Ma la guerra è finita?

Dunque l’esercito maliano, trascinato dai francesi, dopo Gao e Timbuctu ha liberato anche Kidal, ultima città prima delle stoppie, della sabbia, delle montagne di quel grande nord, regno incontrastato di tuareg e mori.
Missione compiuta avrebbe detto quel minus habens che ha governato gli USA prima di Obama.
Ma è proprio così? Ovviamente no. Questa prima fase della guerra è finita come tutti sapevamo sarebbe finita. Una serie di avanzate travolgenti contro un nemico che subisce attacchi dal cielo, ma rifiuta l’impegno sul campo con ritirate strategiche sino a disperdersi nel nulla dell’immenso nord.
Certo nei territori temporaneamente conquistati compiendo ruberie, uccisioni ed attacchi alle libertà individuali in nome di un islam distorto e corrotto. Certo colpendo i tesori di Timbuctu che sono patrimonio di tutta l’umanità prima che islamici o maliani. Altrettanto certo dopo aver reclutato nuovi adepti. Perché accanto alla geopolitica ed alla religione vi sono le condizioni di vita di quei poverissimi che vivono in un paese povero. Pare che ai reclutati promettessero un salario di 250 euro mensili, più del doppio del soldo dei regolari dell’esercito maliano, quattro volte quello di un poliziotto. Vi sono villaggi sulla strada tra Gao e Timbuctu che non hanno un reddito complessivo mensile di 250 euro. Lo tengano presente, per una volta, gli strateghi da strapazzo e se non lo fanno non si stupiscano: è sempre la disperata miseria il primo alleato dell’estremismo.
Il denaro è l’altra chiave di lettura dei problemi dell’area. Ci sono certo finanziamenti da parte di alcuni stati del Golfo che al movimento salafista fanno riferimento, ma vi sono soprattutto il narcotraffico, i rapimenti ed il controllo dei flussi d’immigrazione nel carnet di questi sedicenti religiosi e reali tagliagole.
A differenza del movimento di liberazione dei tuareg, che pare pronto a discutere con il governo maliano, i militanti di Ansar al Din, hanno abbandonato le città che sapevano di non poter difendere e sono rintanati nel territorio a loro favorevole e dove sarà difficilissimo snidarli.
Non per nulla i francesi paiono paghi e pensano di “africanizzare“ la guerra, cioè di relegarla al silenzio, ma non sarà facile. Occorrono uomini e mezzi, quei finanziamenti che tutti hanno promesso, ma chissà….
Lo spettro di un nuovo Afganistan è vicino, tra i monti e le gole dell’Hair, deserti di sabbie e pietre, dove c’è l’acqua, ma i posti li conoscono solo i tuareg, dove è sin troppo facile condurre una guerra di guerriglia, attaccare e sparire e poi attaccare di nuovo.
E poi provate a prendere una cartina geografica, partite dal nord del Mali, entrate in Algeria fino al mare e con il dito seguite bordeggiando : Tunisia, Libia, Egitto, Israele, Libano, Siria.
Trovate non dico certezze, ma almeno qualche motivo di speranza?
A me non pare.
Renato Forte