Diario di guerra e (forse) di pace

Non cambia sostanzialmente la situazione in Libia,malgrado altisonanti proclami Gheddafi è in forte difficoltà appare abbacchiato,ha la stessa faccia di Gasparri dopo i risultati di Milano. I suoi fidi, almeno quelli che possono, scappano a gambe levate. Purtroppo questo non ferma gli spari e le bombe cioè a dire i morti ed i feriti.
Non cambia, se non con un di più di protervia la situazione siriana e gli appelli alla ragionevolezza dell’occidente scivolano come acqua sui vetri. Assad è tetragono, o forse prigioniero del sistema creato da suo padre. Comunque anche ieri dopo la preghiera si è sparato e si sono contate le solite decine di morti sull’asfalto. Si preannunciano sanzioni ulteriori, ma con risultati assai scarsi, per non dire nulli.
Obama ha parlato di Medio Oriente, meno male, finalmente, schierando l’America a fianco di chi lotta per la democrazia, ma con alcune vistose dimenticanze.
Nell’elenco delle richieste ai dittatori di andarsene manca la famiglia regnante Saudita ed i loro sottopancia del Baharein. Che vorrà dire?
Ma le sue parole hanno creato molto malumore in Israele ed il premier Netanyahu se ne è molto risentito. Ha fatto male, non ha capito che il discorso di Obama e le sue proposte sono l’unico modo per non finire nel nodo scorsoio delle Nazioni Unite che si sta preparando il prossimo settembre all’ Assemblea Generale.
In quell’ Assemblea Abu Mazen chiederà il riconoscimento formale della Palestina ed otterrà la maggioranza dei voti probabilmente spaccando l’occidente compreso qualche grande paese europeo.
A quel punto l’ America di Obama si vedrà costretta ad opporre il veto, vanificando le aperture politiche verso il “nuovo”Medio Oriente. Un bel pasticcio.
La politica d’Israele nei confronti delle rivolte dei gelsomini è stata patetica nel suo assurdo conservatorismo. Meglio dittatori alla Mubarak o alla Assad, dei rischi di una democratizzazione che non si sa dove andrà a parare. Senza contare che Israele capitalizza,di fronte agli USA ed all’occidente in generale il fatto di essere l’unica democrazia dell’area (il che è assolutamente vero, sia pure con vistose manchevolezze, stranamente non rimarcate, quale il preponderante ruolo “politico” dell’esercito che in ogni sana democrazia riposa nelle caserme e se osa sporgere fuori il capino viene solennemente bastonato come merita). Se non fosse più solo il suo peso sarebbe, almeno da questo lato, fortemente ridimensionato.
Ora dire, come ha fatto Obama, che si deve discutere a partire dai confini del 1967 significa dire che ogni insediamento posteriore non può considerarsi acquisito. Ha anche aggiunto, essendo un realista, che si può discutere e trattare su “scambi”, ma il significato non muta di molto: sempre deve trattarsi di accordi e non di colpi di mano.
E’ una politica imposta dai mutamenti dell’area e dalla opportunità per l’America di riconquistare un qualche credito che Bush jr ha dilapidato con incosciente imbecillità.
Israele, il cui diritto alla esistenza deve essere assolutamente garantito, se ne faccia una ragione, smetta una politica di pura potenza, prenda atto dei cambiamenti e si avvii ad un negoziato serio per la creazione del famoso due popoli e due stati. Possibilmente in pace fra loro.
L’alternativa non è per lui favorevole,almeno sin che resta Obama, o l’irrilevanza emergente o nuove guerre in vista che, dopo l’ultima esperienza libanese, mettono i brividi ai suoi stessi cittadini.

PS qui sono ripresi gli sbarchi,con gran disdoro della Lega che la chiama invasione e teme ritorsioni ed attacchi politici. La risposta è molto più semplice. Ce la fornisce il sociologo Domenico De Masi con dati non smentibili :un abitante dell’Africa sub-Sahariana riceve un sussidio annuo di 8 $, una mucca da latte europea ne riceve uno da 913 $. Meditiamo.

