Anno 2586 – Bentornati a Chernobyl

Forse non lo sapevate, ma la centrale di Chernobyl ha continuato a funzionare fino al 2000, a basso regime, per illuminare lampadine a Kiev.
Fino ad oggi, invece, il Governo Ucraino ha dichiarato che le vittime in qualche maniera legate al disastro sono circa ottomila, mentre i rapporti indipendenti delle organizzazioni ambientaliste sospettano che essi siano e siano stati molti di più, in uno scenario nel quale ancora oggi, a distanza di ventisei anni, il cancro alla tiroide – sintomo più lampante del flagello radioattivo – è la causa di mortalità più alta. Il 25 e 26 aprile 1986, il mondo annotava sulla propria agenda una località, poco ridente già di suo, che avrebbe incarnato il simbolo di una tecnologia ancora grezza e rischiosa se non monitorata con la massima scrupolosità ed attenzione. Ancora più rischiosa in un paese come l’ex Unione Sovietica, di cui l’Ucraina ha fatto parte sino al 1991, un blocco monolitico fatto di segreti e disinformazione di massa. Non a caso ai primi cinquanta vigili del fuoco che accorsero sul luogo del disastro per sedare le fiamme incontrollate divampate dopo l’esplosione del reattore, non venne detto nulla circa la reale entità della situazione nè tantomeno vennero date loro protezioni specifiche contro le radiazioni. Mentre ancora tenevano, da eroi del sacrificio socialista, la manichetta in mano già vomitavano e svenivano in preda alle devastanti ustioni. Morirono tutti nel giro di pochi giorni. A poco meno di tre chilometri invece, sorgeva Pripjat’, cinquantamila anime ignare di tutto, anche dell’energia atomica che prima le avrebbe rifornite di energia socialista e poi le avrebbe, secondo la medesima dottrina, cacciate di casa in un’ evacuazione avvenuta in tutta fretta e secondo le consuete, patetiche, misure di sicurezza sovietiche. Si calcola che sarà possibile per l’uomo tornare a vivere nella zona intorno al 2586 oppure, con il massimo dello scrupolo possibile – e legittimo – nel 49.986. Complimenti a tutti, insomma. Certo; fu colpa dell’approssimazione, della disattenzione, dell’errore umano che tradì la tecnologia del futuro. Tant è che l’investimento sul nuclerare non si è mai prosciugato ma anzi è tornato oggi prepotente nell’agenda di ogni governo, occidentale e non, alla voce: politiche energetiche. Fino al 2011. Dopo Fukushima, primo disastro nucleare in diretta TV, si è capito che, tralasciando l’impossibilità – reale e non mistificata – di smaltirne in rifiuti, la teconologia nucleare è un territorio di frontiera dove le vittime collaterali non possono adire alcun tribunale, nè impugnare alcuna sentenza. Ai Giapponesi, maestri di auto-controllo e dello sfoggio di unità nazionale, il gioco è sfuggito come il cameriere equilibrista che scivola sulla buccia di banana e molla il vassoio sugli attoniti astanti. Per calcolo opportunistico il nostro Governo ha deciso subdolamente di rinuciare al referendum di giugno per evitare di far esprimere al popolino un parere non richiesto – da almeno vent’anni e su tutto – riguardo il legittimo impedimento: l’Italia sospende infatti il programma nucleare. Lo chef consiglia minestrina per il momento, causa esaurimento scorte di uranio.  Forse è un bene, veramente comune questa volta; a noi Italiani, probabilmente, sarebbe andata a fuoco l’intera cucina.
By Fulvio Visentini
Per ulteriori dettagli sul disastro di Chernobyl – e le sue conseguenze –  e per un maggiore approfondimento sul tema nucleare:
http://www.progettohumus.it/

