la risorsa cultura

A cosa è dovuto, da parte del Governo Berlusconi, un disinteresse così suicida nei confronti della Cultura? L’unica e più importante, oltre alle risorse umane ovviamente, materia prima di questo Paese? Una delle poche eccellenze che ancora, almeno per adesso e nonostante tutto, anche dall’Estero ci viene riconosciuta?

In Italia, molto più che altrove, una classe dirigente lungimirante si guarderebbe bene dal continuare con tagli indiscriminati, proprio qui. Noi invece, controcorrente rispetto a tutti gli altri paesi d’Europa, continuiamo a infierire. Maltrattiamo la Cultura e maltrattiamo l’Istruzione, sebbene anche rispetto ad essa l’Italia rappresenti in Europa il fanalino di coda, per esempio relativamente al tasso di dispersione scolastica: una media del 20%, con picchi del 30% in Veneto e Calabria.

Contro questa “anti-cultura”, ci aspettiamo che la sinistra mostri il necessario coraggio. A partire proprio dai territori che amministra e amministrerà dopo le prossime elezioni, anche e soprattutto in funzione di preparare, ci auguriamo presto, il prossimo governo del Paese.

Noi vorremmo che chi governa – l’Italia come i territori – prendesse coraggiosamente atto del fatto che la Cultura oltre a essere un bene di per sé, un servizio fondamentale per il cittadino, che è necessario valorizzare e salvaguardare, rappresenta anche la concreta possibilità di nuove opportunità di lavoro e di promozione del territorio in grado di creare un indotto e una ricaduta economica che ci si ostina a trascurare.

La politica ovviamente impone scelte, si sa. La crisi economica probabilmente ne forza alcune e ne limita altre, non c’è dubbio. Ma prendere a pretesto la crisi economica per lavarsene semplicemente le mani, tanto da mostrare in modo così sfacciato, come fa il governo nazionale, un totale disinteresse per la Cultura è, a mio parere, quantomeno miope.

Occorre creare il terreno, affinché intorno al Sistema Cultura, ruotino sempre più addetti ai lavori, Associazioni e Circoli, ultimamente fin troppo trascurati, che invece rappresentano uno spazio di confronto insostituibile, veri e propri incubatori di idee,  che devono essere salvaguardati e coltivati.

Bisogna dirlo. Almeno in parte, negli ultimi dieci anni, le Istituzioni del nostro territorio hanno già cominciato a lavorare per la Cultura dimostrando che se si va in questa direzione, la Cultura risponde eccome!

Eccellenze come il Museo Nazionale del Cinema, i festival del cinema torinesi, la Film Commission Torino Piemonte, i fondi come FIP, Torino Film Lab, Piemonte Doc Film Fund, con l’aiuto della Regione e del Comune, hanno rivitalizzato il settore. Oggi, possiamo nuovamente affermare che intorno al cinema, ad esempio, a Torino, ruota un’industria di tutto rispetto che porta in città parecchi milioni di Euro ogni anno, che intorno alle produzioni cinematografiche e televisive ha cominciato a creare un indotto che può e deve crescere ancora.

Appare fin troppo ovvio però che questo non è sufficiente; che una politica culturale debba lavorare, soprattutto sul territorio, per i tutti i cittadini e tutto l’anno, non solo esprimendosi attraverso alcuni grandi eventi; che debba essere in grado di coinvolgere le periferie (troppo spesse abbandonate a se stesse) e che debba assolutamente lavorare in sinergia con una politica del turismo. In questo senso occorrono iniziative distintive. Musei accoglienti, capaci di dialogare con i cittadini, capaci di imporsi come luoghi fulcro della città, in grado di attrarre visitatori, ospitando e promuovendo mostre internazionali di qualità. La lirica, con un cartellone pensato anche per i turisti. Ma anche la lirica portata fuori dai soliti teatri, accessibile a tutti e non solo sempre per i soliti pochi. Occorre poi passare il più possibile la parola ai cittadini, scoprire talenti, scovare idee. Per esempio attraverso prestiti facilitati alle cooperative giovanili che propongano iniziative originali nell’arte, nello spettacolo, nel turismo.

