico degli investimenti è duplice, da un lato una migliore offerta di welfare per i cittadini, dall’altro un controllo maggiore sul mercato e sulla speculazione sugli affitti. Appare chiaro anche ai non economisti che se ci sono più alloggi popolari, vivibili e ben gestiti il mercato degli affitti sarà più controllato.
Questa situazione, già di partenza pessima, si sta di giorno in giorno aggravando, l’introduzione dell’IMU così impostata, si sta scaricando quasi interamente sugli affittuari e non sui proprietari, la disoccupazione e la cassa integrazione stanno mettendo in ginocchio migliaia di famiglie che ora si trovano sotto sfratto o addirittura già senza casa. Tutto ciò viene ulteriormente aggravato dalla stretta che gli istituti di credito hanno imposto sui mutui per l’acquisto.
Oggi abbiamo bisogno di rilanciare una politica strutturale sul tema abitativo, da un lato dobbiamo dare risposte rapide ed efficaci per contrastare l’emergenza costruendo fondi speciali di sostegno all’affitto per le fasce più deboli a rischio sfratto, e al contempo mettere a disposizione subito spazi abitativi per chi ha già perso l’alloggio. A Torino, ad esempio, ci sono diverse strutture militari in disuso, già attrezzate come foresterie, che potrebbero da subito ospitare centinaia di nuclei famigliari, usiamole! Ecco la mia intervista rilasciata a Repubblica oggi.
Al contempo bisogna far partire subito un piano di investimenti sull’edilizia popolare recuperando le risorse dal mercato degli alloggi sfitti. A Torino ci sono 50 mila alloggi vuoti, introduciamo un’addizionale IMU per le case sfitte e al contempo costruiamo un sistema di sgravi progressivi per chi, invece, accetta di affittare a prezzi convenzionati per le fasce più deboli. Cerchiamo di mettere assieme le diverse difficoltà delle persone per crearne un valore aggiunto. Chi eredita una piccola casa non deve certamente essere subissato di tasse, ma deve mettere a disposizione della collettività quella risorsa. Chi invece di case ne ha decine deve essere costretto a fare la sua parte per il benessere della città.

La saetta e il parafulmine

Non ridete, per favore.
Un documento riservato del pentagono sostiene che il cacciabombardiere F 35 è vulnerabile al maltempo. Malgrado il suo nome: Lightning (saetta) ha paura dei fulmini. Può operare solo col beltempo e tenersi ad una distanza di sicurezza dai temporali di 40 miglia.
Se c’è una guerra a Torino, se c’è maltempo può profittevolmente bombardare Asti. Meglio che niente.
Australia e Norvegia hanno rinunciato all’acquisto, il Parlamento Olandese l’ha bocciato ed il Canada ne ha sospeso l’ordine fino a data da definire.
Noi ne avremmo ordinati 91. Il costo attuale, con le modifiche che già si sono rese necessarie, è fissato in 150 milioni di dollari per il modello base, può raggiungere i 200 milioni nei modelli più sofisticati (che so, volante in pelle, vernice metallizzata, cerchi in lega).
Una parte di questi F 35 dovevano essere del modello B, quelli a decollo corto, da usare sulle portaerei. Nell’attesa già abbiamo varato una nuova portaerei : la Cavour che affianca la Garibaldi (forse la Vittorio Emanuele è già in programma?).
Corre voce che la versione B sia in dubbio.
Se non la realizzano avremo 2 portaerei senza aerei? Pensate lo spazio per sdraio e ombrelloni!
L’ Italia ha già stanziato 15 miliardi di euro per dotarsi di questo gioiellino.
Ecco, adesso ridete pure, se potete.

Riparte il futuro!

La corruzione è uno dei motivi principali per cui il futuro dell’Italia è bloccato nell’incertezza. Pochi paesi dell’Unione Europea vivono il problema in maniera così acuta (ci seguono solo Grecia e Bulgaria). Si tratta di un male profondo, fra le cause della disoccupazione, della crisi economica, dei disservizi del settore pubblico, degli sprechi e delle ineguaglianze sociali.