Diario di guerra e dintorni 11

Dunque era un inganno, un altro inganno del criminale a spese della martoriata popolazione di Misurata, la Sarajevo di questo inizio secolo, fatemelo ripetere a costo di annoiarvi.
Nei telegiornali (quasi tutti) Misurata viene dopo l’avvocato Lassini (la pancia del pdl,come dice il famiglio del premier Sallusti, anche se io avrei usato come descrizione altre parti del corpo) e dopo il matrimonio del bamboccione inglese.
Eppure le immagini, che ora hanno cominciato ad arrivare sono eloquenti, si tratta di un massacro.
Il criminale aveva dichiarato che l’esercito si ritirava da Misurata e lasciava il compito di “pacificare” alle tribù. Chi conosce un poco le cose libiche si sarà stupito, quali tribù? Tra quelle che hanno un vero peso politico e militare solo i Khaddafia, la tribù del criminale, sono schierati dalla sua parte. I Warfalla, storici alleati, paiono sull’aventino a guardare come andrà a finire. Gli Zuwayya, i Furjan ed i Sabba, per citare quelle vicine a Misurata, non hanno mai amato il regime.
Dunque? Era un imbroglio. Dato che i droni USA avevano iniziato a picchiare sui regolari, questi si sono ritirati momentaneamente, si sono spogliati delle divise ed hanno ripreso i bombardamenti come “esercito popolare” delle tribù.
Misurata resta dunque il cuore della battaglia, il ricatto del colonnello, la vergogna del mondo che assiste senza esercitare la pressione dovuta sui governi, perchè si tenti SERIAMENTE di venirne fuori prima che il conto delle vittime diventi altissimo.
Oggi però dobbiamo iniziare seriamente a parlare di Siria e Yemen.
Nello Yemen, malgrado la proclamata volontà del dittatore Saleh di andarsene, la gente non si fida e le manifestazioni, con scontri anche sanguinosi continuano. Gli USA monitorano da vicino la situazione perchè sanno benissimo che in Yemen c’è Al Quaeda che ha una presenza non piccola nelle provincie del sud del paese. In più lo Yemen è un paese molto povero,molto arretrato,con strutture inesistenti. Un paese dove la maggioranza della popolazione lavora solo al mattino ed il pomeriggio lo passa a masticare quat, la cosiddetta droga dei poveri. In cui le donne sono ancora escluse totalmente dal processo economico e la tradizione, più che la religione vera, la fa da padrone. In cui le tribù hanno un peso reale nell’amministrazione del paese. Insomma, un bel puzzle da risolvere.
Molto più complicata la questione Siria e le complicazioni sono molte.
La prima è di facile comprensione:guardate la cartina geografica ed i confini della Siria e vi renderete conto di come una destabilizzazione vada ad interessare l’area più bollente della regione.
Israele, Libano, Iraq, per non parlare della Giordania. Con quali risvolti possibili?
Eppure la Siria è un paese che ha una sua struttura ed una società organizzata,malgrado i decenni di dittatura del partito Baath e della famiglia Assad, prima il padre Hafez ed ora il figlio Bashar.
Bashar ha promesso maggiori libertà ed ha abrogato la quarantennale legge marziale instaurata da suo padre, ma non sembra dominare la situazione. Gli apparati repressivi soffiano sul fuoco, sparano, arrestano, reprimono, vogliono dimostrare che la libertà, tra molte virgolette, diventerebbe caos a vantaggio degli “estremisti islamici”, ovviamente.
L’esercito tentenna,ma anche qui come in Egitto è forte e presente a tutti i livelli nel paese.
Il tribalismo, malgrado le repressioni, conserva una importanza non trascurabile. In più la Siria ha un ferreo patto di assistenza militare con l’Iran che non permetterebbe a cuor leggero un cambio che mettesse fuorigioco la minoranza alauita a vantaggio della maggioranza sunnita (gli alauiti o alawiti sono una setta separata dagli sciti).
Gli stessi dimostranti che chiedono un cambio nel sistema politico e la fine dell’autocrazia, giovani e donne che chiedono dignità e libertà guardano con timore ad una caduta di Assad che potrebbe trascinare il paese nel caos e metterlo nelle mani degli estremisti. Sanno che la battaglia per i loro diritti sarà lunga, complicata e, temiamo,sanguinosa, ma non ci sono alternative. La primavera araba ha bisogno di tempo, pazienza e molto aiuto da parte nostra: non vedo chi sia disposto a darlo.
Domani si incontrano Berlusconi e Sarkosi per discutere di migranti e gettare del fumo sul popolo bue. Le posizioni sono distanti. Speriamo la risolvano a testate.