Contemporaneamente abbiamo il dovere di curare ancora di più le cose che già abbiamo. Occorre stare vicino ai nostri “eventi”, nutrirli, farli crescere.

Svendere la Cultura rappresenta un modo di ragionare pericolosissimo, che mina alle fondamenta la costruzione di una società davvero civile.
Insomma chiediamo coraggio e idee innovative. Il coraggio di incentivare ancor di più gli sforzi nei confronti di ciò che ha dimostrato di funzionare e il medesimo coraggio nell’affrontare con decisione i problemi legati a ciò che invece non ha funzionato. Occorre anche il coraggio di scegliere i dirigenti culturali al di fuori dei soliti criteri per così dire “baronali”, al di fuori dei soliti noti, che non abbiamo dimostrato “effettivamente e concretamente” le necessarie capacità gestionali. E non entro nel merito dei costi talvolta spropositati di questo “manageriato” della cultura, più o meno capace, ma troppo spesso comunque autoreferenziale, anziché al servizio dei cittadini.

Invece dobbiamo offrire la possibilità ai nostri giovani laureati di portare avanti progetti di qualità: borse di studio ad hoc, iniziative come ad esempio quella della fondazione CRT “Master di talenti”, devono diventare la norma. Costi contenuti, idee nuove, possibilità di “svecchiare” (non lo dico in senso strettamente anagrafico, ma soprattutto qualitativo) il patrimonio umano in ambito culturale, preparare i nostri giovani, i più meritevoli, a prendere in un prossimo futuro le redini gestionali devono essere un dovere dell’Amministrazione pubblica.

Al contrario, impedire loro ogni opportunità, a volte, o troppo spesso, per salvaguardare immeritati privilegi, ritengo sia un delitto vero e proprio.

Pensiamo che per riuscirci ci sia bisogno anche di noi, proprio di tutti noi. Perché pensiamo che sia giunto il momento di impegnarci, per noi stessi. Perché riteniamo che “noi” debba finalmente diventare l’oggetto e insieme il soggetto della politica. Possiamo farlo solo insieme, Noi per Torino.