Era il 2010 quando da presidente di FLARE organizzavo con Transparency International una grande giornata di mobilitazione per la giornata mondiale sulla corruzione, il 9 dicembre. Portammo oltre 500 persone dall’Italia e da 30 paesi diversi europei e non, al Parlamento Europeo a Bruxelles, dentro la sala dell’emiciclo abbiamo chiesto con forza ai politici di tutti i paesi di prendersi un impegno chiaro e preciso sul contrasto alla corruzione.

Oggi da candidato sottoscrivo con convinzione i punti dell’iniziativa riparte il futuro, perchè credo che la legalità non sia un semplice slogan o una bandiera da sventolare ma deve permeare ogni nostro comportamento quotidiano. Ecco i punti dell’appello:

1)Inserire nella propria campagna elettorale la promessa di continuare il rafforzamento della legge anticorruzione iniziato con la riforma del novembre 2012. Concretamente, chiediamo sia modificata la norma sullo scambio elettorale politico-mafioso (416 ter) entro i primi cento giorni di attività parlamentare, con l’aggiunta della voce “altra utilità”
2) Pubblicare il proprio Curriculum Vitae con indicati tutti gli incarichi professionali ricoperti
3) Dichiarare la propria situazione giudiziaria e quindi eventuali procedimenti penali e civili in corso e/o passati in giudicato
4) Pubblicare la propria condizione patrimoniale e reddituale
5) Dichiarare potenziali conflitti di interesse personali e mediati, ovvero riguardanti congiunti e familiari

La mia storia e il mio impegno costante nel campo del contrasto sociale alle criminalità organizzate in Europa con la rete nternazionale FLARE e il mio lavoro sulla trasparenza in consiglio comunale a Torino sono la garanzia rispetto al mio impegno su questi temi. I miei impegni dichiarati durante le primarie di SEL per il Parlamento parlano chiaro: “Non voterò mai uno scudo fiscale o una legge ad personam“, “Lavorerò per leggi sempre più efficaci su corruzione ed evasione fiscale” e “Lavorerò per un testo unico sulla legislazione antimafia“. Trovate la mia dichiarazione dei redditi sulla pagina Biografia

