"Con il 51% di Chrysler la testa della Fiat sarà in America"

“Con il 51% di Chrysler la testa della Fiat sarà in America”, ha commentato il responsabile nazionale Auto della Fiom Giorgio Airaudo, che a caldo si è spinto ad aggiungere che “l’Italia sta per perdere il comando dell’industria nazionale dell’automobile e sarebbe importante almeno battersi per restare la succursale europea della Chrysler”.
Quella che poteva suonare come una provocazione ha trovato conferma qualche ora dopo nelle parole di John Elkann, che intervenendo al Tg5 si proponeva di rassicurare il Paese spiegando che il nonno “avrebbe approvato con un sorriso” un passo così significativo. Salvo poi ammettere che “siamo a Detroit, a Belo Horizonte, presto in Asia e abbiamo una presenza forte in Europa presidiata da Torino”. Insomma, ormai è superata la stucchevole querelle sul fatto che la città (presente nell’acronimo della Fiat dalla sua fondazione) rappresenti il cuore, la testa o un polmone del “corpo” della multinazionale: la spina dorsale è Oltreoceano.
Ne è convinta anche la leader della Cgil Susanna Camusso, che pone l’accento sulla “mancata presentazione del piano Fabbrica Italia” sacrificato sull’altare dello stillicidio di annunci riferiti al quadro statunitense, “dove sarà il futuro del gruppo”. Camusso sposta il discorso sulla ex-Bertone dove si sta arrivando al redde rationem tra la Fiom e gli altri sindacati, favorevoli all’investimento Fiat purché sia. Lo stesso sindaco Sergio Chiamparino ammette che il Lingotto “stia sbagliando, perdendo l’occasione di arrivare a relazioni industriali più partecipate”. La presidente di Confindustria Emma Marcegaglia mette le mani avanti invitando Sergio Marchionne a “mantenere la produzione in Italia, anche qualora l’esito del referendum fosse negativo”. La campagna è già partita (o meglio non si è mai conclusa) dato che il ministro Maurizio Sacconi plaude alla Fiat dei Due Mondi: “un player che rimane radicato nel nostro Paese, a meno che non ci siano forze che vogliono espellerlo, il che sarebbe assurdo”.
In realtà la Fiom vorrebbe trattenere il riottoso “player” giocando anche sul terreno giudiziario, perché non siano smantellate unilateralmente dall’impresa le regole conquistate dai lavoratori. Si terrà il 18 giugno al Tribunale di Torino la prima udienza per la causa indetta dalla Fiom contro la Fiat per la newco di Pomigliano.
I lavoratori provano a restare meno soli.
by Gianluca Gobbi

L'Italia, gli immigrati e l'Unione Europea: cosa si dice in Francia?

La situazione “emergenziale” dei migranti tunisini in Italia, i conflitti italiani con la Francia e l’Unione Europea e la deriva populista comunitaria in materia di immigrazione: un articolo di Le Monde spiega – in modo un po’ più chiaro rispetto a quanto siamo abituati – cosa sta capitando tra Roma, Parigi e Bruxelles.