Diario di guerra e dintorni 10

Tempi duri,ragazzi. Tempi di pattugliamento di mari e di sceriffi sui confini, sacri ovviamente.
Questo il penoso spettacolo provocato da poche migliaia di migranti.
Clandestini o profughi?
Cioè gente che cerca di sopravvivere alla guerra o gente che cerca di sopravvivere alla fame?
Qualcuno sa spiegarmi la sostanziale differenza?
La Banca Mondiale, noto covo di assatanati comunisti, spiega che la speculazione sulle materie prime alimentari ha spostato nel novero degli affamati 44 milioni di persone. Ottima notizia per gli obiettivi del Millenium. Incentivi alla fuga e carburante per le destre europee,sempre più cieche, sorde e imbecilli. Incapaci di pensare ad un futuro decente. Chiuse in nazionalismi che mai come oggi si rivelano quale ultimo rifugio dei mascalzoni.
L’Italia dei maroni, in tutti i sensi, fa la furbata di elargire permessi di fuga con un occhio alle elezioni. La Francia di Sarko,finge di spaventarsi e chiude le frontiere, perchè anche lì l’anno prossimo si vota ed il presidente è malissimo combinato nei sondaggi, attaccato da quella destra xenofoba che si è allevato con cura (vi ricordate i rimpatri dei rom?).
Insomma un autentico sconforto,una storia che farebbe ridere se non si svolgesse sulla pelle di poveri disgraziati in cerca di un futuro decente.
Sul fronte di guerra le cose non vanno meglio.
Lo spiraglio di visibilità che si è aperto su Misurata ci da, ogni giorno di più, i contorni della tragedia. Trecentomila persone prigioniere di una guerra atroce. Case distrutte,cadaveri insepolti, cecchini che sparano a chiunque, ospedali al limite del collasso, popolazione, bambini soprattutto, traumatizzata ed affamata.
I non più tanto volenterosi prendono tempo e la NATO lamenta la mancanza di quelle bombe a guida laser che sono indispensabili in quelle situazioni, tipo Misurata, in cui si vuole ridurre al minimo la possibilità di danni collaterali. Pare che Francia ed Inghilterra le abbiano finite, gli americani, ovviamente , ne hanno a pacchi, ma non possono farle volare su aerei estranei (forse le bombe si offendono).
Così stiamo a guardare, mentre tra i ribelli cresce l’incomprensione, giusta incomprensione verso chi li aveva illusi di poterli sorreggere verso una vittoria contro il criminale ed ora fa i conti con la burocrazia (NATO), i cavilli ed i distinguo.
A chi addebiteremo i morti di Misurata?
By Renato Forte