http://www.riparteilfuturo.it/politici/michele-curto/

L’Africa vicina

Le tragiche notizie che vengono dall’Algeria non devono distrarre l’attenzione dal problema principale che oggi si chiama Mali dove è in corso un intervento armato francese, coperto politicamente dall’ONU, con conseguenze che, ad oggi, non sono di facile identificazione.
Per capire cosa stia succedendo in Mali è necessario esaminare differenti cause che sono storiche, razziali, politiche e religiose. Il discorso sarebbe lungo, mi limito ad alcune di esse.
Se uno osserva la carta geografica noterà la sua strana forma a clessidra con un vaso più grande,a nord,ed uno più piccolo a sud della strozzatura. La stranezza è spiegabile col fatto che il colonialismo ha creato stati tracciando righe sulla carta geografica senza tener conto delle storie e delle etnie, ma solo del proprio tornaconto nelle divisioni. Non è un’osservazione banale, ma una occasione ripetuta di incomprensioni e conflitti.
Il sud è piccolo, ma abbastanza fertile, malgrado soffra di accentuato pericolo di desertificazione, il nord è vasto, ma per la maggior parte desertico.
Le due etnie principali sono i Bambara di origine Mandinka (quelli che noi chiamiamo Mandingo) che rappresentano quasi la metà della popolazione ed i Fulani che furono i primi a convertirsi all’Islam. Al nord vivono invece Tuareg e Mori, nomadi, che rappresentano il 10% della popolazione.
Il sistema sociale è di tipo castale, tradizionalmente le varie etnie si sono divisi le attività produttive i Bambara sono agricoltori, i Fulani pastori ed i Bozo pescatori.
Politicamente il Mali è passato, dopo l’indipendenza del 1960, da un regime socialista poi abbandonato senza però modificarne l’impostazione autoritaria ed il partito unico sino al 92. Nel 2002 le elezioni furono vinte da un candidato indipendente che governa appoggiato dal partito ADEMA, membro dell’internazionale socialista.
Tutto ciò ha sostanzialmente riguardato il sud del paese, perchè il nord è stato vittima di ripetuti tentativi, da parte dei Tuareg soprattutto, di proclamarne l’indipendenza.
A tutto questo va aggiunto che l’ Islam maliano si è sempre contraddistinto per la sua moderazione e la convivenza con le altre religioni non è mai stata problematica.
Le cose si complicano nelle due direzioni, quella territoriale e quella religiosa, nel 2012 quando, sconfitto Gheddafi, molti tuareg che avevano partecipato a quella guerra rientrano nel nord del Mali con molte armi e fondano il MNLA (movimento di liberazione dell’ Azawad). Nell’arco dei primi mesi dell’anno conquistano gran parte del territorio del nord e, mentre nella capitale si succedevano liti, cadute di Governo, tentativi di colpi di stato proclamano l’indipendenza dell’Azawad.
A complicare notevolmente le cose vi è stato l’assurgere, a fianco del MNLA, di gruppi islamisti radicali il più importante dei quali è Ansar ad -Din, di matrice prevalentemente tuareg e comandato da Jiad Ag Ghaly che era stato uno dei protagonisti delle ribellioni del nord dagli anni 80 ad oggi.
Ma attenzione. Ghaly non aveva mai mostrato propensioni per l’estremismo religioso prima di essere inviato quale diplomatico in Arabia Saudita.
La presa di Tibuctu e la distruzione di alcuni mausolei di “santi” islamici sufi, da parte degli integralisti di Ghaly, che li considerano esempi di idolatria, ha rotto il rapporto con il MNLA, che oggi, forse vorrebbe una “pace separata” con Bamako in cambio di più autonomia. Ma il pallino sta saldamente nelle mani Ansar ad – Din che controlla le grandi città, mentre il MNLA è relegato nelle campagne. Comunque ci sono notizie di scontri tra le due formazioni.
Che cosa vogliano gli estremisti è chiaramente detto: vogliono la fine dello stato laico Maliano e l’introduzione della sharia che già hanno cominciato a praticare nelle città del nord cadute sotto il loro controllo.
In questa situazione, che ho sommariamente illustrato, si muove l’intervento francese in Mali e contro questo intervento vi è stato l’attacco algerino ed altri probabilmente seguiranno, rischiando di accendere tutta l’area.
Ora da un lato è chiaro che i gruppi islamisti, legati o meno ad Al Quaeda, stanno operando in tutta l’area subsahariana con il rischio di una destabilizzazione permanente. Ma dall’altro lato è ugualmente chiaro che tali gruppi sono la risulta dell’esplosione di Al Quaeda dovuta agli sciagurati
interventi in Iraq, Afganistan e della guerra in Libia. Come previsto da più parti questa è la risultante di aver vinto la guerra (dove si è vinta), ma di aver drammaticamente perso la pace.
L’unico dato positivo, se positivo si può definire, è dato dalla disomogeneità dei gruppi della galassia quaedista che si muovono nell’area e che hanno di fatto rifiutato il coordinamento dell’ AMQI (Al Quaeda del Maghreb Islamico) muovendosi ciascuno con la propria logica, ma continuamente in escalation per guadagnare punti sulla concorrenza.
Vi sono poi due questioni su cui occorre ancora riflettere. La prima è macroeconomica: nell’area, assai vasta, va dal mediterraneo alla Nigeria, sono presenti risorse naturali di primaria importanza per l’economia mondiale e metterci sopra le mani è strategico.
La seconda riguarda la Francia ed il suo passato coloniale, ancora troppo vicino per essere dimenticato ed il suo presente di paese di riferimento, che non è un puro dato culturale, ma cela interessi economici neanche troppo nascosti per essere ignorati.
Saranno sicuramente oggetto di propaganda quaedista, non dimentichiamolo.
Né possiamo trascurare le posizioni che assumeranno i nuovi governi nati dalle varie primavere e che, sia pure in forme e con intensità differenti, sono fortemente permeati di cultura islamista.
Come potete vedere, anche se siamo all’inizio di questa nuova avventura, non c’è da stare allegri.
Da noi il dibattito è rattrappito dalla contingenza elettorale ed ancora il Governo non ha relazionato alle camere sulla sua posizione.
Comunque la Francia è in guerra e, con i distinguo necessari, un poco lo è anche l’ Europa.
La situazione non mi piace, soprattutto perché il passato non sembra aver insegnato nulla.
Monitoreremo la situazione, per ora concludo con l’augurio di Gilles Kepel, il grande studioso orientalista: “ Bisogna chiedersi se la Francia sarà in grado, spalleggiata dall’Europa, di restaurare la sovranità del Mali fermando l’avanzata jihadista. O,in altri termini, se Parigi sarà capace di favorire la transizione democratica e prevenire le derive islamistiche che hanno insanguinato la Libia dopo i raid della Nato, l’Iraq dopo l’intervento americano e l’Afganistan dopo l’invasione delle forze internazionali.” Kepel ha ragione, di questo si dovrebbe parlare.
Speriamo, ma per ora è guerra, in un paese poverissimo in cui il rosso del sangue si confonde con il rosso magico delle costruzioni, meravigliose, dell’irraggiungibile Timbuctu.
Proprio non ne sentivamo il bisogno.
Renato Forte

