Il blog di Noi per Torino

Reddito per la Cittadinanza

Dobbiamo aumentare la circuitazione e mobilità sociale, permettendo ai propri giovani di partecipare a questo riscatto civile, “prendendosi cura”, divenendo protagonisti del cambiamento attraverso la loro emancipazione.

Per questo proponiamo un grande investimento per una LEGGE REGIONALE SUL REDDITO PER LA CITTADINANZA, introducendo anche forme allargate di “servizio civile volontario” in grado di garantire ad un numero cospicuo di giovani piemontesi un periodo di sostegno al reddito in cambio di un impegno per il territorio, generando così un patrimonio di partecipazione civile capace di sostenere un nuovo welfare mutuale in un grave momento di crisi.

Reddito di cittadinanza E lavoro di cittadinanza

Trasparenza e pari opportunità

Bisogna ridisegnare il sistema, aumentare la resilienza del corpo sociale alla crisi, dobbiamo promuovere la mutualità, garantire anche attraverso la tassazione regionale giustizia sociale, riconoscendo i diritti fondamentali anche se in forme sempre nuove: per la casa, per la cura, per il reddito, contro l’esclusione e la solitudine.

Una Regione trainata dalla mobilità sociale, sceglie il merito e la competenza, ha una amministrazione pubblica TRASPARENTE e di qualità. Bisogna quindi garantire nelle candidature e nelle nomine la rappresentanza di genere e regole di alternanza e di ricambio che promuovano nuove idee ed esperienze, chiudendo per sempre la stagione degli “amici degli amici”.

La rappresentanza politica deve avere costi ragionevoli e commisurati alla situazione economica vissuta dai piemontesi. Non palazzi del potere e del privilegio, ma case di vetro, aperte e sensibili ed al servizio dei cittadini. La CITTADINANZA va condivisa ed allargata, nei diritti e nei doveri, ai nuovi arrivati, i MIGRANTI, che vanno coinvolti, fatti partecipare ad una visione strategica del Piemonte, fino a garantire i diritti politici: il DIRITTO DI VOTO DEGLI STRANIERI residenti da lunga data.

Dobbiamo garantire diritti sociali e civili di tutte e di tutti, lavorare con sempre più impegno sulle pari opportunità, per garantire a tutte le coppie e a tutti i cittadini diritti e opportunità realmente pari.

pari dirittitrasparenza

Scegli anche tu!

La politica è scelta, noi possiamo anche non considerarla ma tanto lei sceglierà anche per noi, quindi per governare un paese dobbiamo scegliere.

Idea e realizzazione
Davide MARTIGNETTI

Testi
Roberto FORTE

Voce narrante
Michele CURTO

Hanno partecipato
Francesca BIANCOTTO
Damiano MARTIGNETTI
Katarzyna KURDZIEL
Marco TRESSO

Musica
Krackatoa – Mariachi Bandits of Gatlin Gun Ridge (FMA)

