La vicenda Monte dei Paschi

Premessa : scrivo queste note, assolutamente non esaustive, per spirito di servizio, sapendo che la vicenda MPS durerà a lungo e s’ingarbuglierà ulteriormente. Ad ascoltare politici (molti) e commentatori televisivi (sempre molti), nonché giornalisti della carta stampata (un po’ meno per fortuna) ci si accorge che non sanno assolutamente (o fingono?) di cosa stanno parlando.
Probabilmente ad una domanda diretta: cos’è lo swap ? Risponderebbero: una bevanda gasata.
Per non incorrere nel medesimo errore offro queste semplici riflessioni.

Dagli ultimi dati pubblici (fonte Banca dei Regolamenti Internazionali) nel mondo circolano 637 trilioni di dollari di derivati a fronte di un pil globale di 67 trilioni ergo vi sono 570 trilioni di dollari che non hanno nessun sottostante valore reale, sono pura carta, o meglio impulsi elettronici che si muovono a velocità della luce. Una bisca di infimo livello, perché una percentuale elevatissima di questi titoli è pura speculazione e serve a cercare di guadagnare cifre altissime investendo pochissimo, ma se va male anche a perdere cifre altissime.
Come sono messe le banche italiane? Ce lo dice uno studio Mediobanca i derivati di Unicredit sono118 miliardi di euro, quelli di Intesa 59 e quelli MPS 18,3. Meglio di molte banche estere? Certamente sì se si pensa che Deutsche ne vanta 859 e Credit Suisse 764 che sommati ai 400 di UBS portano ad un tesoretto che vale il 254% del pil svizzero.
La somma di derivati di Unicredit e Banca Intesa rappresentano SOLO il 10,7% del pil italiano, possiamo stare allegri e pensare di crescere tranquillamente.
Ma i derivati sono anche una miniera d’oro per gli aggiustamenti di bilancio, per far apparire oro anche il piombo nell’ala delle entità finanziarie: si vende un titolo ad un compratore compiacente e lo si sostituisce con altro a scadenza allungata, molto più oneroso, s’intende, ma saranno fatti di chi dirigerà la banca in futuro. Intanto io amministratore presento bilanci brillanti, pago cedole ed incasso bonus da nababbi. Lo fanno tutti.
Al Montepaschi è andata male perché la Banca è in crisi profonda, al limite dell’insolvenza, se così non fosse non ne sapremo nulla, così come non sappiamo quello che c’è di vero nei bilanci delle altre istituzioni finanziarie.
Per questo motivo mentre la politica, strumentalmente, si agita a più non posso le banche, il ministero dell’Economia, la stessa Banca d’Italia tengono un profilo assai basso: tutti temono che fari maleducati si accendano su questioni che è bene restino riservate.
Alle volte quando si urla contro le banche, che se lo meritano, e si chiede loro di aprire il portafoglio mi viene da ridere: MPS è il terzo gruppo bancario italiano, prima avevamo assistito all’agonia di FONSAI, primaria compagnia assicurativa con perdite occultate da anni, è lecito farsi domande sui bilanci dell’intero comparto finanziario di questo paese? E se scoprissimo che quei portafogli sono pieni di carta straccia? Oltre agli estremisti della CGIL e della FIOM, oltre a quelli che non condividono politiche di risanamento aggressive, oltre a quelli che reclamano una più equa redistribuzione delle ricchezze, non sono anche queste situazioni parte del sempre citato “rischio Italia”?
Ma la crisi MPS origina da un’operazione maldestra ed opaca: l’acquisizione di Antonveneta.
Non mi pronuncio sulle questioni, pure ipotizzate, di tangenti, in questo paese sempre possibili, sulle quali indaga la magistratura, mi limito a dire che l’operazione è avvenuta in un tempo in cui la dimensione delle banche era il leit motiv della discussione politica ed economica, in cui si doveva mangiare per non essere mangiati. Con il risultato di creare reti gigantesche di sportelli inutili e costosi con un’operatività assurda, con accorpamenti raffazzonati e, spesso, non rispondenti alle esigenze reali. Oggi, tanto per dire, tutto questo sarà pagato anche dai dipendenti in esubero.
Ed inoltre Antonveneta rappresentava un problema sistemico, quindi un’operazione sia pure opaca, ma che toglieva castagne dal fuoco un po’ a tutti e non si è stati a guardarla per il sottile.
Ma non voglio di certo sottrarmi al problema politico, che esiste, ma che nell’ottica di cui sopra acquista certamente un diverso peso da quello che gli si vuol dare in campagna elettorale.
Non sto a rifare la storia degli Istituti di Credito di Diritto Pubblico e delle Casse di Risparmio,
architrave per decenni del potere democristiano, né voglio qui impancarmi in una discussione sulla riforma Amato e sulle fondazioni che pure meriterebbe una riflessione, semplicemente voglio richiamare l’attenzione sulle “anomalie” senesi.
Una grande banca, governata da una fondazione i cui vertici sono nominati dal potere politico locale, comune soprattutto, ma anche provincia e regione. Gli utili della banca sono girati, pro quota, alla fondazione che li utilizza per il territorio, soprattutto comunale.
Chi comanda chi? Chi controlla chi?
Di più, tre dei quattro ultimi sindaci di Siena sono stati dipendenti Montepaschi. Vi pare normale?
La fondazione, con gli utili della banca, come una grande mamma pronta a correre in soccorso dell’amministrazione.
E, vorrei fosse chiaro, non solo in spiccioli per attività ludiche. Si parla molto del Siena calcio, degli aiuti a tutte le contrade, della pallacanestro, ma è ingeneroso e sostanzialmente falso. I fondi sono stati utilizzati per il sociale, per attività culturali, per il mantenimento di un centro storico che non ha uguali in Italia, per il mantenimento, a livelli altissimi, di prestigiose attività, ne cito una per tutte l’Accademia Musicale Chigiana dove convergono artisti da tutto il mondo per frequentare corsi di perfezionamento.
Ma resta il dato incestuoso ente locale, fondazione, banca che avrebbe dovuto suonare campanelli d’allarme. E ancora la selezione dei dirigenti. Non conosco Mussari, dicono persona intelligente, ma professionalmente un avvocato penalista, che ci azzecca, direbbe qualcuno, con l’esercizio del credito in tempi così calamitosi e con serpenti di mare sempre in agguato?
Tutto questo non giustifica minimamente gli attacchi al PD, ma non può vedere il PD protagonista di una revisione profonda di certi metodi e di certi atteggiamenti, soprattutto di una certa libidine verso tutto quanto è mercato e finanza.
Ora che fare? Nazionalizzare, dicono i duri e puri.
Nulla in contrario, anzi. “ Nei settori molto concentrati di carattere strategico come il credito, le assicurazioni e l’energia, accanto alle imprese private dovrebbero coesistere imprese pubbliche, le quali dovrebbero perseguire obiettivi diversi da quelli privati (…) spingere in basso i prezzi dell’energia e del danaro, accrescere le spese in ricerca e innovazione e garantire credito a famiglie e aziende” Questo propongono Ruffolo e Sylos Labini nel loro pregevole libro “Il film della crisi”.
D’accordo, ma a patto che si discuta di governance di queste imprese e banche pubbliche, della lontananza dalla politica degli amministratori, delle forme di controllo effettive ed efficaci.
Altrimenti è un film già visto.
Debbo ricordare che fino all’altro ieri al ministero dell’Economia sedeva, da sottosegretario Nick o’ mericano?