Fassino Sindaco: 48 ore per la giunta

Piero Fassino si insedia nella Sala Rossa di Palazzo Civico e fa sapere chiaramente che la giunta “non è un organo di partito” pertanto le competenze di coloro che andranno a completare l’undici di partenza della giunta, verranno scelti in base a criteri quali l’esperienza  professionale, la provenienza dalla società civile – un riferimento che non può che significare un sostanziale benvenuto a chi di società civile si è occupato per almeno dieci anni – e, vale la pena sottolinearlo in quanto il principio del fifty-fifty ha per definizione – almeno in questo caso – una natura discriminatoria, il sesso. Cioè più quote rosa per tutti.

Sembra davvero che Fassino punti a promuovere una giunta avveduta ed originale. Se è vero che il capitale umano, sul quale il neo sindaco vuole puntare per trasformare Torino e magari la politica italiana, è la nostra risorsa più concreta, dobbiamo solo augurarci che alle parole faccia seguito la concretezza delle azioni. Tra quatantotto ore lo sapremo con certezza.

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Michele Curto tra i giovani leader europei

L’edizione di maggio del magazine online dello Youth European Forum – un network europeo di consigli nazionali giovanili ed organizzazioni impegnate nella sensibilizzazione e nel coinvolgimento dei giovani nei processi decisionali – contiene un interessante inserto sui giovani leader in ascesa in Europa a firma di Tena Prelec,  impegnati nella partecipazione attiva, in tutti i campi, e quindi esemplari rispetto allo straordinario potenziale delle risorse umane più fresche e preziose di qualunque società: i giovani stessi. Certo, qui si parla di under 40. Quattro per la precisione, selezionati tra i 27 paesi membri dell’Unione Europea. Sidonia Jędrzejewska, 35 anni, deputata presso il Parlamento Europeo. Julien Bayou, 30 anni, fondatore di Generation Precaire e Jeudi Noir. Britta Heidemann, 28 anni, schermitrice e non solo. Michele Curto, 30 anni, candidato a Sindaco di Torino.

L’importanza del percorso di Michele assume quindi una dimensione continentale, suscitando quell’attenzione e considerazione che tra i confini nazionali è vista come l’ingresso di un’altro contendente nell’agone – o agonia – politico mentre a livello europeo assume l’importanza di una tendenza che si fa concreta nella volontà di affidare alla creatività ed all’impegno degli under 40 il compito di tracciare nuove traiettorie politiche, dove il cambiamento non è visto come una striminzita concessione bensì come un ingrediente naturale e necessario del sistema democratico.

Per accedere al magazine online e leggere l’intero servizio di Tena Prelec, giovane giornalista di caratura europea: Yo! Magazine

 

Una fatwa per Nichi

Libera Chiesa in libero Stato. Un principio che deve essere rispettato sempre, foss’anche in un paese come l’Italia, che nel proprio ventre custodisce i confini del più piccolo ( ma anche tra i più ricchi) stato del mondo. Finchè parliamo di Chiesa, cristiano-cattolica, tutti hanno più o meno le proprie opinioni ed idee, non chiare in molti casi anche se forse è meglio che non averne. Ma quando è l’Imam della seconda moschea più grande d’Italia a creare il caso? “Non votate Nichi Vendola perchè e omosessuale” A questo nemmeno il Vaticano, almeno ufficialmente, lontano dai microfoni e senza fare nomi, era mai arrivato.

Questa “fatwa” ha quindi motivazioni circostanziate ancorchè discriminatorie, in un paese laico, dove il voto – espressione di democrazia – non deve tenere conto di convinzioni religiose, sesso o inclinazioni sessuali. Certo, sono solo regole. Certo esse rischiano continuamente di essere violate. Ma è evidente che anche i dirigenti della comunità musulmana hanno capito come sfruttarle a proprio favore. Cooptare voti facendo leva sulla sudditanza psicologica del fedele-votante è un gioco vecchio ma buono per tutte le stagioni e, sembrerebbe, per qualsiasi confessione religiosa.

per maggiori approfondimenti leggi l’articolo su repubblica.it

la fuga dei talenti

Dal blog “La fuga dei Talenti”, pubblichiamo il commento ad una recente ricerca che rivela che l’89% dei professionisti italiani sarebbero disposti a trasferirsi all’estero causa migliori condizioni di lavoro. Non soltanto espatrio dei giovani in cerca di lavoro insomma, ma anche di adulti che si chiedono quanto valga la pena di rimanere: il risultato è un progressivo impoverimento del “capitale umano” italiano.