Si ringrazia PHlibero per l’uso dello studio e delle attrezzature

Crisi e occupazione

Distratti da promesse ballerine tipo ti tolgo l’IMU, io l’IRAP, abbasso l’IRPEF, io ci aggiungo un orologio a cucù e via sproloquiando, rischiamo di perdere il senso di ciò che sta veramente accadendo a livello internazionale.
Le crisi comportano sempre una guerra senza quartiere tra le economie per la ridefinizione dei campi di influenza e gli assetti di potere. E’ ciò che sta accadendo anche oggi ed il campo di battaglia è il tasso di cambio tra le maggiori monete.
L’ America, e per lei la Federal Reserve, tiene a zero il tasso ufficiale proclamando che non lo toccherà finchè la disoccupazione non scenderà al 6,5% (ora è circa all’8). Non contento Bernanke continua a creare liquidità e credito facile pompando nell’economia USA 85 miliardi di Dollari ogni mese.
Il Giappone, altro grande malato, dichiara addirittura di voler creare inflazione e segue le orme dell’ America. Risultato, il cambio dell’ euro contro dollaro e contro yen alle stelle. Oggi il $ è quotato 1,34 euro. Siamo fortissimi? Piano con gli entusiasmi.
La scorsa settimana Morgan Stanley ha pubblicato uno studio che non ha avuto l’attenzione che si merita. Parla delle differenze di competitività all’interno dell’eurozona. Cioè per spiegare, magari banalizzando, quanto sono appetibili i nostri prodotti in relazione al prezzo internazionale determinato dal cambio. Si scoprono differenze quasi abissali. La Germania resterebbe competitiva anche con un cambio dell’ euro a 1,53 sul dollaro, certo acciaccata, ma competitiva. La Francia solo se il cambio si riducesse a 1,26. L’Italia solo a 1,19 potrebbe pensare di ritornare in gioco con i suoi prodotti. Stiamo combattendo con un braccio legato dietro la schiena.
Questa è una, non l’unica certo, ma non la meno importante ragione della crisi produttiva che va direttamente a incidere sulla crisi occupazionale.
Domanda facile. Perchè la BCE non si comporta come la FED, la consorella giapponese o la Banca Centrale della piccola Svizzera? Perchè non si stampa moneta al fine di abbassare il valore dell’ euro?
Risposta altrettanto facile perchè nello statuto della BCE vi è quale compito principale la stabilità dei prezzi, cioè la lotta all’inflazione che non c’è, mentre nello statuto della FED al primo posto della sua mission vi è la promozione del pieno impiego.
E’ inverno, nevica, fa freddo.
A Bruxelles ed a Berlino i custodi dell’ortodossia economica e finanziaria sono in letargo.
Per piacere, non fate rumore.
Renato Forte

é la questione sociale, bellezza!

Una commissione governativa accusa un ospedale di aver lasciato morire 1200 pazienti tra il 2005 e il 2009. Lasciati morire senza cure, senza assistenza, a volte senza cibo ed acqua. Poveri disgraziati nelle loro feci e nella loro urina. E’ successo certamente nell’Africa nera, direte voi.
Sbagliato. E’ successo in Inghilterra, patria del welfare. Sarà capitato in quelle strutture di contenzione che sono troppo spesso affidate ad un privato privo di scrupoli. Sbagliato di nuovo.
E’ successo nell’ospedale pubblico di Stafford e non è l’unico ad essere sotto inchiesta, ve ne sono altri 5 con ulteriori 3000 (diconsi tremila) vittime presunte.
Le cause? I tagli iniziati dal”compagno” Blair, uno degli esseri più inutili e presuntuosi che la storia ricordi, e proseguiti con Cameron, uno che si occupa della City e poco altro.
Non scandalizzatevi per favore. Non serve, meglio pensare perchè questa non è una storia inglese.
De te fabula narratur, dicevano i latini. Parla anche a noi qui e ora, in tempo di elezioni e di mirabolanti promesse.
La sanità, ma anche la scuola, anche il cosiddetto sociale sono la riserva a cui attingere, magari per restituire una Imu.
Domandiamoci se è questo che vogliamo e poi regoliamoci di conseguenza.
Sui muri di Atene (a proposito, non si parla più di Grecia, che sia inelegante? Che abbiano risolto tutti i loro problemi? Che vivano nel lusso?) è apparsa questa scritta: “ Per favore, non salvateci più”. Di una tragica ironia, ma drammaticamente reale.
E’ la questione sociale bellezza. Quella apparsa nell’800 durante l’industrializzazione e che riappare oggi durante la deindustrializzazione. Ce ne eravamo scordati.
Nell’ 89 è crollato il comunismo e nessuno lo rimpiange, ma, come ebbe a scrivere Bobbio, non si è portato dietro le domande di giustizia e di uguaglianza che per molti decenni, magari in forme sbagliate, aveva incarnato. Quelle sono rimaste e ci interrogano qui e ora.
Il capitalismo vincente pareva invincibile, ma guardatelo ora. Orbato da quelle forme di mediazione sociale che la presenza del comunismo aveva quasi imposto, il welfare, i piani di aiuto, i sindacati,
le robuste socialdemocrazie, si presenta in tutta la sua ingiustizia e la sua miseria morale che si esemplifica nell’ospedale di Stafford. Il re è nudo e fa anche un po’ schifo a vedersi.
Barbara Spinelli ricorda le parole di Arbatov, consigliere di Gorbaciov, alla fine degli anni 80 : “Faremo, a voi occidentali, la cosa peggiore che si possa fare ad un avversario: vi toglieremo il nemico”. Senza nemico dichiarato, identificabile in una ideologia, individuabile a prima vista, ma terribilmente presente sotto un’etichetta che pare una riesumazione del passato: questione sociale.
Non c’è nulla di più moderno caro professor Monti, anzi di drammaticamente contemporaneo.
Vendola l’ha capito. Bersani forse (speriamo). Lei no.
Tutto qui.
Renato Forte