Che cosa è successo di così grave perché il ministro degli Interni dell’Italia, paese fondatori dell’Unione Europea e storicamente a favore dell’Europa, evochi la possibilità di lasciarla?
A partire dall’inizio dell’anno circa 23.000 immigrati clandestini sono arrivati sull’isola italiana di Lampedusa, situata a 150 km di distanza dalle coste della Tunisia e a 200 km dalla Sicilia. Per un’isola di 20 km2 che conta circa 5.000 abitanti, il flusso è considerevole. Questi migranti sono per la maggior parte tunisini che scappano dal loro paese in seguito alla fine del regime di Ben Ali. Ma anche i migranti dell’Africa subsahariana – gli stranieri presenti in Libia, Egitto, Tunisia – cominciano allo stesso modo a raccogliersi verso il porto di Zarzis, mentre il regime di Gheddafi, come rappresaglia contro i suoi ex alleati italiani, spinge gli stranieri e i connazionali presenti sul suolo libico a partire verso l’Italia.
Di fronte all’importante flusso migratorio e alle sue conseguenze umanitarie (un barcone di migranti è stato rovesciato dalle onde il 6 aprile con il risultato di 250 dispersi, 11 altre persone sono state trovate morte il 31 marzo, due donne sono morte il 13 aprile) l’Italia ha provato nel bene e nel male a fronteggiare la situazione. Alcuni centri d’accoglienza provvisori sono stati creati in più regioni per dislocare sul territorio i migranti di Lampedusa. Di fronte alla richiesta da parte dei migranti dello status di rifugiato politico, e per evitare delle rivolte dentro i centri di accoglienza, il governo Berlusconi ha deciso di emettere dei permessi di soggiorno temporanei di tre mesi, nella speranza, abbastanza malcelata, che i cittadini tunisini decidano di sfruttare il diritto di libera circolazione nello spazio Schengen per raggiungere altri paesi, in particolare la Francia.
Questa decisione si spiega fondamentalmente grazie alla presenza nel governo della Lega Nord, partito che ha fatto della lotta contro l’immigrazione clandestina il suo cavallo di battaglia, ma si spiega anche con l’impossibilità di contenere la spinta migratoria. Il governo tunisino non sembra in effetti pronto a bloccare l’azione dei trafficanti di esseri umani che operano nel porto di Zarzis. L’espatrio di un certo numero di cittadini tunisini sembra al contrario essere visto positivamente, in quanto riduce la pressione sul mercato del lavoro nazionale. Il 5 aprile è stato siglato un accordo italotunisino sul rimpatrio forzato di un certo numero di migranti, dopo ore di negoziazione e svariate minacce di rottura delle relazioni tra i paesi: ma il contenuto dell’accordo è abbastanza nebuloso da permettere alla Tunisia di guadagnare tempo. Per il momento, sono una trentina i migranti respinti ogni giorno verso Tunisi.
Al momento del Consiglio Europeo dei Ministri dell’Interno, riunito in seduta straordinaria il 12 aprile, il ministro dell’Interno italiano Maroni sperava nell’applicazione della direttiva 55 del 2001, che regola l’afflusso massivo dei migranti. Questa direttiva, votata dal Consiglio Europeo ma ancora mai applicata, trova le sue radici nel conflitto balcanico. Da quando è entrata in vigore, garantisce un regime di protezione temporanea ai rifugiati che sono fuggiti da una zona di conflitto e prevede una sorta di ripartizione dei migranti tra i differenti stati membri dell’Unione. Era stata la Germania, che gestì l’arrivo di 600.000 profughi kosovari, a fare pressioni perché l’UE si dotasse di un tale strumento legislativo per le crisi future. Durante il Consiglio Europeo del 12 aprile un fronte unito guidato dalla Germania e dalla Francia ha però rifiutato la domanda italiana, innanzitutto con la motivazione che l’Italia si sta trovando ad affrontare un flusso di migranti “economici” e non di rifugiati politici, e in secondo luogo ritenendo che un flusso che va dalle 20 alle 30.000 persone sia perfettamente gestibile per un paese di 60 milioni di abitanti.
A ben guardare, l’Italia paga inoltre le lacune della sua politica europea. Il trattato di amicizia italolibico, firmato nel 2008, aveva permesso di controllare i flussi di immigrati clandestini verso l’Italia, cosa di cui hanno beneficiato indirettamente gli altri stati membri dell’Unione. Di fronte ai conflitti nordafricani, l’Italia costituisce di nuovo la porta d’ingresso del territorio europeo per i migranti che fuggono dai loro paesi. Tra il 2008 e il 2010 l’accordo italolibico ha garantito un certo controllo sui flussi migratori illeciti; pur sapendo di essere esposta in caso di “crisi migratoria”, l’Italia non ha mai pensato di giocare la carta europea, e non ha proposto una politica comunitaria in materia di immigrazione. Il governo Berlusconi ha preferito affrontare il problema in modo populista, votando una legge come la BossiFini, che in modo demagogico mette sulla carta delle severe restrizioni all’ingresso di migranti clandestini sul suolo italiano, ma che di fatto ha pochissimo effetto sui flussi migratori e che si accompagna alla regolarizzazione massiva di clandestini già presenti sul territorio.
Silvio Berlusconi e il suo governo sembrano oggi totalmente isolati sulla scena europea, come se gli ultimi scandali che hanno travolto l’immagine del primo ministro italiano avessero definitivamente reso il suo governo infrequentabile a Bruxelles. Ma a parte le questioni di costume, è necessario constatare che il Cavaliere ha voluto ritarare la politica estera italiana su tre assi  gestione dell’immigrazione (per soddisfare la Lega Nord), messa in sicurezza dell’approvvigionamento energetico e aumento della competitività dell’economia italiana nelle esportazioni  spingendo l’Italia a privilegiare relazioni bilaterali con partner poco raccomandabili (come la Libia, la Bielorussia e altri) e riducendo il suo peso specifico all’interno dell’Unione Europea e della NATO. Dopo che Silvio Berlusconi e i ministri della Lega Nord hanno lungamente stigmatizzato l’UE, vista come freno alla politica estera italiana, non stupisce oggi che l’Italia non riceva il sostegno e la solidarietà dei paesi membri.
Tuttavia, il veto francotedesco alla richiesta italiana di solidarietà non solo non smuove la situazione ma mostra l’inadeguatezza politica dell’Europa. É infatti difficile non vedere i contesti elettorali e la posta in gioco della politica nazionale, nella decisione del ministro dell’interno francese Claude Guéant (in particolare in reazione al crescente successo di Marine Le Pen nei sondaggi), di rinforzare in modo drastico i controlli alla frontiera di Ventimiglia, o nel rifiuto del suo pariruolo tedesco, HansPeter Friedrich, di soddisfare la richiesta italiana. Queste posizioni rispondono in verità alle stesse logiche che guidano molto di sovente le azioni del governo italiano.
Alla fine, la riunione del 12 aprile avrà mostrato una volta di più dei membri di governi incapaci di guardare al di là della prossima sfida elettorale nazionale. E il possibile fallimento delle operazioni NATO in Libia e i difficili scenari che si aprono dopo le rivolte in Tunisia ed Egitto non lasciano sperare che i vari futuri candidati smettano di parlare in questi termini di immigrazione. Presa in ostaggio dalle questioni di politica nazionale, l’UE non avrà molte possibilità di dare vita ad una politica comune giusta ed equilibrata in materia d’immigrazione. E questa paralisi rischia solo di rafforzare i discorsi xenofobi e populisti.