Diario di guerra e dintorni 9

Vado fuori tema (ma solo apparentemente).
Ieri sera, più o meno all’ora di cena, una gentile signora di mezza età, vestita di nero, con poche, ma ferme e chiare parole, ha riscritto la classifica delle priorità valida per il mondo del lavoro.
Tra lo stupore di tutti ha messo in testa l’umanità, il diritto inalienabile della vita e della dignità.
Per una volta il profitto è stato retrocesso. Sono andato a dormire contento.
Sarebbe andato a dormire contento, ne sono sicuro, anche Vittorio Arrigoni, ma la follia che continua a pervadere quello sciagurato pezzo di terra non lo ha permesso.
Vittorio è stato ammazzato, brutalmente, alla periferia di Gaza pare da un commando salafita che lo accusava di corrompere i costumi di quegli sfortunati abitanti.
Vittorio era uno dei tanti volontari pacifisti che con l’interposizione dei loro corpi inermi tentano di difendere i diritti elementari dei palestinesi come coltivare un campo o pescare in mare aperto.
Non conoscevo Vittorio, ma ho conosciuto molti come lui, giovani, molto spesso ragazze, che dedicano un pezzo della loro vita a questa missione. Meritano il nostro rispetto a prescindere dalle idee politiche di ciascuno. Meritano la gratitudine dei palestinesi. Comprendo l’irritazione degli israeliani, ma li invito a farsene una ragione. La situazione di Gaza è terribile ed io la conosco bene perchè, sia pure per brevi periodi ci ho vissuto. Potrei scrivere molte cose, ma preferisco lasciar parlare Stephane Hessel, partigiano francese, nato a Berlino nel 1917 da padre ebreo, autore a 93 anni del pamphlet “Indignatevi”, rivolto in specie ai giovani: ”in un orizzonte di esasperazione, la violenza va intesa come un esito infelice di situazioni che sono inaccettabili per chi le subisce”.
Non vi è giustificazionismo in queste parole, solo lucida analisi della realtà.
Esasperazione è il contrario di speranza. Speranza era, ne sono sicuro,l a molla che ha portato Vittorio a lavorare, con i più umili, nell’inferno di Gaza. Che gli sia lieve la terra, povero figlio.
Ci arrivano le prime immagini da Misurata e sono immagini del solito orrore.
Il criminale martella la città con missili e bombe a grappolo. La popolazione è stremata e guarda con speranza al cielo ed agli aerei dei volonterosi.
I tre più volenterosi si sono riuniti, ma hanno prodotto solo proclami ed i proclami non salvano Misurata, Sarajevo del nuovo millennio.
La NATO chiede aerei, ma ottiene solo distinguo.
Il ministro degli esteri Russo, Lavrov, dice che siamo oltre i limiti dell’ONU e che bisogna operare un cessate il fuoco per trattare. Che cosa e soprattutto con chi non lo dice.
L’Italia si schernisce dicendo che trattasi di una sua ex colonia e se in un bombardamento ci fossero vittime civili il peso sarebbe troppo gravoso politicamente.
Come dire: noi abbiamo già ammazzato nonni e padri, non vorremmo ammazzare anche i figli.
Che delicatezza!

By Renato Forte

le rivolte arabe, i limiti dell'Europa e la sovranità del panico

Mentre nel mondo arabo e nordafricano continuano a sollevarsi rivolte che la nostra ristretta prospettiva non riesce a leggere secondo una lente adeguata, in Europa e in Italia il problema pare essere uno solo: quello dello “tsunami” di migranti, vissuto ancora una volta come un’invasione da combattere chiudendo nel modo più ermetico possibile le frontiere esterne ed interne dell’Unione, senza la predisposizione di nessuna  linea politica adeguata ad affrontare un’emergenza che rischia ancora una volta di sfociare nel panico collettivo verso “l’altro”.

Due articoli sui nostri limiti:

” One challenge facing observers of the uprisings spreading across north Africa and the Middle East is to read them as not so many repetitions of the past but as original experiments that open new political possibilities, relevant well beyond the region, for freedom and democracy. Indeed, our hope is that through this cycle of struggles the Arab world becomes for the next decade what Latin America was for the last – that is, a laboratory of political experimentation between powerful social movements and progressive governments from Argentina to Venezuela, and from Brazil to Bolivia. […] These Arab revolts ignited around the issue of unemployment, and at their centre have been highly educated youth with frustrated ambitions – a population that has much in common with protesting students in London and Rome…”

leggi l’articolo su http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2011/feb/24/arabs-democracy-latin-america

