Addio a GABO di Renato Forte

Anche se era pura follia noi avevamo continuato a sperare che, come per magia, da quel corpo stanco e da quella mente inferma uscisse un nuovo romanzo, una nuova meravigliosa avventura, il soffio dell’arte su questo mondo sempre più grigio.
Non è avvenuto, purtroppo. Gabo se n’è andato e ci ha lasciati soli con le nostre miserie.
Chissà se ha raggiunto i suoi sogni e adesso sta chiacchierando con Aureliano Buendia, Florentino Perez, il colonnello a cui nessuno scrive o la candida Erendira. Chissà se ha ritrovato tutte le sue puttane tristi .
Ma di tutto questo e del valore della sua opera discuteranno critici e colleghi.
Il mio ricordo è un altro. Il mio pensiero va a Stoccolma quando si è presentato a ritirare il Nobel in guayabera bianca e pantaloni di tela, l’abito da festa del contadino caribeno, e spiccava alieno tra i frack e le toilettes (ma lui sosteneva che l’abito nero è per i morti e per chi li accompagna, i becchini). Nel suo discorso di accettazione ha raccontato la storia del continente sud americano dall’eccidio/genocidio dei conquistadores alle dittature che lo hanno insanguinato. Ha ricordato Salvador Allende e gli altri martiri per la libertà concludendo con queste parole: “poeti e mendicanti, guerrieri e malandrini, tutte noi creature di quella realtà eccessiva abbiamo dovuto chiedere molto poco alla nostra immaginazione, perché la sfida per noi è stata l’insufficienza delle risorse convenzionali per rendere credibile la nostra vita. E’ questo, amici , il nodo della nostra solitudine”.
Poi venendo al presente reclamava “una nuova e impetuosa utopia della vita in cui nessuno possa decidere per altri persino sul modo di morire, dove sia davvero reale l’amore e sia possibile la felicità e dove le stirpi condannate a cent’anni di solitudine abbiano, finalmente e per sempre, una seconda opportunità sulla Terra”.
Altro che “realismo magico” e bazzecole da intellettualiodi. Questo è stato Marquez, questo è il suo lascito, la sua utopia trasmissibile.
Grazie Gabo, ti sia lieve la terra ed accompagni il tuo viaggio quell’ “olor de guayaba” che sempre hai amato sopra ogni cosa.
Renato Forte