Traduzione di Elena Bissaca

leggi l’articolo originale al link

Dio, etica e bavaglio: il nuovo corso ungherese

Si respira aria stantia in Ungheria, la stessa che si respirava negli anni trenta, prima che il paese precipitasse in un lungo sonno sovietico.
Il nuovo testo della nuova costituzione, omette di chiamare Repubblica lo stato Ungherese e punta invece sul solito appoggio della cristianità sopita, ma buona per ogni stagione, unito  ad una pericolosa identificazione tra nazione politica e nazione etnica. Prova ne sia il diritto al voto per le minoranze che vivono negli stati limitrofi, mossa che potrebbe comprensibilmente irritare paesi come Slovacchia, Romania, Serbia e Ucraina.
L’opposizione abbandona l’aula e accusa il premier Viktor Orban di voler “istituzionalizzare una dittatura”, la UE tace pavidamente mente Ban Ki Moon si rigira la frittata tra le mani invitando l’Ungheria a chiedere consiglio. All’Ue e all’ONU. Sovranità, questa sconosciuta.
per maggiori dettagli: http://www.repubblica.it/esteri/2011/04/19/news/ungheria_costituzione-15118085/?ref=HREC1-10

Comune, escluse otto liste fuori anche "Bunga bunga"

Otto liste e due candidati sindaci esclusi dalla lista dei competitors per la Sala Rossa e per le Circoscrizioni.
Chi per vizi di forma – ma è già scattata la santa proroga – chi per apologia di fascismo, chi per manifesta volontà di intorbidire, depistare, confondere. In forse anche altre liste.
I dettagli: http://torino.repubblica.it/cronaca/2011/04/18/news/comune_escluse_otto_liste_fuori_anche_bunga_bunga-15073913/

Corsi e ricorsi?