Alfonso Papa

Diario di guerra e dintorni – capitolo 6

Molte le notizie da commentare.
L’Italia riconosce gli insorti. Finalmente, dopo aver espresso “fiducia nella saggezza di Mubarak e nella lungimiranza di Gheddafi”.
Fa impressione il pressapochismo di queste destre che hanno difficoltà ad annoverare la democrazia tra le loro prerogative. Guardate agli USA ed ai piani di smantellamento del welfare o all’ Italia, con la proposta di quei cinque pisquani di abrogare la legge che vieta la ricostituzione del partito fascista.
Non siamo solamente, come scrive Lakoff, in presenza di “un’agenda dell’ignoranza” o della “prevalenza del cretino” secondo Fruttero e Lucentini, bensì in presenza di un attacco che mira a relegare la democrazia ad orpello e le istituzioni che la garantiscono una sinecura.
Per ciò di fronte alla rivolta mediorientale, tanto esitare, tanto dubitare con il segreto – mica tanto – pensiero che si stesse meglio prima.
Il premier e Maroni sono andati in Tunisia, poi Maroni ci è tornato e ne è uscito con un accordo molto misterioso. Gli accordi internazionali sono come un iceberg: la parte emersa è piccola e graziosa mentre normalmente sotto il pelo dell’acqua c’è la fregatura. Aspettiamo di saperne di più.
Intanto i profughi vengono man mano estratti da Lampedusa per liberare la villa di Berlusconi dall’assedio ed iniziare la costruzione di un campo da golf, un casinò -con rigoroso accento – uno stadio per il curling, un finto vulcano ed altre meraviglie.
In Libia le cose non vanno per nulla bene. Ieri Abdelfatah Younis, comandante delle milizie in armi ha alzato, di non poco, la voce. Ha accusato la Nato di muoversi con maldestra lentezza e di non proteggere sufficientemente i civili. Il nodo è Misurata, città martire, che da settimane resiste alle cannonate di Gheddafi. Sempre ieri navi turche della Nato hanno fermato imbarcazioni dirette a Misurata con armi destinate ai resistenti. Younis ha aggiunto che la Nato sta diventando un problema. E’ sempre brutto citarsi, ma l’avevo detto e non ci voleva una particolare intelligenza. In più gli americani hanno sospeso il lancio di tomahawk, i missili di precisione che costano un botto. Segno dei tempi.
Si potrebbe dire che prosegue lo stallo, ma sarebbe ottimistico. In effetti lo stallo rafforza le milizie regolari e consente loro di riorganizzarsi. Nel contempo vi è tutto un fiorire di trattative, ovviamente senza esito, per sbloccare la situazione dal punto di vista politico. Tutti incontrano tutti come ad un party.
Nel mentre non cessano i sommovimenti nell’area, Siria e Yemen sopra tutti.
Nello Yemen proseguono gli scontri con morti e feriti e pare ogni giorno più vicina la fine del vecchio dittatore Saleh. Ma nel paese, è bene ricordarlo, dominano tribù molto spesso in lotta fra loro e vi è una base stabile di Al Quaeda che Saleh si è ben guardato dal combattere troppo perchè rendeva dollaroni sonanti in aiuti USA. I soliti profittatori? Il capo riconosciuto di Al Qaeda in Yemen si fa chiamare Anwar Awlaki ma è un cittadino americano, nato in New Mexico, ricercato “vivo o morto” dalla CIA.
La Siria è in preda a controllate convulsioni, per ora. Ma tutti sappiamo il ruolo geopolitico che gioca quel paese nell’area e l’incendio sarebbe assai difficile da controllare. La liberazione dei prigionieri politici e la promessa dell’abolizione delle leggi eccezionali – eccezionali da 30 anni – paiono indicare la strada per un’uscita morbida. Speriamo che il giovane Assad sia più lungimirante del padre e sappia cogliere il segno dei tempi.
Intanto una voce preoccupata si è levata nel mondo, quella dello sceicco Zaki Yamani, lo storico presidente dell’Opec ai tempi della prima crisi petrolifera, l’uomo che nel ’73 inventò l’embargo e ci costrinse a piedi: “se la crisi si estendesse all’ Arabia Saudita il petrolio potrebbe schizzare a 200, forse 300 $ al barile”. Ma l’ Arabia Saudita, malgrado tutto, pare solida e con lei la monarchia wahabita, gli è stato risposto. “Perchè la Tunisia qualcuno l’aveva prevista?” ha replicato beffardo, insinuando brividi gelidi lungo la schiena degli astanti.

by Renato Forte

Diario di guerra e dintorni – capitolo 5

La guerra in Libia segue pedissequamente il copione di tutte le guerre. Si combatte, si muore, si avanza, si indietreggia, ci sono vittime civili, c’è il fuoco amico ( amico? ). Compaiono tragicamente padri, madri, mogli con in mano la fotografia del defunto che guardano smarriti la telecamera impietosamente sparata sui loro volti addolorati.
Dietro questo palcoscenico la solita farsa: trattative più o meno segrete, disertori, confusione, proclami.
La realtà si conferma in tutta la sua evidenza: militarmente nessuno in questo momento è in grado di vincere, politicamente la situazione è in stallo.
Una soluzione potrebbe venire dalle tribù più importanti (tra le oltre 140 presenti) segnatamente i Warfalla ed i Maghara se e quando decideranno da che parte stare, ma non ci conterei molto.
Oppure potrebbe prendere corpo l’idea, da tutti avversata a parole, di una divisione tra Cirenaica e Tripolitania, sia pure momentanea in attesa di una futura (quanto?) riunificazione in un Governo di pacificazione. Ma il rischio somalizzazione sarebbe veramente grosso.
In sintesi si combatte e si tratta, ma senza grandi speranze.
I volenterosi cominciano a fare conti sui costi della guerra che vanno a gravare bilanci scassati dalla crisi economica e non è un buon segno per i ribelli. L’ipotesi di armarli e lasciarli al loro destino comincia ad avere corso nei colloqui delle cancellerie. Poi vedremo come sistemare la questione Gheddafi, se nessuno provvederà prima.
Per quanto concerne la situazione profughi (o clandestini, o immigrati o quello che volete voi) continua il fescennino del governo tra tendopoli bucate,rivolte di piazza,sdegnosi rifiuti e quantaltro.
Mentre scrivo Berlusconi e Maroni sono a Tunisi a trattare non si capisce cosa. Il governo tunisino dovrebbe cacciarli a calci in culo,dopo aver loro mostrato come un popolo povero, ma dignitoso ha saputo accogliere decine di migliaia di profughi fuggiti dalla Libia in fiamme.Tutti ricordiamo le immagini dei volontari alla frontiera con acqua e cibo, ma soprattutto con volontà e sorrisi.
Ecco un esempio da prendere, senza andare troppo lontano. E non vale solo per noi, ma anche, per esempio, per i francesi che mostrano inutili muscoli alla frontiera e per l’ Europa che balbetta.
Concludo con una notizia super. La Minetti ha dichiarato che vorrebbe continuare a fare politica – continuare? – e fa un pensierino al Ministero degli esteri. Non ridete, potreste piangere di gusto.
Credo sia una vittima della cultura. Qualcuno deve averle detto la famosa frase marinettiana “guerra, sola igiene del mondo”. E lei avrà pensato: chi meglio di un’igienista, sia pure dentale.