Lo spread all’Università

Racconto un aneddoto che mi riguarda. Lo so che non è elegante, ma passatemelo.
Nel 1984 durante una missione in Argentina con una delegazione sindacale fui ricevuto dall’allora presidente Alfonsin alla Casa Rosada. L’Argentina era appena uscita dalla dittatura militare.
I generali al potere non erano solo stati dei miserabili assassini, ma anche dei ladri che avevano sistematicamente depredato il paese su cui incombeva una crisi economica e la solita ricetta del FMI, il reajuste, il taglio sistematico delle spese e di quel poco di welfare che restava.
Sostenni che era una follia, che andava rifiutato categoricamente. Alfonsin rispose che ero uno dei tanti ideologhi che non comprendevano la situazione e passò ad elencare i tagli decisi dalla sua amministrazione. Come sempre la scuola faceva la parte del leone. Incurante delle occhiatacce, rincarai la dose, meglio tagliare la sanità allora, almeno il danno non si sarebbe riversato sulle generazioni future. Alfonsin non la prese bene e ci lasciammo con molta freddezza. Lo rincontrai una dozzina d’anni dopo a Venezia dove ero tra i relatori di un convegno sulla cooperazione internazionale che aveva l’ex presidente tra gli ospiti d’onore. Mi riconobbe, venne a stringermi la mano e passammo due giorni a chiacchierare amabilmente di politica e cultura. Quando andai a salutarlo, alla fine del convegno, volle abbracciarmi e con un sorriso malizioso mi disse :” A proposito di quella discussione, credo proprio che avessi ragione tu”.
Questa storia mi è tornata in mente oggi, leggendo i giornali che pubblicano la relazione del CUM (Consiglio Universitario Nazionale) che denuncia 60 mila studenti in meno in 10 anni. Bilanci in rosso strutturale, difficoltà nel portare avanti la programmazione didattica a causa dei tagli, impossibilità di adempiere ai propri compiti istituzionali.
L’analisi è spietata “ la ricerca scientifica è l’unico motore universalmente riconosciuto per l’innovazione e lo sviluppo , tanto che il resto del mondo sta investendo in ricerca nonostante il periodo di profonda crisi”. E noi?
Noi ci occupiamo di IMU e litighiamo sul Montepaschi e poi, nei ritagli di tempo tiriamo fuori le solite litanie sui giovani, senza ricordare che , ad esempio, nel 2008 le borse di studio coprivano l’84% degli aventi diritto, che nel 2011 sono scesi al 75%. Vorrà pure dir qualcosa?
Avete letto nei programmi dei partiti, ad eccezione del nostro, un posto di rilievo sui problemi della scuola, dell’ istruzione, della formazione? Qualcuno ha fatto rilevare che gli atenei stanno ritornando luoghi di “classe”?
Molti mi risponderebbero, con sufficienza, che la scuola è aperta a tutti.
Anche l’ albergo Ritz è aperto a tutti. Come affermava, in tempi lontani, Giancarlo Paietta.
Ma già, lui era un comunista.
Renato Forte

Ma la guerra è finita?