Riprendiamoci la politica

Care amiche e cari amici,
la campagna elettorale è cominciata, dobbiamo avere la capacità di interpretarne lo spirito e gli obbiettivi senza però perdere mai di vista lo scopo ultimo del nostro agire politico. Ovvero la costruzione di comunità che contaminino e pervadano la politica per provare a cambiarla, per farla tornare ad essere un vero motore di cambiamento in primo luogo sociale, e per arginare la deriva che negli ultimi anni ha portato la classe politica e i cittadini a costruire un rapporto di semplice teleutenza.
La cosiddetta classe dirigente impiega sempre più forze nel calcolo dello share rispetto ad idee e posizioni, mentre i cittadini sempre di più, si rapportano con la politica come con la televisione, se non mi piace cambio canale o addirittura spengo.
La politica deve tornare ad essere di nostra proprietà, se la si vuole cambiare la si deve partecipare e quando qualcosa non funziona bisogna rimboccarsi le maniche e aggiustarla. Solo così potremmo sperare di riprendere in mano le redini della crescita culturale e sociale del nostro paese.
Dobbiamo avere la capacità di rimettere al centro i temi fondamentali per il nostro paese, l’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro dice la nostra Costituzione, la democrazia e il lavoro sono un binomio indissolubile; senza un chiaro e netto cambio di direzione sulle politiche economiche e sul mercato del lavoro il paese rischia di proseguire una spirale negativa che mette passo passo in crisi tutto il sistema di diritti, tutele e garanzie che lo stato deve dare ai cittadini. Altro tema imprescindibile è quello della tutela del territorio e dell’ambiente, la nostra ricchezza più grande. Non capire oggi che il consumo indiscriminato del suolo è un’ipoteca sul futuro economico e sociale del nostro paese è estremamente grave.
Non ultimo il tema dei diritti, profondamente legato con il tema del lavoro e il tema dell’ambiente. Dobbiamo inaugurare una stagione politica in cui i diritti di tutti e per tutti siano l’unica pietra di paragone per orientare le scelte economiche e politiche.
Per affrontare questa sfida non servono nuovi politici, servono nuove comunità politiche, nuove reti e nuovi organismi in grado di lasciarsi attraversare, contaminare e cambiare, serve un nuovo rapporto tra politica e cittadini.
Per queste ragioni il mio percorso politico passerà attraverso la prossima campagna elettorale, ma non si ferma li, il 24 di febbraio sarà una data importante, ma una data che costituirà un inizio, o meglio la prosecuzione di un percorso senza soluzione di continuità.
Non voglio passare il prossimo mese tra un appuntamento e l’altro a prender voti, voglio poter passare i prossimi 40 giorni a dissodare un terreno, a seminare con cura e pazienza, a proteggere ed a irrigare perché dal giorno dopo, al termine di questa competizione elettorale, dobbiamo avere la capacità di proseguire il nostro lavoro di lenta, ma inesorabile erosione del vecchio sistema politico.
Per questo e per ripartire insieme incontriamoci Martedì 22 in federazione in Lungo Dora Savona 2 a Torino alle ore 20,45.