Sono passate poche ore dalla deposizione delle liste elettorali, ma siamo di nuovo di fronte ad una bagarre di ricorsi previsti e minacciati, e ad una babele di liste civetta e di trappole per elettori disattenti.
Addirittura 4 liste sosterranno 4 Coppola diversi, Michele Coppola, l’assessore, Domenico Coppola, il consigliere della circoscrizione 3 candidato da Rabellino (ve lo ricordate?), Cosima Coppola moglie di un europarlamentare UDC che sosterrà Musy con una lista di sole donne. Per finire, forse la più tragicomica, la lista CoPoLa – Comitato Polo Latinoamerica, lista spedita dalla Colombia (??) che si candida con la lista Forza Juve, No nucleare No immigrati e Bunga bunga – più pilu per tutti.
Anche a sinistra non manca la confusione, presunte irregolarità sulla lista collegata con il pasticcio politico Verdi-Verdi vs Piemonte Europa Ecologia.
Ovviamente non manca nemmeno Michele Giovine che sebbene non si candidi è riuscito ad infilare in lista 5 candidati già protagonisti dello scandalo delle firme false delle elezioni regionali…
Il quadro sembra alquanto sconfortante, direi forse deprimente. Dopo i balletti di ricorsi al tar del dopo Cota, sembra ormai essere diventata una tattica consolidata la creazione di situazioni torbide che possano in qualche modo dare adito a critiche sulla legittimità o meno delle vittorie elettorali.

Karl Popper diceva: ” Io affermo che il nostro mondo, il mondo delle democrazie occidentali, non è certamente il migliore di tutti i mondi pensabili o logicamente possibili, ma è tuttavia il migliore di tutti i mondi politici della cui esistenza storica siamo a conoscenza.”

Forse oggi bisogna sforzarsi un po’ per credere a questa frase, ma c’è bisogno di credere, per questo dobbiamo fare tutti un passo avanti, perchè se non ora, Quando?

http://www3.lastampa.it/torino/sezioni/politica/articolo/lstp/398226/

Sentenza Thyssen – Omicidio volontario

Dopo più di 3 anni arriva una sentenza storica. I vertici di Thyssenkrupp condannati per omicidio volontario.
Un passo importante per sancire e ribadire il diritto primario di tutti i lavoratori, il diritto a rientrare a casa integri tutte le sere.
In un mondo dove gli incidenti sul lavoro vengono valutati e trattati come variabili sul profitto, come semplici fattori di un’equazione che deve risultare sempre positiva , questa sentenza rappresenta una svolta.
Abbandonati a loro stessi. Inesperti e senza guida. In un ambiente insalubre, senza le protezioni adeguate, senza garanzie sullo stato dei macchinari e con l’assillo continuo della manutenzione straordinaria, sotto pressione continua per una produzione che deve continuare.
Operai spediti su un avamposto in smobilitazione, a lavorare secondo un freddo rischio calcolato. Il prezzo di tale azzardo è costato sette vite, ha lasciato una ferita che non sana, ha solcato nuovamente la differenza tra il paese reale e quello virtuale.
Oggi, quella differenza ha assunto un significato meno grossolano, storico, di buon auspicio.
I responsabili sono stati condannati: omicidio colposo con dolo eventuale per l’amministratore delegato, cooperazione in omicidio colposo per i manager. Sedici e dieci anni rispettivamente. Severo. E giusto
La sentenza di questo processo dà però maggiore impulso alla necessità di riportare la giustizia ad occuparsi dei problemi reali del Paese. E’ fondamentale quindi continuare a esigere un confronto più serrato e concreto sui temi dell’occupazione e quindi della sicurezza sul lavoro. Infatti oggi qualsiasi risarcimento o anno di carcere, se mai verranno scontati, non vale la perdita di una sola di quelle persone che quella notte, si trovavano li non per i padroni, ma per l’avvenire delle proprie famiglie e la dignità del proprio lavoro. Dignità che non fu loro concessa, perché abusata dal ricatto, silenzioso e tangibile, del prendere o lasciare.

http://www3.lastampa.it/cronache/sezioni/articolo/lstp/398125/

il business del negazionismo

L’ennesima cattedra, questa volta a Milano, che diventa caso mediatico. L’ennesimo professore che, vero o falso che sia, è accusato di ridimensionare la Shoah, di negarla.