by Renato Forte

Diario di guerra e dintorni – capitolo 4

Dunque è NATO. Il parto è stato difficile e laborioso, hanno dovuto usare il forcipe, ma è NATO.
Il nascituro è un po’ bolso e ritardato, perchè la NATO è una specie di ATAC dove decine di Alemanni cercano di infilarci parenti, amici, conoscenti e sodali politici. Non lo dico io che fui a suo tempo congedato caporalmaggiore, ma Fabio Mini che prima di fare il commentatore per Repubblica era generale, dunque sa di cosa si parla.
Cameron e Sarkozy hanno smesso di passeggiare sul bagnasciuga mostrando i muscoli (che non hanno) ed hanno detto di essere in possesso di una road map congiunta.
Frattini ha detto che ce l’aveva anche lui, messa a punto con i tedeschi. I tedeschi hanno taciuto.
Forse bisognerebbe spiegare a Frattini che per fare documenti congiunti bisogna essere in due.

Obama ha chiamato in videoconferenza i due forzuti e la signora Merkel, rinata e radioattiva (non fraintendete, intendo dire tornata attiva dopo aver appreso alla radio i risultati delle elezioni).
Avevano anche chiamato Berlusconi, ma era occupato con Longo, Ghedini e Paniz ed ha detto di girare la chiamata a Frattini. Frattini era però in garage a lavare la macchina e là sotto il cellulare non prende. Ecco come sono andate veramente le cose, non che ci hanno snobbato come dicono i comunisti.
Il giorno dopo a Londra grande rimpatriata e unità d’intenti. Per la Clinton si possono armare i ribelli, per Rasmussen, segretario NATO, non si possono armare i ribelli, per il delegato del Quatar occorre trovare una soluzione per l’esilio di Gheddafi, per il capo del governo provvisorio libico non si può pensare in nessun modo ad un salvacondotto per il colonnello.
Vi domanderete in che mani siamo,in queste e allegria.
Ma qui l’allegria finisce, perchè è ormai chiaro che i ribelli, male armati, male organizzati, ricchi solo di buona volontà non ce la faranno mai contro un esercito che per quanto strapenato resta pur sempre un esercito. Lo devono affrontare non in qualche sorta di guerriglia mordi e fuggi, ma conquistando e mantenendo paesi e città in scontri aperti. Troppo anche con l’aiuto dei bombardamenti alleati. Allora che fare?
In aggiunta cominciano a levarsi proteste perchè i bombardamenti colpiscono i civili. E non stentiamo a crederlo, sappiamo per esperienza ormai consolidata quanto siano stupide le bombe intelligenti.
Si vive un’atmosfera sospesa aspettando che aumentino esponenzialmente le diserzioni e che qualche anima pia ci risolva il problema eliminando il dittatore. Come strategia è un po’ scarsa, dobbiamo ammetterlo.
Il terzo motivo per cui l’allegria finisce è il triste, sconfortante spettacolo che stiamo dando a Lampedusa. Mi piacerebbe pensare che sia figlio dell’improvvisazione di questi miracolati che compongono il nostro governo, ma temo che non sia così.
La cosa non giunge improvvisa, è stata accuratamente preparata da dichiarazioni irresponsabili e campagne demenziali martellanti.
Nessuno sano di mente può pensare che un paese del G8 venga messo in ginocchio da una decina di migliaia di profughi,oltretutto abbondantemente annunciati. Che non si potessero prevedere e preparare luoghi d’accoglienza a cui fare affluire questa povera gente subito sottratta alla situazione umiliante venutasi a generare a Lampedusa.