Dunque l’esercito maliano, trascinato dai francesi, dopo Gao e Timbuctu ha liberato anche Kidal, ultima città prima delle stoppie, della sabbia, delle montagne di quel grande nord, regno incontrastato di tuareg e mori.
Missione compiuta avrebbe detto quel minus habens che ha governato gli USA prima di Obama.
Ma è proprio così? Ovviamente no. Questa prima fase della guerra è finita come tutti sapevamo sarebbe finita. Una serie di avanzate travolgenti contro un nemico che subisce attacchi dal cielo, ma rifiuta l’impegno sul campo con ritirate strategiche sino a disperdersi nel nulla dell’immenso nord.
Certo nei territori temporaneamente conquistati compiendo ruberie, uccisioni ed attacchi alle libertà individuali in nome di un islam distorto e corrotto. Certo colpendo i tesori di Timbuctu che sono patrimonio di tutta l’umanità prima che islamici o maliani. Altrettanto certo dopo aver reclutato nuovi adepti. Perché accanto alla geopolitica ed alla religione vi sono le condizioni di vita di quei poverissimi che vivono in un paese povero. Pare che ai reclutati promettessero un salario di 250 euro mensili, più del doppio del soldo dei regolari dell’esercito maliano, quattro volte quello di un poliziotto. Vi sono villaggi sulla strada tra Gao e Timbuctu che non hanno un reddito complessivo mensile di 250 euro. Lo tengano presente, per una volta, gli strateghi da strapazzo e se non lo fanno non si stupiscano: è sempre la disperata miseria il primo alleato dell’estremismo.
Il denaro è l’altra chiave di lettura dei problemi dell’area. Ci sono certo finanziamenti da parte di alcuni stati del Golfo che al movimento salafista fanno riferimento, ma vi sono soprattutto il narcotraffico, i rapimenti ed il controllo dei flussi d’immigrazione nel carnet di questi sedicenti religiosi e reali tagliagole.
A differenza del movimento di liberazione dei tuareg, che pare pronto a discutere con il governo maliano, i militanti di Ansar al Din, hanno abbandonato le città che sapevano di non poter difendere e sono rintanati nel territorio a loro favorevole e dove sarà difficilissimo snidarli.
Non per nulla i francesi paiono paghi e pensano di “africanizzare“ la guerra, cioè di relegarla al silenzio, ma non sarà facile. Occorrono uomini e mezzi, quei finanziamenti che tutti hanno promesso, ma chissà….
Lo spettro di un nuovo Afganistan è vicino, tra i monti e le gole dell’Hair, deserti di sabbie e pietre, dove c’è l’acqua, ma i posti li conoscono solo i tuareg, dove è sin troppo facile condurre una guerra di guerriglia, attaccare e sparire e poi attaccare di nuovo.
E poi provate a prendere una cartina geografica, partite dal nord del Mali, entrate in Algeria fino al mare e con il dito seguite bordeggiando : Tunisia, Libia, Egitto, Israele, Libano, Siria.
Trovate non dico certezze, ma almeno qualche motivo di speranza?
A me non pare.
Renato Forte

La vicenda Monte dei Paschi

Premessa : scrivo queste note, assolutamente non esaustive, per spirito di servizio, sapendo che la vicenda MPS durerà a lungo e s’ingarbuglierà ulteriormente. Ad ascoltare politici (molti) e commentatori televisivi (sempre molti), nonché giornalisti della carta stampata (un po’ meno per fortuna) ci si accorge che non sanno assolutamente (o fingono?) di cosa stanno parlando.
Probabilmente ad una domanda diretta: cos’è lo swap ? Risponderebbero: una bevanda gasata.
Per non incorrere nel medesimo errore offro queste semplici riflessioni.