Siamo stanchi di questo business del negazionismo, di chi ne ha bisogno per far parlare di sé ma anche di chi lo cerca insistentemente in ogni scuola della penisola. Crediamo che il Giorno della Memoria sia un’occasione per tutti noi, e in particolare per i giovani, per crescere guardando e provando a capire il cuore del Novecento. Per questo abbiamo portato migliaia di ragazzi a sentire il silenzio assordante di Auschwitz e Birkenau, li abbiamo preparati, li abbiamo accompagnati. Li accompagniamo ogni anno, per dar loro degli strumenti in più per impegnarsi oggi. Per rendere il passato la forza che li spinge a costruire un futuro migliore. Non celebriamo nessun “mito fondativo”, questo è sicuro.

Scriviamo queste righe con dolore nel giorno in cui un grande eroe del nostro tempo, Vittorio Arrigoni, non è più tra noi. E non possiamo non pensare al Treno della Memoria dell’anno scorso, partito un mese dopo l’inizio dell’operazione “Piombo Fuso”, non possiamo non ricordarci le parole che Vittorio scriveva, le parole con cui chiedeva di restare umani.
Quell’edizione del Treno noi la dedicammo proprio a Gaza.

http://milano.repubblica.it/cronaca/2011/04/14/news/la_prof_negazionista_del_manzoni_basta_con_il_mito_dell_olocausto-14910024/

http://www.cloroalclero.com/?p=6196#more-6196http://www.cloroalclero.com/?p=6196#more-6196

gestione dell'accoglienza scaricata sui territori e retorica dell'invasione: questa la politica di Maroni

Dal nuovo numero di Arcireport, riprendiamo una breve ed efficace sintesi della gestione “confusionaria e cialtrona” dei migranti tunisini da parte del governo italiano, tra polemiche con l’Europa e decentramento della questione a livello di enti locali.

Per due anni la politica sull’immigrazione del Ministro Maroni si è concentrata solo sugli aspetti repressivi, ignorando il tema dell’integrazione. Sono state fatte scelte tendenti a esternalizzare le frontiere affidando a governi di altri Paesi lo spiacevole compito di fermare i migranti, per impedire loro di raggiungere le nostre coste e costringerli a viaggi più costosi e pericolosi. A questo scopo sono stati stipulati accordi con i dittatori del nord Africa, proseguendo una prassi inaugurata dal centro sinistra. Saltati alcuni di quei regimi, la voglia di libertà e di futuro si è anche tradotta in nuovi flussi migratori di giovani in cerca di lavoro. Certo non rifugiati. Ma una collettività ampia che per le caratteristiche (per lo più giovani uomini) e il contesto di partenza (instabilità politica e incertezza sul futuro) si configura come un flusso di massa a seguito di eventi straordinari. Questa circostanza è stata negata per mesi dal nostro Ministro che, mentre lamentava l’assenza dell’Europa, non avviava la procedura per consentire l’eventuale applicazione della direttiva sulla protezione temporanea. Un rapporto, quello con l’UE su questa vicenda, nato male e proseguito ancor peggio. Il governo si è visto alla fine costretto ad applicare l’articolo 20 del Testo Unico sull’immigrazione, sperando di utilizzarlo per scaricare sugli altri Paesi europei l’arrivo dei migranti tunisini. E lo ha fatto sfacciatamente, dichiarando apertamente che la protezione temporanea sarebbe dovuta servire come lasciapassare verso Francia e Germania. Solo l’infinita arroganza di chi ci governa poteva immaginare una risposta diversa da quella che c’è stata, considerando anche la ristrettezza dei numeri per Paesi che in passato ne hanno accolti molti di più. Verrebbe da dire: ve lo siete cercato il no dell’Europa! Se in ballo non ci fossero la vita e le speranze di migliaia di persone che andrebbero aiutati a raggiungere, se lo vogliono, parenti e amici fuori dall’Italia.