Non ci interessa quel che fa Gheddafi (vagamente parliamo di massacri, in parte avvenuti in parte potenziali). Non ci interessano neanche gli insorti, le loro intenzioni. Il mondo è in mutazione ma noi siamo lì, chiusi in un recinto fatto di ignoranza volontaria: come se esistesse, oltre alla guerra preventiva, un non-voler sapere preventivo. Credevamo di aver spostato le nostre frontiere più in là, lungo le coste libiche, ben felici che a gestire l’immigrazione fosse il colonnello coi suoi Lager, invece nulla da fare. Il muro libico crolla e i detriti son tutti a Lampedusa e la maggioranza stessa degenera in detrito: con Bossi che offre come soluzione lo slogan “föra di ball”, con il Consiglio dei ministri che salta, con Berlusconi che di persona andrà nell’isola campeggiando – ancora una volta – come re taumaturgo…”

leggi l’articolo su http://temi.repubblica.it/micromega-online/lampedusa-e-la-sovranita-del-panico/

Diario di guerra e dintorni – capitolo 7

Oggi parlo di soldi. Avevano pagato 400 dollari i poveri cristi che sono affogati nel canale di Sicilia sul solito barcone sfasciato e strapieno.Il barcone è affondato, i morti sono 250 o più, il numero esatto non si saprà mai.Scappavano dalla guerra, da Gheddafi che voleva arruolarli, dalla miseria dei loro paesi, da altre guerre, da altre dittature, dalla stessa fame.Sono stati inghiottiti dal mare Mediterraneo che, come dice il poeta, per lacrime, sangue e sperma è il più salato di tutti i mari. Sono andati “fora dai ball” da soli, anzi hanno pure pagato: 4oo dollari americani. Tenete a mente, 4oo dollari americani, il controvalore di 285 euro.

Lacrime di coccodrillo su quei morti, subito asciugate dalla parola magica: fatalità. Da tempo chi ha a cuore la vita delle persone e non solo i propri interessi chiede l’apertura di corridoi umanitari. Avrebbero evitato la fatalità. Avrebbero risparmiato 400 dollari. Sarebbero ancora vivi. Si è dimesso da presidente delle Generali Cesare Geronzi. Anzi, per la precisione l’hanno cacciato. Creava danno alla sua impresa con dichiarazioni non concordate e fuori luogo. Voleva addirittura impegnarla nella costruzione del ponte sullo stretto. La prima vittima di quel progetto balordo, di quella ennesima barzelletta del premier. Per andarsene ha preso, dicono i giornali, quindici milioni di euro. Lo scrivo per esteso 15.000.000. Era presidente da un anno. Lo hanno liquidato con il corrispettivo di 52.631 passaggi di profughi che vanno, molto e troppo spesso, a morire. E se arrivano sono accolti come bestie, come a Lampedusa. Corro il serio rischio di essere accusato di facile moralismo, lo so, ma non m’importa. Non so a voi, ma a me fa un po’ schifo.