Resistenze

Il 25 aprile è un giorno per ricordare, ricordare chi nel nostro paese fece una scelta. Un giorno per ricordare chi sacrificò la propria vita, chi decise che non si poteva essere felici in un mondo dove altri soffrivano.
Il nostro paese deve la sua democrazia, la sua libertà, il suo benessere a tutte quelle donne e quegli uomini che decisero, che si schierarono.
Ma io credo che il 25 aprile sia anche un momento per riflettere sulle resistenze che oggi ci circondano. Per riflettere su tutte quelle donne e quegli uomini che oggi sono costretti nel mondo a dover fare scelte simili, a dover prendere posizione, a doversi sacrificare per il bene del proprio paese, dei propri figli, del proprio popolo.
Il mio pensiero allora corre a tutti quei giornalisti che nel mondo si battono e muoiono per poter raccontare la verità, in Russia come in Messico, in Cina come in Iran.
Il mio pensiero va ai ribelli di Misurata, a Mohamed Bouazid, ai manifestanti in Egitto, in Sirya, in Yemen.
Il mio pensiero va a Vittorio Arrigoni, agli abitanti di Gaza, ai Palestinesi che ogni giorno sfilano in code interminabili ai posti di attraversamento del nuovo Muro.
Il mio pensiero va ai testimoni di giustizia e a tutte le associazioni che in Italia e nel mondo lottano ogni giorno contro le mafie.
Potrei fare un’elenco lunghissimo, dentro cui ci si potrebbe perdere, sono tanti i luoghi e i paesi dove oggi ci sono persone che resistono, che si oppongono e che scelgono.
Lascio con una citazione dal Galileo di Bertold Brecht che mi sembra appropriata:
Discepolo: “Sventurata la terra che non ha più eroi!!”
Galileo: “No! Sventurata la terra che ha bisogno di Eroi!”
By Roberto Forte

giustizia e morti sul lavoro

E’ passata una settimana dalla sentenza del tribunale di Torino in merito ai fatti della ThyssenKrupp, che ha visto la condanna dell’Amministratore Delegato Espenham per omicidio colposo con dolo eventuale. E’ la prima volta, in Italia, che un caso di morte sul lavoro viene letto come omicidio volontario. E’ un precedente che può fare scuola? Probabilmente sì, a giudicare dalle reazioni delle varie unioni industriali d’Italia, reazioni che indicano quanto la pronuncia di Torino rappresenti una stretta rispetto alla responsabilità dei datori di lavoro e all’attenzione dovuta ad ogni singolo lavoratore, che solo a carissimo prezzo può cadere vittima di qualche “incidente”.

Ecco come la Fiom Cgil, parte civile al processo di Torino, ha commentato la sentenza:

“La sentenza della Corte d’appello del Tribunale di Torino, che ha condannato tutti gli imputati nel processo ai dirigenti della ThyssenKrupp, è un atto di giustizia non solo nei confronti dei sette lavoratori morti nel dicembre del 2007, ma anche nei confronti di tutti i lavoratori uccisi sul lavoro.”

“Si tratta di una sentenza spartiacque perché, per la prima volta, viene riconosciuto colpevole di omicidio volontario, con dolo eventuale, l’Amministratore delegato, e con lui tutti gli altri dirigenti, per la decisione di far ripartire la produzione in uno stabilimento ove le norme di sicurezza non erano di fatto esistenti e garantite.”

“La sentenza afferma che ci deve essere una responsabilità sociale delle imprese e che la vita, la salute e la sicurezza dei lavoratori sono un obbligo non derogabile anche a fronte di necessità e urgenze produttive.”

“Quella di Torino è una sentenza che potrà servire in tanti altri processi per omicidi sul lavoro, a cominciare dal processo nei confronti della Saras di Cagliari per la morte, due anni fa, di tre lavoratori metalmeccanici che erano impegnati nella manutenzione dell’impianto petrolchimico. Una tragedia a cui, purtroppo, si è aggiunta la morte di un altro lavoratore la scorsa settimana.”