Nel frattempo il ministro dell’interno francese ha diramato una circolare nella quale precisa quali sono le condizioni per accedere in Francia. Si tratta semplicemente di quanto stabilito dalle norme europee per i migranti regolari che vogliono soggiornare per brevi periodi in Paesi diversi da quello di residenza. I tunisini che dimostreranno di avere un indirizzo presso cui recarsi, di disporre di 31 euro al giorno, di essere in possesso di un permesso e di un documento di identità internazionale potranno entrare in Francia e circolare liberamente per 3 mesi.

Resta sul territorio la gestione di una accoglienza difficile, perché l’invio delle persone è stato deciso centralmente in maniera confusa e cialtrona. Tutto sulle spalle delle regioni e dei comuni senza fornire informazioni precise, sperando in realtà che molti fuggissero per evitare così di dover affrontare i problemi legati a una permanenza di lungo periodo. Resta anche un clima avvelenato dalla retorica dell’invasione, che scava un solco sempre più profondo tra italiani e stranieri. Sarà lungo e difficile riempire questo solco.

leggi Arcireport di questa settimana al link

Studenti piemontesi alla scoperta della memoria: il conflitto in Bosnia

Quasi due decenni sono passati da quando nel cuore slavo dell’europa si scatenò il massacro. I fatti che sconvolsero i Balcani durante gli anni novanta hanno trascinato le loro conseguenze politiche e sociali fino ai giorni nostri.  In Bosnia, ancora oggi, si respirano i residui di quella lotta fratricida innescata da una storia troppo complicata per risolversi con la semplice caduta di un muro, foss’anche solo ideologico.

E’ così che la Regione, in collaborazione con le Province piemontesi e la Direzione dell’Ufficio scolastico Regionale, ha pensato il progetto: un viaggio dentro la memoria collettiva e recente degli europei, divisi da Noi da un breve e spesso violato braccio di mare, riservato a sessanta studenti delle scuole medie superiori delle province di Alessandria, Asti, Cuneo, Novara, Torino, Verbania e Vercelli. Dal 9 al 13 aprile questi ragazzi avranno l’opportunità di vedere coi propri occhi, sentire e toccare le cicatrici di una storia che solo recentemente ha visto diradarsi la cortina fumogena che l’avvolgeva.

per saperne di più: http://www3.lastampa.it/torino/sezioni/cultura/articolo/lstp/397450/

12 Aprile 1961 Jurij Gagarin ci regala lo spazio

Si dice che le onorificenze elargite da un paese che non esiste più, siano pesanti da portare. Nel caso dell’ex Impero Sovietico, il peso diventa spesso pure imbarazzante, di quell’ imbarazzo velato di malinconia per un sogno che si è materializzato, si, diventando un incubo.

Un’eccezione  la merita forse la storia di Jurij Alekseevič Gagarin, pioniere sovietico del cosmo ed anche, in quelle prime fluttuazioni vicino alle stelle, ambasciatore provvisorio della nostra specie.

Lo spazio lo conquistò per primo, nel 1961, il sedicente Paese dell’uguaglianza universale e sembrava che, dopo Laika, la cagna, e Yuri mancasse solo un guinzaglio abbastanza lungo per completare la passeggiata nello spazio. Quel morbido volteggiare si concluderà però otto anni dopo con il successivo “grande passo per l’umanità” ,  l’allunaggio, questa volta marchiato stelle e striscie e trasmesso in diretta planetaria.

Dopo il 1969 l’impresa di Yuri passò in secondo piano quando, nonostante fosse diventato Eroe dell’Unione Sovietica, l’era spaziale aveva ormai superato i limiti dello stupore umano. Oggi l’URSS non esiste più, si è dissolta da un giorno all’altro, come un quadro che d’improvviso abbandona la propria parete. Ma rimane in Noi la speranza che l’innocenza perduta possa un giorno tornare sui propri passi e farci esclamare ciò che a Jurij, scavalcando il protocollo inamidato e severo dell’aeronautica sovietica, quasi scappò per la vastità dell’emozione, impossibile da contenere anche per un ufficiale ben addestrato: “Da quassù la Terra è bellissima, senza frontiere né confini […] Che meraviglia. È incredibile”

Il nostro augurio è che torni ad esserlo, soprattutto da quaggiù.

da La Stampa: http://multimedia.lastampa.it/multimedia/nel-mondo/lstp/36788/