C’è del metodo in questa follia,in questo volere a tutti i costi creare il caso,eccitare gli animi in una sequenza di parole strabordanti e di fatti inesistenti. Forse la speranza che gli immigrati oscurino i processi del premier o vengano buoni alla retorica elettorale?

In un paese che ricrea ambienti di guerra anche in Parlamento è tutto possibile.

Purtroppo.

by Renato Forte

Diario di guerra e dintorni – capitolo 3

Finalmente una decisione chiara: la NATO ha il comando operativo della missione, quello politico non si sa. Tu tieni il dito sul grilletto, ma a puntare il fucile sono io. Se qualcuno sa spiegare, per favore, mi scriva e poi scriva anche all’ Europa, se trova l’indirizzo. L’ Italia vota 8 mozioni diverse, ma convergenti, tra Camera e Senato. Grande prova di unità in un momento tanto grave. Già, l’Italia; dalle dichiarazioni dei nostri governanti è difficile capire da che parte stiamo veramente, cosa stiamo facendo, cosa vogliamo fare. Berlusconi si dice addolorato per Gheddafi ma se è addolorato, perchè i nostri bombardieri stanno volando? Forse perchè il petrolio ed il gas libico lo addolorerebbero di più se venissero a mancare? O rimpiange i profughi messi nelle mani del colonnello senza voler sapere cosa ne avrebbe fatto?
Frattini, un atleta del pensiero, afferma che non siamo in guerra ed infatti i nostri caccia sprecano carburante in inutili sorvoli a rimirare i risultati dei bombardamenti che addolorano il premier. Forse anche i caccia sorvolano addolorati, mentre i piloti piangono.
Del resto, come ricorda Barbara Spinelli su Repubblica, il 17 gennaio in un’intervista sul Corriere Gheddafi fu definito un modello di democrazia per il mondo arabo. Perchè a questo nessuno ha chiesto le dimissioni com’è avvenuto in Francia per la ministra degli esteri Alliot-Marie, che fu ospite del Governo Tunisino di Ben Alì durante le vacanze di Natale?
E infine ci si interroga sulla natura delle rivoluzioni del gelsomino e rispuntano paure, perchè le cose, anche in Egitto, anche in Tunisia non vanno come noi vorremmo che andassero: un bel percorso lineare verso la democrazia, gestito da persone di nostra fiducia.
Li abbiamo visti costretti dai loro tiranni a zoppicare per 40 anni e adesso pretendiamo che vincano i 100 metri alle olimpiadi. La democrazia come un fast food, uno entra e si serve.
Ho paura che le delusioni, per chi la pensa così, saranno molte.
E non posso non ricordare che, dopo un lungo e fortunato periodo di silenzio, a Gerusalemme e tornata a scoppiare una bomba, forse per ricordarci che i problemi vanno affrontati, non nascosti sotto il tappeto come la polvere.

by Renato Forte

Diario di guerra e dintorni – capitolo 2

Grande la confusione sotto il cielo, dunque la situazione è eccellente diceva Mao.

Errore. La situazione non è per nulla eccellente, anzi, è un puttanaio.

Guidata dal marito di Carlà la coalizione dei volenterosi è partita, ma non sa dove andare.

Gli inglesi, partner privilegiati, tacciono – a proposito, non voglio portar rogna, ma l’ultima volta che francesi ed inglesi uniti si sono affacciati in Medio Oriente fu per la disastrosa “questione di Suez” ed abbiamo visto com’è finita – i norvegesi, manco arrivati, si ritirano. L’Italia strepita perchè le hanno riservato il posto dello strapuntino ed il viaggio rischia di essere lungo e scomodo con la Lega che, viva la faccia, sostiene due interessi: che si fermino i profughi e che non si tocchino gli accordi privilegiati sul petrolio. Il resto è un non cale.