Dagli ultimi dati pubblici (fonte Banca dei Regolamenti Internazionali) nel mondo circolano 637 trilioni di dollari di derivati a fronte di un pil globale di 67 trilioni ergo vi sono 570 trilioni di dollari che non hanno nessun sottostante valore reale, sono pura carta, o meglio impulsi elettronici che si muovono a velocità della luce. Una bisca di infimo livello, perché una percentuale elevatissima di questi titoli è pura speculazione e serve a cercare di guadagnare cifre altissime investendo pochissimo, ma se va male anche a perdere cifre altissime.
Come sono messe le banche italiane? Ce lo dice uno studio Mediobanca i derivati di Unicredit sono118 miliardi di euro, quelli di Intesa 59 e quelli MPS 18,3. Meglio di molte banche estere? Certamente sì se si pensa che Deutsche ne vanta 859 e Credit Suisse 764 che sommati ai 400 di UBS portano ad un tesoretto che vale il 254% del pil svizzero.
La somma di derivati di Unicredit e Banca Intesa rappresentano SOLO il 10,7% del pil italiano, possiamo stare allegri e pensare di crescere tranquillamente.
Ma i derivati sono anche una miniera d’oro per gli aggiustamenti di bilancio, per far apparire oro anche il piombo nell’ala delle entità finanziarie: si vende un titolo ad un compratore compiacente e lo si sostituisce con altro a scadenza allungata, molto più oneroso, s’intende, ma saranno fatti di chi dirigerà la banca in futuro. Intanto io amministratore presento bilanci brillanti, pago cedole ed incasso bonus da nababbi. Lo fanno tutti.
Al Montepaschi è andata male perché la Banca è in crisi profonda, al limite dell’insolvenza, se così non fosse non ne sapremo nulla, così come non sappiamo quello che c’è di vero nei bilanci delle altre istituzioni finanziarie.
Per questo motivo mentre la politica, strumentalmente, si agita a più non posso le banche, il ministero dell’Economia, la stessa Banca d’Italia tengono un profilo assai basso: tutti temono che fari maleducati si accendano su questioni che è bene restino riservate.
Alle volte quando si urla contro le banche, che se lo meritano, e si chiede loro di aprire il portafoglio mi viene da ridere: MPS è il terzo gruppo bancario italiano, prima avevamo assistito all’agonia di FONSAI, primaria compagnia assicurativa con perdite occultate da anni, è lecito farsi domande sui bilanci dell’intero comparto finanziario di questo paese? E se scoprissimo che quei portafogli sono pieni di carta straccia? Oltre agli estremisti della CGIL e della FIOM, oltre a quelli che non condividono politiche di risanamento aggressive, oltre a quelli che reclamano una più equa redistribuzione delle ricchezze, non sono anche queste situazioni parte del sempre citato “rischio Italia”?
Ma la crisi MPS origina da un’operazione maldestra ed opaca: l’acquisizione di Antonveneta.
Non mi pronuncio sulle questioni, pure ipotizzate, di tangenti, in questo paese sempre possibili, sulle quali indaga la magistratura, mi limito a dire che l’operazione è avvenuta in un tempo in cui la dimensione delle banche era il leit motiv della discussione politica ed economica, in cui si doveva mangiare per non essere mangiati. Con il risultato di creare reti gigantesche di sportelli inutili e costosi con un’operatività assurda, con accorpamenti raffazzonati e, spesso, non rispondenti alle esigenze reali. Oggi, tanto per dire, tutto questo sarà pagato anche dai dipendenti in esubero.
