L’Africa vicina

Le tragiche notizie che vengono dall’Algeria non devono distrarre l’attenzione dal problema principale che oggi si chiama Mali dove è in corso un intervento armato francese, coperto politicamente dall’ONU, con conseguenze che, ad oggi, non sono di facile identificazione.
Per capire cosa stia succedendo in Mali è necessario esaminare differenti cause che sono storiche, razziali, politiche e religiose. Il discorso sarebbe lungo, mi limito ad alcune di esse.
Se uno osserva la carta geografica noterà la sua strana forma a clessidra con un vaso più grande,a nord,ed uno più piccolo a sud della strozzatura. La stranezza è spiegabile col fatto che il colonialismo ha creato stati tracciando righe sulla carta geografica senza tener conto delle storie e delle etnie, ma solo del proprio tornaconto nelle divisioni. Non è un’osservazione banale, ma una occasione ripetuta di incomprensioni e conflitti.
Il sud è piccolo, ma abbastanza fertile, malgrado soffra di accentuato pericolo di desertificazione, il nord è vasto, ma per la maggior parte desertico.
Le due etnie principali sono i Bambara di origine Mandinka (quelli che noi chiamiamo Mandingo) che rappresentano quasi la metà della popolazione ed i Fulani che furono i primi a convertirsi all’Islam. Al nord vivono invece Tuareg e Mori, nomadi, che rappresentano il 10% della popolazione.
Il sistema sociale è di tipo castale, tradizionalmente le varie etnie si sono divisi le attività produttive i Bambara sono agricoltori, i Fulani pastori ed i Bozo pescatori.
Politicamente il Mali è passato, dopo l’indipendenza del 1960, da un regime socialista poi abbandonato senza però modificarne l’impostazione autoritaria ed il partito unico sino al 92. Nel 2002 le elezioni furono vinte da un candidato indipendente che governa appoggiato dal partito ADEMA, membro dell’internazionale socialista.
Tutto ciò ha sostanzialmente riguardato il sud del paese, perchè il nord è stato vittima di ripetuti tentativi, da parte dei Tuareg soprattutto, di proclamarne l’indipendenza.
A tutto questo va aggiunto che l’ Islam maliano si è sempre contraddistinto per la sua moderazione e la convivenza con le altre religioni non è mai stata problematica.
Le cose si complicano nelle due direzioni, quella territoriale e quella religiosa, nel 2012 quando, sconfitto Gheddafi, molti tuareg che avevano partecipato a quella guerra rientrano nel nord del Mali con molte armi e fondano il MNLA (movimento di liberazione dell’ Azawad). Nell’arco dei primi mesi dell’anno conquistano gran parte del territorio del nord e, mentre nella capitale si succedevano liti, cadute di Governo, tentativi di colpi di stato proclamano l’indipendenza dell’Azawad.
A complicare notevolmente le cose vi è stato l’assurgere, a fianco del MNLA, di gruppi islamisti radicali il più importante dei quali è Ansar ad -Din, di matrice prevalentemente tuareg e comandato da Jiad Ag Ghaly che era stato uno dei protagonisti delle ribellioni del nord dagli anni 80 ad oggi.
Ma attenzione. Ghaly non aveva mai mostrato propensioni per l’estremismo religioso prima di essere inviato quale diplomatico in Arabia Saudita.
La presa di Tibuctu e la distruzione di alcuni mausolei di “santi” islamici sufi, da parte degli integralisti di Ghaly, che li considerano esempi di idolatria, ha rotto il rapporto con il MNLA, che oggi, forse vorrebbe una “pace separata” con Bamako in cambio di più autonomia. Ma il pallino sta saldamente nelle mani Ansar ad – Din che controlla le grandi città, mentre il MNLA è relegato nelle campagne. Comunque ci sono notizie di scontri tra le due formazioni.
Che cosa vogliano gli estremisti è chiaramente detto: vogliono la fine dello stato laico Maliano e l’introduzione della sharia che già hanno cominciato a praticare nelle città del nord cadute sotto il loro controllo.
In questa situazione, che ho sommariamente illustrato, si muove l’intervento francese in Mali e contro questo intervento vi è stato l’attacco algerino ed altri probabilmente seguiranno, rischiando di accendere tutta l’area.
Ora da un lato è chiaro che i gruppi islamisti, legati o meno ad Al Quaeda, stanno operando in tutta l’area subsahariana con il rischio di una destabilizzazione permanente. Ma dall’altro lato è ugualmente chiaro che tali gruppi sono la risulta dell’esplosione di Al Quaeda dovuta agli sciagurati
interventi in Iraq, Afganistan e della guerra in Libia. Come previsto da più parti questa è la risultante di aver vinto la guerra (dove si è vinta), ma di aver drammaticamente perso la pace.
L’unico dato positivo, se positivo si può definire, è dato dalla disomogeneità dei gruppi della galassia quaedista che si muovono nell’area e che hanno di fatto rifiutato il coordinamento dell’ AMQI (Al Quaeda del Maghreb Islamico) muovendosi ciascuno con la propria logica, ma continuamente in escalation per guadagnare punti sulla concorrenza.
Vi sono poi due questioni su cui occorre ancora riflettere. La prima è macroeconomica: nell’area, assai vasta, va dal mediterraneo alla Nigeria, sono presenti risorse naturali di primaria importanza per l’economia mondiale e metterci sopra le mani è strategico.
La seconda riguarda la Francia ed il suo passato coloniale, ancora troppo vicino per essere dimenticato ed il suo presente di paese di riferimento, che non è un puro dato culturale, ma cela interessi economici neanche troppo nascosti per essere ignorati.
Saranno sicuramente oggetto di propaganda quaedista, non dimentichiamolo.
Né possiamo trascurare le posizioni che assumeranno i nuovi governi nati dalle varie primavere e che, sia pure in forme e con intensità differenti, sono fortemente permeati di cultura islamista.
Come potete vedere, anche se siamo all’inizio di questa nuova avventura, non c’è da stare allegri.
Da noi il dibattito è rattrappito dalla contingenza elettorale ed ancora il Governo non ha relazionato alle camere sulla sua posizione.
Comunque la Francia è in guerra e, con i distinguo necessari, un poco lo è anche l’ Europa.
La situazione non mi piace, soprattutto perché il passato non sembra aver insegnato nulla.
Monitoreremo la situazione, per ora concludo con l’augurio di Gilles Kepel, il grande studioso orientalista: “ Bisogna chiedersi se la Francia sarà in grado, spalleggiata dall’Europa, di restaurare la sovranità del Mali fermando l’avanzata jihadista. O,in altri termini, se Parigi sarà capace di favorire la transizione democratica e prevenire le derive islamistiche che hanno insanguinato la Libia dopo i raid della Nato, l’Iraq dopo l’intervento americano e l’Afganistan dopo l’invasione delle forze internazionali.” Kepel ha ragione, di questo si dovrebbe parlare.
Speriamo, ma per ora è guerra, in un paese poverissimo in cui il rosso del sangue si confonde con il rosso magico delle costruzioni, meravigliose, dell’irraggiungibile Timbuctu.
Proprio non ne sentivamo il bisogno.
Renato Forte