by Renato Forte

Diario di guerra e dintorni – capitolo 6

Molte le notizie da commentare.
L’Italia riconosce gli insorti. Finalmente, dopo aver espresso “fiducia nella saggezza di Mubarak e nella lungimiranza di Gheddafi”.
Fa impressione il pressapochismo di queste destre che hanno difficoltà ad annoverare la democrazia tra le loro prerogative. Guardate agli USA ed ai piani di smantellamento del welfare o all’ Italia, con la proposta di quei cinque pisquani di abrogare la legge che vieta la ricostituzione del partito fascista.
Non siamo solamente, come scrive Lakoff, in presenza di “un’agenda dell’ignoranza” o della “prevalenza del cretino” secondo Fruttero e Lucentini, bensì in presenza di un attacco che mira a relegare la democrazia ad orpello e le istituzioni che la garantiscono una sinecura.
Per ciò di fronte alla rivolta mediorientale, tanto esitare, tanto dubitare con il segreto – mica tanto – pensiero che si stesse meglio prima.
Il premier e Maroni sono andati in Tunisia, poi Maroni ci è tornato e ne è uscito con un accordo molto misterioso. Gli accordi internazionali sono come un iceberg: la parte emersa è piccola e graziosa mentre normalmente sotto il pelo dell’acqua c’è la fregatura. Aspettiamo di saperne di più.
Intanto i profughi vengono man mano estratti da Lampedusa per liberare la villa di Berlusconi dall’assedio ed iniziare la costruzione di un campo da golf, un casinò -con rigoroso accento – uno stadio per il curling, un finto vulcano ed altre meraviglie.
In Libia le cose non vanno per nulla bene. Ieri Abdelfatah Younis, comandante delle milizie in armi ha alzato, di non poco, la voce. Ha accusato la Nato di muoversi con maldestra lentezza e di non proteggere sufficientemente i civili. Il nodo è Misurata, città martire, che da settimane resiste alle cannonate di Gheddafi. Sempre ieri navi turche della Nato hanno fermato imbarcazioni dirette a Misurata con armi destinate ai resistenti. Younis ha aggiunto che la Nato sta diventando un problema. E’ sempre brutto citarsi, ma l’avevo detto e non ci voleva una particolare intelligenza. In più gli americani hanno sospeso il lancio di tomahawk, i missili di precisione che costano un botto. Segno dei tempi.
Si potrebbe dire che prosegue lo stallo, ma sarebbe ottimistico. In effetti lo stallo rafforza le milizie regolari e consente loro di riorganizzarsi. Nel contempo vi è tutto un fiorire di trattative, ovviamente senza esito, per sbloccare la situazione dal punto di vista politico. Tutti incontrano tutti come ad un party.
Nel mentre non cessano i sommovimenti nell’area, Siria e Yemen sopra tutti.
Nello Yemen proseguono gli scontri con morti e feriti e pare ogni giorno più vicina la fine del vecchio dittatore Saleh. Ma nel paese, è bene ricordarlo, dominano tribù molto spesso in lotta fra loro e vi è una base stabile di Al Quaeda che Saleh si è ben guardato dal combattere troppo perchè rendeva dollaroni sonanti in aiuti USA. I soliti profittatori? Il capo riconosciuto di Al Qaeda in Yemen si fa chiamare Anwar Awlaki ma è un cittadino americano, nato in New Mexico, ricercato “vivo o morto” dalla CIA.
La Siria è in preda a controllate convulsioni, per ora. Ma tutti sappiamo il ruolo geopolitico che gioca quel paese nell’area e l’incendio sarebbe assai difficile da controllare. La liberazione dei prigionieri politici e la promessa dell’abolizione delle leggi eccezionali – eccezionali da 30 anni – paiono indicare la strada per un’uscita morbida. Speriamo che il giovane Assad sia più lungimirante del padre e sappia cogliere il segno dei tempi.
Intanto una voce preoccupata si è levata nel mondo, quella dello sceicco Zaki Yamani, lo storico presidente dell’Opec ai tempi della prima crisi petrolifera, l’uomo che nel ’73 inventò l’embargo e ci costrinse a piedi: “se la crisi si estendesse all’ Arabia Saudita il petrolio potrebbe schizzare a 200, forse 300 $ al barile”. Ma l’ Arabia Saudita, malgrado tutto, pare solida e con lei la monarchia wahabita, gli è stato risposto. “Perchè la Tunisia qualcuno l’aveva prevista?” ha replicato beffardo, insinuando brividi gelidi lungo la schiena degli astanti.