Ed inoltre Antonveneta rappresentava un problema sistemico, quindi un’operazione sia pure opaca, ma che toglieva castagne dal fuoco un po’ a tutti e non si è stati a guardarla per il sottile.
Ma non voglio di certo sottrarmi al problema politico, che esiste, ma che nell’ottica di cui sopra acquista certamente un diverso peso da quello che gli si vuol dare in campagna elettorale.
Non sto a rifare la storia degli Istituti di Credito di Diritto Pubblico e delle Casse di Risparmio,
architrave per decenni del potere democristiano, né voglio qui impancarmi in una discussione sulla riforma Amato e sulle fondazioni che pure meriterebbe una riflessione, semplicemente voglio richiamare l’attenzione sulle “anomalie” senesi.
Una grande banca, governata da una fondazione i cui vertici sono nominati dal potere politico locale, comune soprattutto, ma anche provincia e regione. Gli utili della banca sono girati, pro quota, alla fondazione che li utilizza per il territorio, soprattutto comunale.
Chi comanda chi? Chi controlla chi?
Di più, tre dei quattro ultimi sindaci di Siena sono stati dipendenti Montepaschi. Vi pare normale?
La fondazione, con gli utili della banca, come una grande mamma pronta a correre in soccorso dell’amministrazione.
E, vorrei fosse chiaro, non solo in spiccioli per attività ludiche. Si parla molto del Siena calcio, degli aiuti a tutte le contrade, della pallacanestro, ma è ingeneroso e sostanzialmente falso. I fondi sono stati utilizzati per il sociale, per attività culturali, per il mantenimento di un centro storico che non ha uguali in Italia, per il mantenimento, a livelli altissimi, di prestigiose attività, ne cito una per tutte l’Accademia Musicale Chigiana dove convergono artisti da tutto il mondo per frequentare corsi di perfezionamento.
Ma resta il dato incestuoso ente locale, fondazione, banca che avrebbe dovuto suonare campanelli d’allarme. E ancora la selezione dei dirigenti. Non conosco Mussari, dicono persona intelligente, ma professionalmente un avvocato penalista, che ci azzecca, direbbe qualcuno, con l’esercizio del credito in tempi così calamitosi e con serpenti di mare sempre in agguato?
Tutto questo non giustifica minimamente gli attacchi al PD, ma non può vedere il PD protagonista di una revisione profonda di certi metodi e di certi atteggiamenti, soprattutto di una certa libidine verso tutto quanto è mercato e finanza.
Ora che fare? Nazionalizzare, dicono i duri e puri.
Nulla in contrario, anzi. “ Nei settori molto concentrati di carattere strategico come il credito, le assicurazioni e l’energia, accanto alle imprese private dovrebbero coesistere imprese pubbliche, le quali dovrebbero perseguire obiettivi diversi da quelli privati (…) spingere in basso i prezzi dell’energia e del danaro, accrescere le spese in ricerca e innovazione e garantire credito a famiglie e aziende” Questo propongono Ruffolo e Sylos Labini nel loro pregevole libro “Il film della crisi”.
D’accordo, ma a patto che si discuta di governance di queste imprese e banche pubbliche, della lontananza dalla politica degli amministratori, delle forme di controllo effettive ed efficaci.
Altrimenti è un film già visto.
Debbo ricordare che fino all’altro ieri al ministero dell’Economia sedeva, da sottosegretario Nick o’ mericano?