“La Fiom auspicava questa sentenza e anche per questo ci siamo costituiti parte civile, come facciamo ogni qualvolta c’è un infortunio grave o l’omicidio di un lavoratore, perché pensiamo che solo così si possa rimettere in discussione quel modello produttivo che ha ridotto i lavoratori a merce e non più a persone con una testa e un corpo da difendere e da apprezzare.”

“Ci sembra grave e assurdo che ThyssenKrupp possa mettere in discussione la sua permanenza in Italia, quasi che gli investimenti nel nostro Paese siano possibili solo a condizione di non rispettare le norme e le leggi sulla salute e la sicurezza; norme che, peraltro, vengono rispettate in tutti i paesi europei, a partire dalla Germania.”

“La vera sfida va giocata sulla qualità dei processi e dei prodotti e sulla creazione di siti produttivi di eccellenza come quello ternano.”

l'acqua e la democrazia

Il referendum del 13 giugno sull’acqua è fondamentale non solo per difendere un bene pubblico imprescindibile, ma anche per affermare un movimento di democrazia e partecipazione che l’Italia ha raramente conosciuto.
Nel decennale della rete altermondista ATTAC, pubblichiamo qui un articolo uscito sul primo numero della loro rivista, “Il Granello di sabbia”.

Hanno paura tutti.
Tutti hanno paura del fatto nuovo che i referendum sull’acqua rappresentano.
Per la prima volta nella storia d’Italia, i cittadini organizzati dal basso, senza né padri, né padroni e né padrini, senza
apparati sindacali e di partito che garantissero il raggiungimento dell’obiettivo, senza alcuna regia né palese, né occulta; i cittadini organizzati in comitati, i cittadini cresciuti in consapevolezza e capacità nelle vertenze sul
territorio; per la prima volta hanno dettato ed imposto all’agenda della politica i temi e i tempi della politica stessa.
Non era mai avvenuto ed hanno paura.
Se il 13 giugno il 50 per cento più uno degli elettori italiani si sarà recato a votare, disattendendo le speranze dei
nani, mangiafuoco, ballerine e saltimbanchi che affollano i media sino ad intasarli, nulla sarà come prima.
Nulla sarà come prima, perché sull’acqua i quesiti referendari non hanno
semplicemente una valenza di indicazione politica, ma disegnano concretamente uno scenario legislativo che consente
sin da subito la gestione pubblica del Servizio Idrico. Hanno una tale forza che la Corte Costituzionale, nelle
motivazioni sull’ammissibilità dei quesiti referendari, ha ritenuto addirittura ridondante e negli effetti assorbito dal
primo il terzo quesito non ammesso.
Nulla sarà come prima anche là dove la gestione del Servizio Idrico è già stata affidata – e sempre con esiti disastrosi – ai privati. E questo perché diverrà finalmente inequivocabile la possibilità di rescissione dei contratti, senza l’agitata
spada di Damocle d’una nuova gara per l’individuazione di un nuovo gestore, nella logica delle cose niente
affatto migliore del precedente.
Nulla sarà come prima, certo, perché l’acqua, (ricordando una definizione di padre Alex) madre della vita e dunque
di noi tutti, ha un valore paradigmatico. Se il ritornello degli anni ’90 dello scorso secolo, quello che inneggiava alla
“bellezza” del privato contro i danni del pubblico, è in rotta di fronte alla crudezza dei fatti e viene riproposto “tal
quale” (come il contenuto delle “ecoballe” campane) solo da qualche radicale e dal Rutelli di turno; un sì rilevante pronunciamento popolare segnerebbe inevitabilmente una svolta epocale, indicando prepotentemente un radicale
mutamento di direzione nella gestione dei beni comuni e dei servizi pubblici.
Nulla sarà come prima perché se dobbiamo registrare un allargamento sempre maggiore della forbice che separa la
democrazia formale dai fenomeni di democrazia sostanziale di cui sono titolari i cittadini, l’intera vicenda dell’acqua, a partire dalle prime vertenze locali che hanno generato il Forum dei Movimenti per l’Acqua, fino a giungere
alla scadenza referendaria, assume connotati addirittura rivoluzionari nel suo essere portatrice di una feconda
idea di democrazia effettivamente partecipata, che fa del protagonismo consapevole dei cittadini autorganizzati
uno dei tratti distintivi di un nuovo modo di fare politica, vivaddio vincente.
Hanno paura.
Facciamo in modo che ne abbiano ben donde.
Severo Lutrario

leggi qui “Il granello di sabbia” sul tema Beni Comuni.

