le rivolte arabe, i limiti dell'Europa e la sovranità del panico

Mentre nel mondo arabo e nordafricano continuano a sollevarsi rivolte che la nostra ristretta prospettiva non riesce a leggere secondo una lente adeguata, in Europa e in Italia il problema pare essere uno solo: quello dello “tsunami” di migranti, vissuto ancora una volta come un’invasione da combattere chiudendo nel modo più ermetico possibile le frontiere esterne ed interne dell’Unione, senza la predisposizione di nessuna  linea politica adeguata ad affrontare un’emergenza che rischia ancora una volta di sfociare nel panico collettivo verso “l’altro”.

Due articoli sui nostri limiti:

” One challenge facing observers of the uprisings spreading across north Africa and the Middle East is to read them as not so many repetitions of the past but as original experiments that open new political possibilities, relevant well beyond the region, for freedom and democracy. Indeed, our hope is that through this cycle of struggles the Arab world becomes for the next decade what Latin America was for the last – that is, a laboratory of political experimentation between powerful social movements and progressive governments from Argentina to Venezuela, and from Brazil to Bolivia. […] These Arab revolts ignited around the issue of unemployment, and at their centre have been highly educated youth with frustrated ambitions – a population that has much in common with protesting students in London and Rome…”

leggi l’articolo su http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2011/feb/24/arabs-democracy-latin-america

Non ci interessa quel che fa Gheddafi (vagamente parliamo di massacri, in parte avvenuti in parte potenziali). Non ci interessano neanche gli insorti, le loro intenzioni. Il mondo è in mutazione ma noi siamo lì, chiusi in un recinto fatto di ignoranza volontaria: come se esistesse, oltre alla guerra preventiva, un non-voler sapere preventivo. Credevamo di aver spostato le nostre frontiere più in là, lungo le coste libiche, ben felici che a gestire l’immigrazione fosse il colonnello coi suoi Lager, invece nulla da fare. Il muro libico crolla e i detriti son tutti a Lampedusa e la maggioranza stessa degenera in detrito: con Bossi che offre come soluzione lo slogan “föra di ball”, con il Consiglio dei ministri che salta, con Berlusconi che di persona andrà nell’isola campeggiando – ancora una volta – come re taumaturgo…”

leggi l’articolo su http://temi.repubblica.it/micromega-online/lampedusa-e-la-sovranita-del-panico/

Monsignor Nosiglia in visita al Dado di Settimo: "un buon esempio"

Il vescovo garantisce sulla volontà di continuare a collaborare con le istituzioni ed i movimenti civili per affrontare l’emergenza, senza dimenticare “le altre tematiche, quelle che riguardano la mancanza di lavoro, la povertà, la difficoltà delle famiglie“.

La chiesa come collante fra le parti, un mastice divino che permetta di coordinare in armonia “istituzioni di colori diversi” affinchè “collaborino”  nelal speranza che  “cattolici e laici saltino le divisioni classiche e che lavorando in rete non ci si metta medaglie e non ci si accusi”. Infine la chiosa sugli immigrati: “dobbiamo sostenere la cultura della solidarietà“.

Leggi l’articolo su La stampa.it:  http://www3.lastampa.it/torino/sezioni/cronaca/articolo/lstp/397365/

Tunisini liberati

Da La Stampa http://www3.lastampa.it/torino/sezioni/cronaca/articolo/lstp/397259/

Una seconda liberazione per 80 tunisini a Torino, usciti Sabato mattina dal CIE e ora accolti da una rete di associazione laiche e cattoliche su tutto il territorio di Torino e dintorni. Nelle parrocchie, nei centri accoglienza, nelle sedi delle associazioni, persino al Dado di Settimo, vivranno per i prossimi 4 gironi queste persone in attesa del permesso con il quale tentare un’improbabile viaggio verso la Francia per ricongiungersi ai propi parenti che la risiedono.
Rumorossissimo il silenzio del comune di Torino, della provincia e della regione, visibile la loro assenza.
Ancora una volta la società civile, senza sostegno e senza aiuti si sostiutuisce ad una politica e ad una amministrazione assente.
Per fortuna in Italia esistono ancora queste reti di realtà che pensano che i problemi vadano affrontati per essere risolti e non per ottenere consensi.

