Reddito di cittadinanza E lavoro di cittadinanza

Avete letto bene, ho scritto proprio “E”, non o, come spesso sentiamo ripetere. Reddito di cittadinanza e lavoro di cittadinanza sono temporalmente conseguenti, non alternativi.
Il reddito di cittadinanza è l’elemento che ci consente di arrivare al lavoro senza dover contare i cadaveri disseminati nell’attesa. La crisi, sul suo versante sociale soprattutto, non accenna a mitigare i suoi effetti nefasti dunque abbiamo bisogno di una sorta di pronto intervento rappresentato da un reddito che attenui la disperazione che fasce sempre maggiori di cittadini vivono nel presente.
Il reddito di cittadinanza non gode di buona stampa, la propaganda di destra lo ha dipinto per anni come l’incentivo ai lazzaroni, agli scrocconi sociali. Trattasi ovviamente di una caricatura.
Una sinistra all’onor del mondo dovrebbe vederlo invece come propedeutico e preparatorio ad un vero ingresso (o ritorno, non stiamo parlando esclusivamente di giovani) al lavoro. Quindi non dovrebbe essere semplicemente un sussidio, ma dovrebbe essere collegato a forme di impegno civile, volontariato sociale, attività di manutenzione del territorio e dei beni paesaggistici ed ambientali.
Ovviamente questo dovrebbe avvenire mentre si allestisce un “piano per il lavoro”, cioè la vera soluzione non improvvisata e non temporanea del problema principale.
Quale dovrebbe essere la dimensione ottimale di detto piano? Ovviamente europea, anche perchè il problema , lo ricordo, è europeo. E’ giusto preoccuparsi del quasi 13% di disoccupazione italiana (temo che il dato reale sia persino maggiore) che ci assegna uno dei primi posti, ma non è che gli altri paesi e la media europea siano una passeggiata di salute, anzi. Come farlo ? Con quali fondi?
Qui permettetemi un passo indietro, all’evolversi della crisi economica. E’ stato detto e ripetuto più volte che la crisi ha avuto origine finanziaria poi riversatasi nell’economia ed infine ha aggredito il sociale. Le misure messe in campo non l”hanno contrastata, semmai favorita, ora sembra che , quasi per paradosso, stia tornando alle origini finanziarie, ma in forma opposta. Non vi è più l’eccesso di indebitamento, vi sono masse ingentissime di liquidità su tutti i mercati, ma la ripresa è asfittica ed i consumi e gli investimenti latitano. Per rifarci ad un esempio classico : l’acqua è tornata alla fonte, noi ci portiamo il cavallo, ma il cavallo non beve e non c’è il modo di costringerlo. Il circuito virtuoso non riprende, il credito langue, gli investimenti non parliamone, i consumi sono fermi e quindi di occupazione nemmeno l’ombra. Deflazione? E’ vicina. Stagnazione? Già ci siamo.Servono i 1000 miliardi che Draghi promette di gettare sul mercato? A qualcosa certamente, possono riattivare il credito languente se le banche ne faranno filtrare almeno una parte. Possono certamente abbattere un poco un tasso di cambio euro/dollaro ed euro/yen incredibilmente fuori misura. Ma sulla disoccupazione possono solo avere effetti minimi e nel medio/lungo periodo. L’unica manovra fine di mondo che servirebbe davvero sarebbe unire ai 1000 miliardi di liquidità altri 1000 miliardi di un piano straordinario europeo di opere pubbliche velocemente cantierabili, di ricerca sull’innovazione di prodotto, sull’economia verde e sulla informatizzazione spinta,con un occhio mirato all’occupazione giovanile ed alla formazione permanente dei lavoratori. La mano pubblica dovrebbe sostituire, in questo frangente, il cavallo che non beve creando occupazione diretta.
La stessa cosa, con le risorse possibili, dovrebbero fare i singoli stati, ovviamente in sinergia e, di conseguenza, le amministrazioni locali, le Regioni in prima istanza, la nostra in primissima, data la situazione in cui viviamo. Possiamo ragionare in questa direzione, nel nostro piccolo e per quel che ci riguarda? Direi proprio di sì, abbiamo l’occasione elettorale, facciamolo.
Un altro versante su cui ragionare, la vicenda Agrati ce lo impone, sono le forme di tutela dell’occupazione esistente, soprattutto per quelle entità produttive che non sono in crisi profonda o addirittura non sono in crisi, ma chiudono per motivi del tutto estranei alla logica .
Qui occorrerebbe più coraggio. Bisognerebbe, ad esempio, favorire la costituzione di cooperative di produzione che, sorrette da acconcia legislazione, potessero gestire queste situazioni, evitare le chiusure, utilizzare immobili e macchinari che si vogliono dismettere, usufruire di linee di credito garantite per proseguire la produzione e salvare posti di lavoro.
Non sto parlando di sogni o di socialismo realizzato, in Argentina, ad esempio, questa legislazione ha dato ottimi e duraturi risultati.