A presto!!!

Digressione (apparente)

Dunque il nuovo redditometro è senza padri e senza difensori.
Lo disconoscono Berlusconi e Tremonti che pure lo avevano proposto.
Lo guarda con sospetto Monti che lo ha varato con il suo governo di pseudotecnici.
Storcono il naso Bersani e Casini che quel governo hanno sostenuto.
Lo attacca l’ineffabile Alfano per il quale la coerenza deve risultare una parola in sanscrito.
Non sono un esperto di questioni fiscali e può darsi che il redditometro risulti assai perfettibile, ma questa levata di scudi, consentitemelo, è per lo meno sospetta.
Che cos’è il redditometro? In parole povere uno strumento che mette in condizione un dipendente del fisco italiano, con normale stipendio impiegatizio, di chiedere conto ad un contribuente notizie sul suo tenore di vita con questa semplice domanda : “ Mi vuoi spiegare come cavolo è possibile che tu guidi una mercedes, mandi i figli alla scuola privata, fai capodanno a Cortina e Pasqua alle Maldive con una dichiarazione dei redditi più bassa della mia che ho le pezze al culo?”. Punto.
Cosa c’è di scandaloso in tutto questo non si sa. Cosa c’entri la privacy ancora meno. La persecuzione, lo stato di polizia e simili boutades lasciamole ai deliri televisivi del cavaliere.
La realtà, triste, è che la lotta all’evasione fiscale, continua ad essere uno slogan nella realtà, mentre nella finzione sembra il famoso cappotto che Totò deve portare al monte dei pegni ricavandone ricchezze sibaritiche. In quest’inizio di campagna elettorale tutti proclamano dai teleschermi magnifiche riforme per i giovani,le donne, il lavoro, la scuola,gli anziani, i pensionati. Alla domanda di dove si possano trovare i soldi rispondono immancabilmente “dalla lotta all’evasione fiscale”.
Quale, di grazia, una campagna di spots televisivi, il convincimento personale, un triduo alla Madonna? Ditecelo, per favore.
L’evasione è calcolata, per difetto, in 150 miliardi, la corruzione in 60 miliardi, cifre da capogiro.
Grande parte di queste risorse escono dal paese e contribuiscono ad ingrossare le speculazioni che partono dai paradisi fiscali ove a fine 2010 si calcolava stanziassero 21.000 miliardi di dollari.
Una cifra equivalente alle economie di USA e Giappone sommate ed anche qui la cifra è per difetto.
James Henry che ha svolto uno studio per conto di Tax Justice Network parla di 35.000 miliardi, una mancata entrata fiscale di proporzioni gigantesche, un buco nero nell’economia mondiale che, se recuperate, sarebbero in grado di “cambiare sensibilmente le finanze di molti paesi” (con buona pace anche di Matteo Renzi).
Nel frattempo anche quest’anno i pensionati che superano i 1400 euro lordi mensili non avranno l’adeguamento all’inflazione, tanto per fare un esempio, uno solo, se ne potrebbero fare a iosa.
Se qualcuno viene ancora a parlare di lotta all’evasione siete autorizzati a ridergli in faccia.
Renato Forte

Si parte!!!

l’appuntamento di giovedì sera alle 19.00 alla Federazione di Sinistra Ecologia Libertà in lungo Dora Savona 2 è rinviato a Martedì 22 alle ore 21

Cari amici,

in questi giorni abbiamo discusso a lungo sulla composizione delle liste, abbiamo chiesto diverse cose ai nostri organismi nazionali, in particolare il rispetto del risultato delle primarie e del loro valore democratico, abbiamo ottenuto alcune risposte.