Va assolutamente segnalata l’ultima ricerca dell’agenzia di selezione Kelly Services: 89 intervistati su 100, tra chi in Italia un lavoro già ce l’ha, sarebbero disposto a trasferirsi lontano dalla propria città di residenza o nascita, per svolgere il loro lavoro “ideale”. Siamo dodici punti sopra la media mondiale, dietro solo ad Indonesia, Messico, Malesia e Thailandia. Davanti addirittura al Portogallo e all’Irlanda.

Il combinato di chi vuole cambiare Stato e/o Continente registra un 33% tra i lavoratori italiani intervistati: oltre la metà di loro si trasferirebbe in Europa (54%), il 24% in Nord America. Uno su tre si trasferirebbe per meno di un anno, il 31% fino a tre anni.

Sul perché si va via, il 38% degli intervistati italiani (secondi in Europa solo alla Polonia…) definiscono la propria condizione di lavoro come “non canonica“. Ben riassume il Direttore Generale di Kelly Services Italia, Stefano Giorgetti: “tra i dati più significativi emersi dall’indagine c’è sicuramente l’alta percentuale di lavoratori di età compresa tra i 30 e i 47 anni, e pertanto con posizioni, responsabilità e competenze ben sviluppate, che si dichiarano possibilisti rispetto all’eventualità di un trasferimento all’estero. Ben tre professionisti su dieci, infatti, sarebbero pronti a rinunciare al Belpaese per cogliere migliori opportunità di carriera. Un dato che dovrebbe far riflettere imprenditori e responsabili HR, soprattutto in relazione al rischio di un impoverimento delle competenze manageriali disponibili nel nostro Paese e di un conseguente ritardo nella ripresa e nello sviluppo sia a livello di singole aziende, sia a livello di sistema-Italia“.

Parole da soppesare con attenzione, quelle di Giorgetti: l’impoverimento di capitale umano è sotto gli occhi di tutti…

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Tanzi, aggiotaggio a lunga conservazione

Sentenza definitiva per Calisto Tanzi, patron della Parmalat. E’ una sentenza leggermente scontata di piccoli e prescritti reati, tipo lo spaccio di false informazioni sul mercato, che però rimane di otto anni ed un mese. Reati prescritti insomma, almeno quelli fino al 2003. La sentenza resta pertanto, sgravi esclusi, la medesima che la Corte d’Appello di Milano emise nel 2010. Insomma un precedente, tralasciando i dettagli sui rimborsi ai piccoli investitori defraudati,  che rimarrà nella memoria collettiva e presente: mille milioni di euro sono tanti per una truffa. Pure in Italia.

per maggiori approfondimenti: LaStampa.it

Vertigini – Ex Bertone, l'ultima frontiera

I vertici. E’ sempre un problema di vertici. Anche alla ex Bertone. Lo diceva Euclide, lo ripete la Marcegaglia; ma lei tende, invece di risolvere il problema, a strumentalizzarlo leggermente. In virtù di una supposta divisione tra la base ed il gotha della FIOM.

Se sia vero  o no lo sapremo tra poche settimane quando la fiducia al consiglio di fabbrica, richiesta dal consiglio stesso, dovrà essere rinnovata. Certo l’esempio delle altre rsu sindacali non ha contribuito ne a rafforzare il fronte del No ne a proteggere quel che rimane di chi all’estrema difesa ci crede e quindi non voterà un’intesa costituzionalmente illegittima.

L’unica cosa certa è che fin’ora per il SI si sono espressi 886 lavoratori su 1011. Una percentuale altina per continuare ad opporre una resistenza concreta, almeno per R. Bonanni, leader CIGL. La mediazione, insomma, fosse per le altre sigle sindacali sarebbe già fallita con buona pace degli oltranzisti. Ma a forza di mediare ci si è dimenticati che gli operai, che non mediano ma lavorano, di fronte ad un soffocamento, al ricatto di un’umiliante garrota, vedono quei 550 milioni per costruire una macchina che non potranno mai acquistare, come del resto chi scrive,  non come un investimento – peraltro non confermato – ma come la spesa della settimana, la scuola calcio del figlio, i libri di scuola della figlia, i denti della moglie, l’abbonamento a sky, la scarpa lucida per il matrimonio della sorella, la rata. Insomma, lasciato solo e senza poter contare più su quei diritti faticosamente conquistati dalle passate generazioni, oggi, per questo animale occidentale in estinzione, l’operaio dell’ultima frontiera, il SI non diventa solamente la soluzione più allettante. Rischia di diventare l’unica.