L'Italia è una repubblica fondata

Vediamo di capirci qualcosa.
Un presidente del consiglio dice che nel Paese da lui governato vi è una “magistratura brigatista” che lo perseguita. Normalmente famigliari, amici e sodali, ascoltate quelle parole, dovrebbero porsi in contatto con il SSN e richiedere una visita psichiatrica urgente. Di certo il ragazzo non sta bene.
Invece vi è, a Milano, capitale morale, un carlinetto che stampa le farneticazioni su manifesto e le fa affiggere. Altro caso umano, direte voi. Peccato che il caso umano sia candidato al consiglio comunale nelle liste del partito del premier e della sua proconsola Moratti e si sia mostrato, senza vergogna, a fare caciara sotto il tribunale sottobraccio a tale sottosegretario di stato Mantovani che è pure il coordinatore provinciale del pdl.
Agata Cristhie direbbe che tre indizi fanno una prova , ma di certo non per Cicchitto, per Alfano o per la Santanchè. E per gli italiani? Mah,attendiamo comunicazioni.
Un ministro dello sviluppo economico,cioè del nulla, con una furbata si presenta al parlamento e dice che il magnifico programma nucleare è cancellato, pausa,”per il momento”.
Dunque viene a cadere il motivo del referendum. Depotenziando anche i due rimanenti,quello sull’acqua privatizzata (che piace, l’acqua, non il referendum, come il nucleare a Marcegaglia e soci) e quello sul legittimo impedimento (indovinate per chi?) e mettendone a rischio il quorum.
A casa mia si chiama scippo. A casa degli italiani in genere? Mah.
Probabilmente influenzato dal clima, Marchionne dichiara che il futuro di Fabbrica Italia,futuro di cui si continua a non sapere nulla, potrebbe essere condizionato dagli sviluppi delle azioni giudiziarie promosse dalla Fiom. Noi dobbiamo lavorare e non possiamo perdere tempo in tribunale. Ha ragione e mi meraviglio che il parlamento non ci abbia pensato: un bel lodo Marchionne e chi si è visto si è visto. I tribunali si occupino di migranti e rom e lascino lavorare il salvatore della Fiat e, conseguentemente, della patria italica. Le reazioni? Per ora assai flebili, al limite del contegnoso silenzio. Eccezion fatta per il Presidente degli Industriali di Torino che le ha cantate chiare: la sentenza Thyssen è sconcertante ed intimidatoria. Gli imprenditori sono umiliati e offesi. Ma come si permette il tribunale di pretendere che si faccia tutto il possibile per evitare tragedie sul lavoro? Si fa quello che si può, quando si può e come si può e più non dimandar che qui abbiamo da lavorare. Poi c’è sempre il “fattore umano”, l’imprevidenza di chi non si porta da casa assieme al baracchino anche un bell’estintore, carico possibilmente. La politica? Non pervenuta.
Di Remigio Ceroni, sino a ieri era ignota pure l’esistenza e, lo dico con rammarico ,vivevamo tranquilli. Da oggi occupa le prime pagine di tutti i quotidiani: ha proposto di modificare la Costituzione Italiana. Un altro? Direte voi. Si ma questo ha messo in discussione l’articolo 1, quello che tutti conoscono: l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. Diventerebbe per questo ignoto milite berlusconiano in aggiunta:e sulla centralità del parlamento quale titolare supremo della rappresentanza politica e della volontà popolare espressa mediante procedimento elettorale. Cazzu cazzu, direbbe Cetto Laqualunque. E sarebbe il commento che questa insulsa, tronfia ed incerta prosa merita.
Barbara Spinelli che è giornalista di vaglia e donna di dichiarata sensibilità democratica in un suo pezzo su Repubblica ci ha regalato queste parole: ”Il problema da risolvere non è già di trovare dei grandi industriali disposti a governare la cosa pubblica con la mentalità industriale. Essi non potranno fare che del male. Saranno degli straordinari improvvisatori.” Non sono parole sue, non le ha dette un leader della sinistra, figurarsi, ma Luigi Einaudi l’8 agosto del 1922, alla vigilia della marcia su Roma. Anche allora, non furono ascoltate.
So di dare un dispiacere a quelli che non vogliono si parli di regime (vero D’Alema?vero Veltroni?), ma non vorrei che il popolo che ha come emblema il cca nisciuno è fesso, si mostrasse il più fesso di tutti, o per lo meno il più credulone.
Ha scritto Osvaldo Soriano:”..la cosa dannosa del fascismo è che induce gli imbecilli a credersi molto furbi. Quanto più uno è idiota tanto più il fascismo lo fa sentire orgoglioso di sé. Ti tranquillizza non dover pensare e finisci schiavo di un principe fantoccio.”
Per favore,fermiamoci in tempo.
By Renato Forte