by Renato Forte

Diario di guerra e dintorni – capitolo 5

La guerra in Libia segue pedissequamente il copione di tutte le guerre. Si combatte, si muore, si avanza, si indietreggia, ci sono vittime civili, c’è il fuoco amico ( amico? ). Compaiono tragicamente padri, madri, mogli con in mano la fotografia del defunto che guardano smarriti la telecamera impietosamente sparata sui loro volti addolorati.
Dietro questo palcoscenico la solita farsa: trattative più o meno segrete, disertori, confusione, proclami.
La realtà si conferma in tutta la sua evidenza: militarmente nessuno in questo momento è in grado di vincere, politicamente la situazione è in stallo.
Una soluzione potrebbe venire dalle tribù più importanti (tra le oltre 140 presenti) segnatamente i Warfalla ed i Maghara se e quando decideranno da che parte stare, ma non ci conterei molto.
Oppure potrebbe prendere corpo l’idea, da tutti avversata a parole, di una divisione tra Cirenaica e Tripolitania, sia pure momentanea in attesa di una futura (quanto?) riunificazione in un Governo di pacificazione. Ma il rischio somalizzazione sarebbe veramente grosso.
In sintesi si combatte e si tratta, ma senza grandi speranze.
I volenterosi cominciano a fare conti sui costi della guerra che vanno a gravare bilanci scassati dalla crisi economica e non è un buon segno per i ribelli. L’ipotesi di armarli e lasciarli al loro destino comincia ad avere corso nei colloqui delle cancellerie. Poi vedremo come sistemare la questione Gheddafi, se nessuno provvederà prima.
Per quanto concerne la situazione profughi (o clandestini, o immigrati o quello che volete voi) continua il fescennino del governo tra tendopoli bucate,rivolte di piazza,sdegnosi rifiuti e quantaltro.
Mentre scrivo Berlusconi e Maroni sono a Tunisi a trattare non si capisce cosa. Il governo tunisino dovrebbe cacciarli a calci in culo,dopo aver loro mostrato come un popolo povero, ma dignitoso ha saputo accogliere decine di migliaia di profughi fuggiti dalla Libia in fiamme.Tutti ricordiamo le immagini dei volontari alla frontiera con acqua e cibo, ma soprattutto con volontà e sorrisi.
Ecco un esempio da prendere, senza andare troppo lontano. E non vale solo per noi, ma anche, per esempio, per i francesi che mostrano inutili muscoli alla frontiera e per l’ Europa che balbetta.
Concludo con una notizia super. La Minetti ha dichiarato che vorrebbe continuare a fare politica – continuare? – e fa un pensierino al Ministero degli esteri. Non ridete, potreste piangere di gusto.
Credo sia una vittima della cultura. Qualcuno deve averle detto la famosa frase marinettiana “guerra, sola igiene del mondo”. E lei avrà pensato: chi meglio di un’igienista, sia pure dentale.

by Renato Forte

Diario di guerra e dintorni – capitolo 4

Dunque è NATO. Il parto è stato difficile e laborioso, hanno dovuto usare il forcipe, ma è NATO.
Il nascituro è un po’ bolso e ritardato, perchè la NATO è una specie di ATAC dove decine di Alemanni cercano di infilarci parenti, amici, conoscenti e sodali politici. Non lo dico io che fui a suo tempo congedato caporalmaggiore, ma Fabio Mini che prima di fare il commentatore per Repubblica era generale, dunque sa di cosa si parla.
Cameron e Sarkozy hanno smesso di passeggiare sul bagnasciuga mostrando i muscoli (che non hanno) ed hanno detto di essere in possesso di una road map congiunta.
Frattini ha detto che ce l’aveva anche lui, messa a punto con i tedeschi. I tedeschi hanno taciuto.
Forse bisognerebbe spiegare a Frattini che per fare documenti congiunti bisogna essere in due.