per approfondire: Vertenza Ex Bertone di P.Griseri su Repubblica.it

home sweet home (ma non se sei giovane)

E’ di ieri la notizia che il comune di Torino ha effettuato il primo sorteggio per assegnare case a canone agevolato a giovani tra i 20 e i 30 anni. 353 le domande pervenute, 32 quelle che hanno avuto un esito positivo, in seguito ad estrazione (!). “La Repubblica” comunica così la notizia: “Il Comune dà una casa a 32 bamboccioni”. Il titolo parla da sè, e trasmette un messaggio che a noi pare profondamente sbagliato.
Perchè – per quanto sia lodevole questa iniziativa – è assurdo che giovani uomini e giovani donne debbano confidare nella dea bendata per potersi permettere un alloggio, ed è assurdo che la categoria dei bamboccioni sembri la fisiologia e non una patologia della gioventù di questo paese.
La casa – e, più in generale, l’autonomia – non è una graziosa concessione, è un diritto: un diritto che andrebbe garantito permettendo a chi ha tra i 20 e i 30 anni di uscire da uno stato endemico di precariato, attraverso contratti di lavoro più stabili e dignitosi, e attraverso un welfare che incentivi complessivamente le persone che desiderano guadagnarsi la loro autonomia – come accade nella maggior parte dei paesi d’Europa. E magari anche che le incentivi sulla base del merito, e non solo della fortuna. Ma questo forse è chiedere troppo.

“Il Comune dà una casa a 32 bamboccioni”

chi muore (di paura) al lavoro

Dalla Francia arriva una notizia sconvolgente, che riprendiamo e pubblichiamo: si è suicidato un altro dipendente di France Télécom, il sessantesimo negli ultimi tre anni, portato al gesto estremo a causa della strategia di riordino interno prevista dall’azienda. Ventiduemila posti di lavoro che, per contratto, dovevano restare garantiti ma che l’azienda avrebbe voluto eliminare: condizione che ha portato i vertici ad adottare un management par la peur, una gestione dell’azienda attraverso la paura, con l’obiettivo di spingere al massimo la produzione. Il tragico esempio delle conseguenze di un capitalismo feroce e di un managerismo senza scrupoli.

leggi l’articolo di peacereporter.net France Télécom: l’onda lunga della paura

Giovani e lavoro: la discontinuità occupazionale

Come le lampadine sui loculi. Sono migliaia ed alternano la loro precaria illuminazione, a seconda del tempo, dei tempi e delle opportunità. Così sono i lavoratori oggi, anche quelli indipendenti, condannati ormai anch’essi dalla flessibilità di domanda e offerta, che si traducono sul campo in solo concetto: crisi. Ma queste sole 5 lettere non sarebbero sufficienti a definire con nettezza i limiti di questo buco nero. Infatti sono mancati infatti gli interventi normativi per rendere davvero più aperto ed efficiente il mercato delle professioni. C’è un fantasma che si aggira per la penisola: è la discontinuità occupazionale.

(accedi al link per leggere l’articolo di Federico Pace da Repubblica.it)

Il giovane candidato targato Vendola vola in Sardegna

E’ Massimo Zedda, 35 anni, consigliere regionale di Sel di Nichi Vendola, che ha stracciato alle primarie (46 a 34) il mostro sacro diesse Antonello Cabras.

Di sicuro Zedda rappresenta l’incarnazione delle istanze di rinnovamento auspicate dalla base elettorale di Sinistra che ad ogni latitudine sembra riproporre uno schema antico eppur funzionale. Anche in Sardegna infatti, la bagarre delle primarie si è consumata con la solita perizia nello sferrare coltellate alle scapole, salvo poi nascondere l’imbarazzo dello scontro fratricida e controproducente dietro slogan futuristici dal chiaro sapore veterocomunista. Insomma anche sull’Isola c’è fermento e l’esito è tutt’altro che scontato. In una Regione di rara bellezza e di altrettanto rara autonomia, la posta in gioco è davvero alta.

maggiori approfondimenti su: http://www.repubblica.it/politica/2011/04/27/news/tra_palazzinari_e_disoccupati_l_outsider_targato_vendola_spaventa_la_destra_di_cagliari-15425358/