Giovani e Lavoro, notizie dalla Banca d'Italia

Sarebbe troppo facile polemizzare con le incaute affermazioni del Ministro Tremonti sui giovani italiani lazzaroni che certi lavori non li vogliono più fare e li lasciano in eredità ai giovani immigrati. Sarebbe una polemica fuorviante, alimentata ad arte, da chi teme di trovarsi a discutere di dati reali anziché di fanfaluche.
I dati reali ce li fornisce il Bollettino Economico della Banca d’Italia e non necessitano di particolari,dotte interpretazioni. Il titolo di presentazione è di per sé indicativo:”L’occupazione non riparte”. Il seguito è pure peggiore e parla di una crisi che ha lasciato sul campo 650 mila posti di lavoro e che ha come unico dato di vitalità un aumento del 24% del lavoro interinale e del 5,4% dei contratti di collaborazione ed a tempo determinato. La BI parla esplicitamente di “processo di sostituzione”. Lavoro “buono”, solo in parte, sostituito da “lavoro cattivo”. Lavoro stabile, sostituito da lavoro precario, per lo più giovane. Non sono deduzioni mie, scrive il Bollettino:”sono rimaste estremamente contenute le assunzioni a tempo determinato e le trasformazioni dei contratti a termine in posizioni permanenti”. La balla che da precario si passi a stabile si rivela per quello che è, cioè una balla che Sacconi e compagnia ci hanno propinato. Il lavoro è essenzialmente precario, con bassi salari e nessuna tutela. Continua la flessione nell’industria -2,4% pari a 159 mila occupati. Cresce l’occupazione femminile nei servizi alla persona, soprattutto quella straniera, leggi badanti, che è legata all’invecchiamento della popolazione ed alla fatiscenza dei pubblici servizi di assistenza.
Cresce invece la disoccupazione giovanile, soprattutto nella fascia sino a 25 anni, – 4% pari a 51 mila unità.
Aumenta il tempo in cui si rimane disoccupati. Coloro che sono in cerca di un lavoro da oltre un anno sono il 7,4% in più.
Questo è il succo, per chi volesse saperne di più trova il Bollettino su internet e si può sbizzarrire.
Lo dico anche per i parlamentari che, tra un voto e l’altro sulla giustizia ingiusta, potrebbero apprendere cose interessanti sulla realtà del Paese da loro(s)governato.

http://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/econo/bollec/2011/bolleco64