Emergenza casa

L’emergenza abitativa è uno dei nodi fondamentali da affrontare con il prossimo governo. Assistiamo, ormai in tante città d’Italia, non ultima Torino, ad un progressivo deteriorarsi della situazione.
Il morso della crisi si scarica costantemente sulle fasce più deboli e lo fa in mille modi diversi. Gli investimenti per l’edilizia popolare sono in crollo costante ormai da anni, e da anni noi lo denunciamo.
Questo non provoca solo gravi disagi alle persone che vivono in stabili vecchi e fatiscenti, che devono attendere anni prima di vedersi assegnata l’abitazione di cui hanno diritto, ma di fatto segnala l’ennesimo ritirarsi della politica e del pubblico dal controllo del mercato.
L’Italia investe nell’edilizia popolare meno dell’1% del PIL contro l’oltre 3% di Svezia, Regno Unito e Paesi Bassi, il 3% di Francia, Austria e Germania. In questi paesi l’effetto benefico degli investimenti è duplice, da un lato una migliore offerta di welfare per i cittadini, dall’altro un controllo maggiore sul mercato e sulla speculazione sugli affitti. Appare chiaro anche ai non economisti che se ci sono più alloggi popolari, vivibili e ben gestiti il mercato degli affitti sarà più controllato.
Questa situazione, già di partenza pessima, si sta di giorno in giorno aggravando, l’introduzione dell’IMU così impostata, si sta scaricando quasi interamente sugli affittuari e non sui proprietari, la disoccupazione e la cassa integrazione stanno mettendo in ginocchio migliaia di famiglie che ora si trovano sotto sfratto o addirittura già senza casa. Tutto ciò viene ulteriormente aggravato dalla stretta che gli istituti di credito hanno imposto sui mutui per l’acquisto.
Oggi abbiamo bisogno di rilanciare una politica strutturale sul tema abitativo, da un lato dobbiamo dare risposte rapide ed efficaci per contrastare l’emergenza costruendo fondi speciali di sostegno all’affitto per le fasce più deboli a rischio sfratto, e al contempo mettere a disposizione subito spazi abitativi per chi ha già perso l’alloggio. A Torino, ad esempio, ci sono diverse strutture militari in disuso, già attrezzate come foresterie, che potrebbero da subito ospitare centinaia di nuclei famigliari, usiamole! Ecco la mia intervista rilasciata a Repubblica oggi.
Al contempo bisogna far partire subito un piano di investimenti sull’edilizia popolare recuperando le risorse dal mercato degli alloggi sfitti. A Torino ci sono 50 mila alloggi vuoti, introduciamo un’addizionale IMU per le case sfitte e al contempo costruiamo un sistema di sgravi progressivi per chi, invece, accetta di affittare a prezzi convenzionati per le fasce più deboli. Cerchiamo di mettere assieme le diverse difficoltà delle persone per crearne un valore aggiunto. Chi eredita una piccola casa non deve certamente essere subissato di tasse, ma deve mettere a disposizione della collettività quella risorsa. Chi invece di case ne ha decine deve essere costretto a fare la sua parte per il benessere della città.

La saetta e il parafulmine

Non ridete, per favore.
Un documento riservato del pentagono sostiene che il cacciabombardiere F 35 è vulnerabile al maltempo. Malgrado il suo nome: Lightning (saetta) ha paura dei fulmini. Può operare solo col beltempo e tenersi ad una distanza di sicurezza dai temporali di 40 miglia.
Se c’è una guerra a Torino, se c’è maltempo può profittevolmente bombardare Asti. Meglio che niente.
Australia e Norvegia hanno rinunciato all’acquisto, il Parlamento Olandese l’ha bocciato ed il Canada ne ha sospeso l’ordine fino a data da definire.
Noi ne avremmo ordinati 91. Il costo attuale, con le modifiche che già si sono rese necessarie, è fissato in 150 milioni di dollari per il modello base, può raggiungere i 200 milioni nei modelli più sofisticati (che so, volante in pelle, vernice metallizzata, cerchi in lega).
Una parte di questi F 35 dovevano essere del modello B, quelli a decollo corto, da usare sulle portaerei. Nell’attesa già abbiamo varato una nuova portaerei : la Cavour che affianca la Garibaldi (forse la Vittorio Emanuele è già in programma?).
Corre voce che la versione B sia in dubbio.
Se non la realizzano avremo 2 portaerei senza aerei? Pensate lo spazio per sdraio e ombrelloni!
L’ Italia ha già stanziato 15 miliardi di euro per dotarsi di questo gioiellino.
Ecco, adesso ridete pure, se potete.