Obama ha chiamato in videoconferenza i due forzuti e la signora Merkel, rinata e radioattiva (non fraintendete, intendo dire tornata attiva dopo aver appreso alla radio i risultati delle elezioni).
Avevano anche chiamato Berlusconi, ma era occupato con Longo, Ghedini e Paniz ed ha detto di girare la chiamata a Frattini. Frattini era però in garage a lavare la macchina e là sotto il cellulare non prende. Ecco come sono andate veramente le cose, non che ci hanno snobbato come dicono i comunisti.
Il giorno dopo a Londra grande rimpatriata e unità d’intenti. Per la Clinton si possono armare i ribelli, per Rasmussen, segretario NATO, non si possono armare i ribelli, per il delegato del Quatar occorre trovare una soluzione per l’esilio di Gheddafi, per il capo del governo provvisorio libico non si può pensare in nessun modo ad un salvacondotto per il colonnello.
Vi domanderete in che mani siamo,in queste e allegria.
Ma qui l’allegria finisce, perchè è ormai chiaro che i ribelli, male armati, male organizzati, ricchi solo di buona volontà non ce la faranno mai contro un esercito che per quanto strapenato resta pur sempre un esercito. Lo devono affrontare non in qualche sorta di guerriglia mordi e fuggi, ma conquistando e mantenendo paesi e città in scontri aperti. Troppo anche con l’aiuto dei bombardamenti alleati. Allora che fare?
In aggiunta cominciano a levarsi proteste perchè i bombardamenti colpiscono i civili. E non stentiamo a crederlo, sappiamo per esperienza ormai consolidata quanto siano stupide le bombe intelligenti.
Si vive un’atmosfera sospesa aspettando che aumentino esponenzialmente le diserzioni e che qualche anima pia ci risolva il problema eliminando il dittatore. Come strategia è un po’ scarsa, dobbiamo ammetterlo.
Il terzo motivo per cui l’allegria finisce è il triste, sconfortante spettacolo che stiamo dando a Lampedusa. Mi piacerebbe pensare che sia figlio dell’improvvisazione di questi miracolati che compongono il nostro governo, ma temo che non sia così.
La cosa non giunge improvvisa, è stata accuratamente preparata da dichiarazioni irresponsabili e campagne demenziali martellanti.
Nessuno sano di mente può pensare che un paese del G8 venga messo in ginocchio da una decina di migliaia di profughi,oltretutto abbondantemente annunciati. Che non si potessero prevedere e preparare luoghi d’accoglienza a cui fare affluire questa povera gente subito sottratta alla situazione umiliante venutasi a generare a Lampedusa.

C’è del metodo in questa follia,in questo volere a tutti i costi creare il caso,eccitare gli animi in una sequenza di parole strabordanti e di fatti inesistenti. Forse la speranza che gli immigrati oscurino i processi del premier o vengano buoni alla retorica elettorale?

In un paese che ricrea ambienti di guerra anche in Parlamento è tutto possibile.

Purtroppo.

by Renato Forte

Diario di guerra e dintorni – capitolo 3

Finalmente una decisione chiara: la NATO ha il comando operativo della missione, quello politico non si sa. Tu tieni il dito sul grilletto, ma a puntare il fucile sono io. Se qualcuno sa spiegare, per favore, mi scriva e poi scriva anche all’ Europa, se trova l’indirizzo. L’ Italia vota 8 mozioni diverse, ma convergenti, tra Camera e Senato. Grande prova di unità in un momento tanto grave. Già, l’Italia; dalle dichiarazioni dei nostri governanti è difficile capire da che parte stiamo veramente, cosa stiamo facendo, cosa vogliamo fare. Berlusconi si dice addolorato per Gheddafi ma se è addolorato, perchè i nostri bombardieri stanno volando? Forse perchè il petrolio ed il gas libico lo addolorerebbero di più se venissero a mancare? O rimpiange i profughi messi nelle mani del colonnello senza voler sapere cosa ne avrebbe fatto?
Frattini, un atleta del pensiero, afferma che non siamo in guerra ed infatti i nostri caccia sprecano carburante in inutili sorvoli a rimirare i risultati dei bombardamenti che addolorano il premier. Forse anche i caccia sorvolano addolorati, mentre i piloti piangono.
Del resto, come ricorda Barbara Spinelli su Repubblica, il 17 gennaio in un’intervista sul Corriere Gheddafi fu definito un modello di democrazia per il mondo arabo. Perchè a questo nessuno ha chiesto le dimissioni com’è avvenuto in Francia per la ministra degli esteri Alliot-Marie, che fu ospite del Governo Tunisino di Ben Alì durante le vacanze di Natale?
E infine ci si interroga sulla natura delle rivoluzioni del gelsomino e rispuntano paure, perchè le cose, anche in Egitto, anche in Tunisia non vanno come noi vorremmo che andassero: un bel percorso lineare verso la democrazia, gestito da persone di nostra fiducia.
Li abbiamo visti costretti dai loro tiranni a zoppicare per 40 anni e adesso pretendiamo che vincano i 100 metri alle olimpiadi. La democrazia come un fast food, uno entra e si serve.
Ho paura che le delusioni, per chi la pensa così, saranno molte.
E non posso non ricordare che, dopo un lungo e fortunato periodo di silenzio, a Gerusalemme e tornata a scoppiare una bomba, forse per ricordarci che i problemi vanno affrontati, non nascosti sotto il tappeto come la polvere.