By Renato Forte

Diario di guerra e dintorni 10

Tempi duri,ragazzi. Tempi di pattugliamento di mari e di sceriffi sui confini, sacri ovviamente.
Questo il penoso spettacolo provocato da poche migliaia di migranti.
Clandestini o profughi?
Cioè gente che cerca di sopravvivere alla guerra o gente che cerca di sopravvivere alla fame?
Qualcuno sa spiegarmi la sostanziale differenza?
La Banca Mondiale, noto covo di assatanati comunisti, spiega che la speculazione sulle materie prime alimentari ha spostato nel novero degli affamati 44 milioni di persone. Ottima notizia per gli obiettivi del Millenium. Incentivi alla fuga e carburante per le destre europee,sempre più cieche, sorde e imbecilli. Incapaci di pensare ad un futuro decente. Chiuse in nazionalismi che mai come oggi si rivelano quale ultimo rifugio dei mascalzoni.
L’Italia dei maroni, in tutti i sensi, fa la furbata di elargire permessi di fuga con un occhio alle elezioni. La Francia di Sarko,finge di spaventarsi e chiude le frontiere, perchè anche lì l’anno prossimo si vota ed il presidente è malissimo combinato nei sondaggi, attaccato da quella destra xenofoba che si è allevato con cura (vi ricordate i rimpatri dei rom?).
Insomma un autentico sconforto,una storia che farebbe ridere se non si svolgesse sulla pelle di poveri disgraziati in cerca di un futuro decente.
Sul fronte di guerra le cose non vanno meglio.
Lo spiraglio di visibilità che si è aperto su Misurata ci da, ogni giorno di più, i contorni della tragedia. Trecentomila persone prigioniere di una guerra atroce. Case distrutte,cadaveri insepolti, cecchini che sparano a chiunque, ospedali al limite del collasso, popolazione, bambini soprattutto, traumatizzata ed affamata.
I non più tanto volenterosi prendono tempo e la NATO lamenta la mancanza di quelle bombe a guida laser che sono indispensabili in quelle situazioni, tipo Misurata, in cui si vuole ridurre al minimo la possibilità di danni collaterali. Pare che Francia ed Inghilterra le abbiano finite, gli americani, ovviamente , ne hanno a pacchi, ma non possono farle volare su aerei estranei (forse le bombe si offendono).
Così stiamo a guardare, mentre tra i ribelli cresce l’incomprensione, giusta incomprensione verso chi li aveva illusi di poterli sorreggere verso una vittoria contro il criminale ed ora fa i conti con la burocrazia (NATO), i cavilli ed i distinguo.
A chi addebiteremo i morti di Misurata?
By Renato Forte

Diario di guerra e dintorni 9

Vado fuori tema (ma solo apparentemente).
Ieri sera, più o meno all’ora di cena, una gentile signora di mezza età, vestita di nero, con poche, ma ferme e chiare parole, ha riscritto la classifica delle priorità valida per il mondo del lavoro.
Tra lo stupore di tutti ha messo in testa l’umanità, il diritto inalienabile della vita e della dignità.
Per una volta il profitto è stato retrocesso. Sono andato a dormire contento.
Sarebbe andato a dormire contento, ne sono sicuro, anche Vittorio Arrigoni, ma la follia che continua a pervadere quello sciagurato pezzo di terra non lo ha permesso.
Vittorio è stato ammazzato, brutalmente, alla periferia di Gaza pare da un commando salafita che lo accusava di corrompere i costumi di quegli sfortunati abitanti.
Vittorio era uno dei tanti volontari pacifisti che con l’interposizione dei loro corpi inermi tentano di difendere i diritti elementari dei palestinesi come coltivare un campo o pescare in mare aperto.
Non conoscevo Vittorio, ma ho conosciuto molti come lui, giovani, molto spesso ragazze, che dedicano un pezzo della loro vita a questa missione. Meritano il nostro rispetto a prescindere dalle idee politiche di ciascuno. Meritano la gratitudine dei palestinesi. Comprendo l’irritazione degli israeliani, ma li invito a farsene una ragione. La situazione di Gaza è terribile ed io la conosco bene perchè, sia pure per brevi periodi ci ho vissuto. Potrei scrivere molte cose, ma preferisco lasciar parlare Stephane Hessel, partigiano francese, nato a Berlino nel 1917 da padre ebreo, autore a 93 anni del pamphlet “Indignatevi”, rivolto in specie ai giovani: ”in un orizzonte di esasperazione, la violenza va intesa come un esito infelice di situazioni che sono inaccettabili per chi le subisce”.
Non vi è giustificazionismo in queste parole, solo lucida analisi della realtà.
Esasperazione è il contrario di speranza. Speranza era, ne sono sicuro,l a molla che ha portato Vittorio a lavorare, con i più umili, nell’inferno di Gaza. Che gli sia lieve la terra, povero figlio.
Ci arrivano le prime immagini da Misurata e sono immagini del solito orrore.
Il criminale martella la città con missili e bombe a grappolo. La popolazione è stremata e guarda con speranza al cielo ed agli aerei dei volonterosi.
I tre più volenterosi si sono riuniti, ma hanno prodotto solo proclami ed i proclami non salvano Misurata, Sarajevo del nuovo millennio.
La NATO chiede aerei, ma ottiene solo distinguo.
Il ministro degli esteri Russo, Lavrov, dice che siamo oltre i limiti dell’ONU e che bisogna operare un cessate il fuoco per trattare. Che cosa e soprattutto con chi non lo dice.
L’Italia si schernisce dicendo che trattasi di una sua ex colonia e se in un bombardamento ci fossero vittime civili il peso sarebbe troppo gravoso politicamente.
Come dire: noi abbiamo già ammazzato nonni e padri, non vorremmo ammazzare anche i figli.
Che delicatezza!