Obama, per fare chiarezza, dice che la risoluzione deve essere rispettata, ma che Gheddafi deve andarsene. La Lega Araba qui lo dice e là lo nega. La Nato vorrebbe, ma non può. La Turchia potrebbe, ma non vuole. Putin fa la faccia feroce mentre Medvedev rilascia sorrisi. La Cina tace e questo non è un buon segno, da qualunque parte lo si guardi.

In Italia si è fatto sentire anche il vasto mondo pacifista con posizioni articolate.

Molte, se non moltissime di queste posizioni sono assolutamente condivisibili, ma rischiano di rivelarsi velleitarie se non rispondono ad un paio di domande:

  1. ma la guerra è cominciata domenica o c’era già in Libia tra Gheddafi ed i ribelli?
  2. la rivolta Libica,pur con tutte le sue specificità si inserisce nel movimento “resistenziale”di quasi tutto il vicino Oriente. Detto movimento deve essere giudicato come assolutamente positivo, malgrado le ombre, in quanto tende alla conquista di una democrazia di fatto a beneficio di popoli che mai l’hanno conosciuta. Se avessimo lasciato riconquistare Bengasi e massacrare gli insorti che segnale avremmo dato alle rivoluzioni dei gelsomini?

Non mi paiono domande da poco, forse varrebbe la pena che ne discutessimo con ponderazione e, per favore, senza divisioni e senza accuse reciproche preventive.

by Renato Forte

Diario di guerra e dintorni – capitolo 1

Chi scrive non può essere arruolato tra i pacifisti fondamentalisti,ritiene che un popolo sottomesso abbia il sacrosanto diritto di ribellarsi, facendo anche uso della forza se necessario.
Eticamente condivido le parole che il presidente Napolitano ha usato a Torino: non possiamo non aiutare chi sta combattendo per il proprio risorgimento.
La traduzione in pratica mi lascia molto più perplesso. Vedo con angoscia le solite immagini di aerei che decollano,missili che partono,colonne di fumo nero che s’impennano. Ascolto le solite dichiarazioni che non dichiarano nulla ed i commenti fatti di vuoto e mi viene da pensare : ecco,ci siamo ricascati
Pare che il segretario di stato americano Colin Powell, quando il Presidente Bush Jr gli annunciò che aveva deciso di entrare in guerra contro l’ Iraq, avesse avvertito che “se si entra con gli scarponi in un negozio di porcellane poi i cocci sono nostri”.
In effetti, quando si entra in guerra, bisognerebbe almeno sapere se e come la si vince e poi cosa fare per il “dopo”.
La domanda è : lo sappiamo? La risposta : non mi pare.
Quando possiamo considerare vinta questa guerra sulla scorta della risoluzione 1973 ? Quando tutti i civili libici saranno protetti? E Gheddafi cosa farà dopo ? Resterà al suo posto ? E noi lo lasceremo lì ? E chi proteggerà i civili, dopo, con Gheddafi al suo posto?
E ancora, chi combatte questa guerra figlia della risoluzione ? Chi la dirige ? Chi deciderà che la missione è compiuta ? Quale rapporto si instaurerà non solo con gli insorti,ma con l’intero popolo libico,con le tribù dei vari territori ? Si dovrà addivenire ad una spartizione, ad un protettorato,ad una occupazione manu militari?
Potrei continuare con le domande per pagine ancora, ma è chiaro che nessuno,in questo momento ha le risposte da offrire e questo perchè manca la politica,quella vera,con la P maiuscola ed è ancora una volta sostituita dall’improvvisazione mascherata dallo sfoggio muscolare.
Non dico nulla di nuovo se affermo che l’essere oggi in guerra segna la sconfitta della politica.
Una politica miope, perennemente affaticata a seguire più gli interessi economici di ogni singolo paese che un ordinato e giusto sviluppo del mondo. E questo inquina anche le migliori intenzioni (quando vi siano,naturalmente). Perchè sono troppi i motivi di dubbio sulle reali intenzioni di chi si pone a capo di queste guerre. Perchè giustamente ci si chiede “solo contro Gheddafi? Ed in Bahrein allora? Gheddafi è un orrendo dittatore,certamente,ma la famiglia regnante Saudita cos’è un consesso di liberali con a cuore il benessere e la libertà del proprio popolo?
Volenterosi in guerra, poco volonterosi tutto il resto del tempo.
Sporadicamente uniti in battaglia aperta, costantemente divisi nel chiuso delle stanze dei consessi internazionali.
Quando cominceremo a chiedere conto di questo ai nostri governi, all’Europa, alle istituzioni sovra nazionali ?
by Renato Forte