by Renato Forte

Diario di guerra e dintorni – capitolo 1

Chi scrive non può essere arruolato tra i pacifisti fondamentalisti,ritiene che un popolo sottomesso abbia il sacrosanto diritto di ribellarsi, facendo anche uso della forza se necessario.
Eticamente condivido le parole che il presidente Napolitano ha usato a Torino: non possiamo non aiutare chi sta combattendo per il proprio risorgimento.
La traduzione in pratica mi lascia molto più perplesso. Vedo con angoscia le solite immagini di aerei che decollano,missili che partono,colonne di fumo nero che s’impennano. Ascolto le solite dichiarazioni che non dichiarano nulla ed i commenti fatti di vuoto e mi viene da pensare : ecco,ci siamo ricascati
Pare che il segretario di stato americano Colin Powell, quando il Presidente Bush Jr gli annunciò che aveva deciso di entrare in guerra contro l’ Iraq, avesse avvertito che “se si entra con gli scarponi in un negozio di porcellane poi i cocci sono nostri”.
In effetti, quando si entra in guerra, bisognerebbe almeno sapere se e come la si vince e poi cosa fare per il “dopo”.
La domanda è : lo sappiamo? La risposta : non mi pare.
Quando possiamo considerare vinta questa guerra sulla scorta della risoluzione 1973 ? Quando tutti i civili libici saranno protetti? E Gheddafi cosa farà dopo ? Resterà al suo posto ? E noi lo lasceremo lì ? E chi proteggerà i civili, dopo, con Gheddafi al suo posto?
E ancora, chi combatte questa guerra figlia della risoluzione ? Chi la dirige ? Chi deciderà che la missione è compiuta ? Quale rapporto si instaurerà non solo con gli insorti,ma con l’intero popolo libico,con le tribù dei vari territori ? Si dovrà addivenire ad una spartizione, ad un protettorato,ad una occupazione manu militari?
Potrei continuare con le domande per pagine ancora, ma è chiaro che nessuno,in questo momento ha le risposte da offrire e questo perchè manca la politica,quella vera,con la P maiuscola ed è ancora una volta sostituita dall’improvvisazione mascherata dallo sfoggio muscolare.
Non dico nulla di nuovo se affermo che l’essere oggi in guerra segna la sconfitta della politica.
Una politica miope, perennemente affaticata a seguire più gli interessi economici di ogni singolo paese che un ordinato e giusto sviluppo del mondo. E questo inquina anche le migliori intenzioni (quando vi siano,naturalmente). Perchè sono troppi i motivi di dubbio sulle reali intenzioni di chi si pone a capo di queste guerre. Perchè giustamente ci si chiede “solo contro Gheddafi? Ed in Bahrein allora? Gheddafi è un orrendo dittatore,certamente,ma la famiglia regnante Saudita cos’è un consesso di liberali con a cuore il benessere e la libertà del proprio popolo?
Volenterosi in guerra, poco volonterosi tutto il resto del tempo.
Sporadicamente uniti in battaglia aperta, costantemente divisi nel chiuso delle stanze dei consessi internazionali.
Quando cominceremo a chiedere conto di questo ai nostri governi, all’Europa, alle istituzioni sovra nazionali ?
by Renato Forte