Roberto Forte

L'Italia ha la maglia nera negli aiuti

Da la Repubblica http://www.repubblica.it/solidarieta/cooperazione/2011/04/08/news/ocse_nella_lotta_alla_povert_l_italia_ha_la_maglia_nera_negli_aiuti-14681641/?ref=HREC1-11

In questi giorni di grande attenzione sulla questione immigrazione e sulle vicende libiche appare una notizia che non farà sobbalzare nessuno sulla sedia. L’Italia è il paese che in Europa investe di meno nella cooperazione internazione per l’aiuto ai paesi in via di sviluppo.
Questa notizia passerà quasi completamente sotto silenzio, ne parleranno alcuni giornali, non ne parleranno le televisioni eccetto forse qualche rara eccezzione, non ne parlerà la gente.
Eppure di fronte a questi dati, per altro per nulla sorprendenti per chi si occupa di questi temi, si dovrebbe squarciare un velo di Maya invece questa nostra Italia rimane una nostra curiosa rappresentazione.
Perchè si parla costantemente del rischio immigrazione, di ondate migratorie, di pericolo islamico, di conflitto culturale. Assistiamo quotidianamente a balletti grottescamente razzisti spesso imbellettati come ad uno spettacolo di burlesque, mascherati da bisogno di sicurezza, necessità del quito vivere.
Sicuramente non voglio arrogarmi il diritto di fornire soluzioni globali al problema dell’immigrazione ma di una cosa sono certo, se non si lavora per riequilibrare le richhezze e le opportunità su questo pianeta di sicuro non si troverà mai una soluzione ai problemi dei migranti, problemi per chi è costretto a migrare e problemi per chi deve volente o nolente fare i conti con l’accoglienza.

Roberto Forte

Thyssen: la più grande tragedia sul lavoro in Italia

Si avvicina la sentenza sulla Thyssen, abbiamo costantemente seguito e supportato le famiglie delle vittime durante il processo e durante questi lunghi anni di attesa. Chiediamo giustizia perchè non esiste lavoro senza sicurezza, il primo diritto di ogni uomo e ogni donna è quello di poter tornare a casa la sera!

Da La Repubblica http://torino.repubblica.it/cronaca/2011/04/08/news/alla_thyssen_la_pi_grande_tragedia_sul_lavoro_in_italia-14662300/

La difesa sminuisce questo evento, ma ci troviamo di fronte alla più grande tragedia sul lavoro che si sia mai verificata in Italia in periodo recente. Per trovarne una più grave dobbiamo andare indietro fino al 1987, con la morte dei 13 lavoratori della Mecnavi sulla nave Montanari nel porto di Ravenna”. Lo hanno detto nella loro replica, nell’aula della Corte d’Assise, i pubblici ministeri Laura Longo e Francesca Traverso alla ripresa del processo sull’incendio della Thyssenkrupp in cui sette operai persero la vita il 6 dicembre 2007.
”Si è trattato – hanno continuato i pm – di un infortunio gravissimo per il contesto in cui è maturato. Sono state morti annunciate: in quello stabilimento rischiavano la vita ogni giorno e ogni notte. E se non fosse capitato a loro sarebbe capitato ad altri. Se gli impianti di rilevazione e spegnimento fossero stati installati sulla linea 5 – ha aggiunto l’accusa – avrebbero sicuramente evitato la morte dei sette operai”. E, sull’amministratore delegato Harald Espenhahn, accusato di omicidio volontario con dolo eventuale, i pm hanno sottolineato che “conosceva bene le norme tecniche e sapeva cosa bisognava fare sulla linea, tuttavia non ha fatto nulla e ha continuato a non fare nulla. Questo è il dolo”.
Dopo di loro ha preso la parola il procuratore Raffaele Guariniello che, per evitare una lunga disquisizione orale, ha depositato una memoria scritta di 223 pagine e ha poi affrontato i dieci punti più rilevanti del processo. “Qualcuno – ha detto, ricordando le richieste di condanna (16 anni e mezzo per Espenhahn, da 9 a 13 anni e mezzo per gli altri cinque imputati) – ha parlato di richieste di pena troppo alte o troppo basse. Ma in realtà ci siamo fatti guidare esclusivamente da scienza e coscienza. Le nostre richieste non sono ispirate da spirito di vendetta, come hanno detto alcuni legali, ma sono proporzionate ai reati. Per esempio, per la tragedia del Mulino Cordero di Fossano il titolare fu condannato a otto anni con giudizio abbreviato, il che significa che con rito ordinario la condanna sarebbe stata a 12 anni. E in quel caso furono contestati solo l’omicidio colposo e l’omissione di cautele antinfortunistiche”. 
Riguardo ai profili di colpa ipotizzati dalla difesa a carico dei lavoratori, ha aggiunto: “Quasi non c’è processo per infortuni in cui il datore di lavoro non abbia tentato di addossare la colpa ai lavoratori. Credo che sia successo anche qui”. Circa l’accusa di omicidio volontario con dolo eventuale mossa nei confronti dell’amministratore delegato, il pm ha infine richiamato le 43 sentenze di Cassazione “che fondano la responsabilità di Espenhahn”.