By Renato Forte

Diario di guerra e dintorni – capitolo 8

La situazione è definita, con un certo ottimismo, statica.

Le riunioni, inutili, si succedono stancamente. La NATO s’indigna per le accuse d’ignavia, ma i bombardamenti sulle truppe lealiste, con la scomparsa degli USA sono diminuiti d’intensità ed efficacia. Misurata si può considerare una città martire. Avanzate e ritirate sono all’ordine del giorno, costano morti e feriti, ma non spostano di un centimetro la situazione.

Tutte cose ampiamente previste, tutte domande (vedi il diario n°1) che restano tragicamente inevase.

L’Unione Africana, di cui Gheddafi è sempre stato magna pars (leggasi la sua autoproclamazione di re dei re africani), ha inviato una delegazione per “trattare”, con il chiaro scopo di mantenerlo al potere. Gli insorti di Bengasi li hanno messi in fuga, vivaddio.

Da segnalare che sono riprese, anche contro l’esercito, le proteste in Egitto. Allora si è proceduto all’arresto dei figli di Mubarak, mentre il rais si è fatto venire un coccolone per evitarlo e si è autoricoverato all’ospedale.

Da segnalare anche che la situazione in Siria continua a destare preoccupazione per la possibile destabilizzazione dell’area, strategica quant’altre mai. Destano meno preoccupazione i morti siriani.

Non destano alcuna preoccupazione i morti in Costa d’Avorio ove è tornato a far sfoggio di muscoli il marito di Carlà.

Noi invece siamo immersi fino al collo nella farsa tragica dello “tsunami” immigrazione e delle risposte dell’Europa insensibile al grido di dolore di Maroni & co.

Ora è ovvio a tutti quanto è avvenuto.

Per la solleticazione dei bassi istinti del proprio elettorato la Lega ha fatto fosche previsioni :300/400/500 mila immigrati sulle nostre coste.

Quando ne sono arrivati a mala pena 25.000 si è scoperto il gioco. Per gonfiarli di fronte all’opinione pubblica li si è tenuti a Lampedusa, così sembravano, per ragioni di spazio, infinitamente di più. Poi li si è redistribuiti, rigorosamente nelle regioni del sud. Poi si è pensato di dotarli di un permesso temporaneo cosicchè si spalmassero in Europa. I leghisti si credono veramente furbi.

L’Europa non è caduta nel tranello ed ora se li devono ospitare anche Cota e Zaia. I leghisti di base, quelli con le barbe verdi e le corna in testa, non si sono mostrati contenti del loro governo e del loro ministro. Allora: anatema sull’Europa. Potremmo anche uscire ha detto quella specie di D’Artagnan inquartato che è il nostro ministro di polizia. Col rischio di sentirsi rispondere “quella è la porta”. Castelli, più moderato, ha proposto l’uso delle armi. Nessuno, per evidenti motivi, propone l’uso del cervello.

In realtà la Lega è solo vittima di se stessa e delle sue fanfaronate.

Ma l’ Europa, questa Europa non è molto migliore e non è molto più affidabile.

Le destre che governano sono impaurite, Barroso è un fantasma politico e la Merkel è indecisa a tutto. Viaggiano a fari spenti e con l’orecchio teso alle opinioni pubbliche che hanno contribuito ad allevare. Speriamo che si decidano a mettere in campo politiche di maggior buon senso,almeno questo.

Dice un proverbio spagnolo “cria cuervos y te comeran los ojos”

By Renato Forte