Le primarie sono state un momento di partecipazione democratica, uno sforzo collettivo che abbiamo fatto insieme, determinando un chiaro indirizzo politico, ora dobbiamo conservare e capitalizzare quella spinta. Le liste definitive della camera Piemonte 1 prevedono due candidature indicateci dal nazionale coerenti con questo indirizzo politico e che porteranno un grande valore aggiunto alla nostra campagna elettorale. Ad aprire la lista sarà Giorgio Airaudo leader storico della FIOM, un simbolo delle lotte tese a riconquistare il diritto alla rappresentanza sindacale e i diritti dei lavoratori, un altro dalla schiena dritta insomma. Certo un successo per la federazione di Torino e per le scelte da noi portate avanti in questi due anni. Dopo ci sarà Celeste Costantino, una splendida figura che rappresenta appieno tutto lo spirito con cui SEL ha lavorato sui temi dell’antimafia e sull’emersione di figure giovani e impegnate. Celeste è stata candidata anche sul collegio della Liguria, proprio per farsi portatrice nel nord Italia di una istanza imprescindibile per il nostro partito: l’attenzione per la legalità ed il contrasto alle mafie. Coerentemente con questo disegno Celeste opterà per il collegio della Liguria, perché qui a Torino questi temi sono già ben rappresentati dalla mia candidatura.

Questo permetterà nel caso di un buon risultato di Sinistra Ecologia e Libertà, di portare Giorgio e Celeste in parlamento, ma anche me e Carla Mattioli potremmo, con il vostro aiuto, giocarcela. Per far questo ovviamente è necessario impegnarci tutti per fare la differenza.
Come ho sempre detto la sinistra non deve solo contare i voti, ma farli contare, per questo certamente oltre a me e Carla che avete scelto, Giorgio e Celeste sono ottimi compagni di strada.
Ora è il momento di ripartire, l’obbiettivo comune è di portare al governo del paese le nostre sensibilità e i nostri temi cercando di contribuire ad un governo di centro sinistra autonomo e alternativo rispetto alle forze politiche di centro e ai poteri finanziari.

Attiviamoci, mettiamoci in moto, incontriamoci…

Si parte!

Michele

Caro Nichi…

Care compagne e cari compagni,
sono momenti concitati, come avete visto le liste fin qui predisposte dal nazionale, almeno per il Piemonte, rischiano di mettere in dubbio i risultati delle elezioni primarie. SEL ha deciso, con tutte le difficoltà, di organizzare elezioni primarie per la scelta delle candidature al Parlamento proprio per sopperire ad una legge elettorale non a caso definita “porcellum”.
Dopo uno slancio di partecipazione collettiva che ci ha visto tutti impegnati, volontari, militanti, candidati, semplici elettori, la decisione di imporre 3 candidature sul territorio piemontese su 4 posti probabilmente disponibili credo non sia accettabile.
Abbiamo sempre saputo e condiviso il fatto che alcuni dei posti in lista fossero a disposizione del nazionale per tutelare la costruzione di un progetto politico e per dare spazio a candidati indipendenti, ma questo non può sovvertire completamente l’esito del voto richiesto ai nostri elettori.
Per questo chiedo a Nichi Vendola e agli organismi nazionali di SEL di rivedere la decisione presa, chiedendogli con forza di legittimare il nostro slancio di partecipazione e democrazia rispettando l’esito delle primarie.