La pasta nera


A tutti quelli che ancora non lo avessero fatto voglio consigliare una lettura ed una visione.
Il libro è “I treni della felicità. Storie di bambini in viaggio fra due Italie” di Giovanni Rinaldi (ediz.EDIESSE) ed il documentario è “La pasta nera” di Alessandro Piva, l’autore dell’apprezzato “La capagira”.
La storia raccontata sia nel libro che nel film è semplice e non molto conosciuta.
Il 23 marzo 1950 a S.Severo di Puglia uno sciopero diventa rivolta e la polizia di Scelba compie arresti indiscriminati con accusa di rivolta armata contro i poteri dello Stato. Gli arrestati sono 180, uomini, donne, giovani e vecchi. Resteranno in carcere due anni, dopo un processo dove una equipe di avvocati democratici, organizzata da Lelio Basso, dimostrerà l’infondatezza dell’accusa.
Nel frattempo i loro figli, 70 bambini vengono ospitati da famiglie del centro-nord.
L’idea viene fatta propria dall’UDI (unione donne italiane) ed estesa a quelle situazioni di disagio economico che alla fine della guerra, soprattutto al sud, assumono la caratteristica di FAME.
70.000 sono i bambini che vengono temporaneamente adottati da famiglie emiliane, toscane e marchigiane in prevalenza.
Il libro ce ne restituisce le storie, il film ci restituisce volti e testimonianze usando anche i materiali dell’archivio Di Vittorio.
Le famiglie che ospitano sono famiglie contadine o operaie “La miseria che aiutava l’altra miseria”,
come aveva detto una dirigente dell’UDI, ma la differenza di condizioni di vita sono enormi.
Gli arrivati scoprono cose ignote come la colazione, il gelato e la cioccolata.
Arriva un treno in Emilia durante una nevicata e molti di questi bambini sono scalzi e non conoscono la neve quelli che li attendono li devono portare in braccio ai pullmans.
Nei loro paesi la propaganda anticomunista aveva detto che li avrebbero portati in Russia e quando, arrivati in stazione, sentono queste donne parlare dialetto scoppiano in pianto.
Escono di casa quando si accende il fuoco, perchè temono di essere cotti e mangiati, come aveva detto il prete alle loro mamme.
In realtà tutto viene brevemente superato e nascono amicizie fraterne che durano ormai da 60 anni.
Molti sono poi tornati nei loro paesi d’origine,qualcuno è rimasto ed oggi risponde alle domande con accento romagnolo.
Tutti si commuovono ricordando quelle antiche storie.
Era un’Italia diversa con una politica diversa, ancora figlia diretta della lotta di liberazione, non per nulla anche l’Ampi ebbe un ruolo importante a fianco dell’UDI.
Soffiava ancora, per dirla con Ferruccio Parri, ”quel vento del nord” che poi si è fatto brezza e poi ponentino romano che tutto omologa ed ammolla.
Mi piace ricordare che il titolo del film “Pasta nera” è tratto dalla ballata di uno dei massimi cantastorie del nostro paese, Matteo Salvatore, se non lo conoscete è una buona occasione per apprezzarlo.
Pensate, un paese ancora largamente distrutto, povero, contadino, semianalfabeta che riesce a soccorrere senza battere ciglio 70.000 bambini, solo con le forze individuali della gente, con la forza, questa sì invincibile, dell’umanità e della solidarietà.
Non so perchè oggi mi sono venute in mente queste vecchie storie…..

Renato Forte