Notizie dalla campagna di Michele Curto

Diario di guerra e dintorni – capitolo 5

La guerra in Libia segue pedissequamente il copione di tutte le guerre. Si combatte, si muore, si avanza, si indietreggia, ci sono vittime civili, c’è il fuoco amico ( amico? ). Compaiono tragicamente padri, madri, mogli con in mano la fotografia del defunto che guardano smarriti la telecamera impietosamente sparata sui loro volti addolorati.
Dietro questo palcoscenico la solita farsa: trattative più o meno segrete, disertori, confusione, proclami.
La realtà si conferma in tutta la sua evidenza: militarmente nessuno in questo momento è in grado di vincere, politicamente la situazione è in stallo.
Una soluzione potrebbe venire dalle tribù più importanti (tra le oltre 140 presenti) segnatamente i Warfalla ed i Maghara se e quando decideranno da che parte stare, ma non ci conterei molto.
Oppure potrebbe prendere corpo l’idea, da tutti avversata a parole, di una divisione tra Cirenaica e Tripolitania, sia pure momentanea in attesa di una futura (quanto?) riunificazione in un Governo di pacificazione. Ma il rischio somalizzazione sarebbe veramente grosso.
In sintesi si combatte e si tratta, ma senza grandi speranze.
I volenterosi cominciano a fare conti sui costi della guerra che vanno a gravare bilanci scassati dalla crisi economica e non è un buon segno per i ribelli. L’ipotesi di armarli e lasciarli al loro destino comincia ad avere corso nei colloqui delle cancellerie. Poi vedremo come sistemare la questione Gheddafi, se nessuno provvederà prima.
Per quanto concerne la situazione profughi (o clandestini, o immigrati o quello che volete voi) continua il fescennino del governo tra tendopoli bucate,rivolte di piazza,sdegnosi rifiuti e quantaltro.
Mentre scrivo Berlusconi e Maroni sono a Tunisi a trattare non si capisce cosa. Il governo tunisino dovrebbe cacciarli a calci in culo,dopo aver loro mostrato come un popolo povero, ma dignitoso ha saputo accogliere decine di migliaia di profughi fuggiti dalla Libia in fiamme.Tutti ricordiamo le immagini dei volontari alla frontiera con acqua e cibo, ma soprattutto con volontà e sorrisi.
Ecco un esempio da prendere, senza andare troppo lontano. E non vale solo per noi, ma anche, per esempio, per i francesi che mostrano inutili muscoli alla frontiera e per l’ Europa che balbetta.
Concludo con una notizia super. La Minetti ha dichiarato che vorrebbe continuare a fare politica – continuare? – e fa un pensierino al Ministero degli esteri. Non ridete, potreste piangere di gusto.
Credo sia una vittima della cultura. Qualcuno deve averle detto la famosa frase marinettiana “guerra, sola igiene del mondo”. E lei avrà pensato: chi meglio di un’igienista, sia pure dentale.

by Renato Forte

Diario di guerra e dintorni – capitolo 4

Dunque è NATO. Il parto è stato difficile e laborioso, hanno dovuto usare il forcipe, ma è NATO.
Il nascituro è un po’ bolso e ritardato, perchè la NATO è una specie di ATAC dove decine di Alemanni cercano di infilarci parenti, amici, conoscenti e sodali politici. Non lo dico io che fui a suo tempo congedato caporalmaggiore, ma Fabio Mini che prima di fare il commentatore per Repubblica era generale, dunque sa di cosa si parla.
Cameron e Sarkozy hanno smesso di passeggiare sul bagnasciuga mostrando i muscoli (che non hanno) ed hanno detto di essere in possesso di una road map congiunta.
Frattini ha detto che ce l’aveva anche lui, messa a punto con i tedeschi. I tedeschi hanno taciuto.
Forse bisognerebbe spiegare a Frattini che per fare documenti congiunti bisogna essere in due.

Obama ha chiamato in videoconferenza i due forzuti e la signora Merkel, rinata e radioattiva (non fraintendete, intendo dire tornata attiva dopo aver appreso alla radio i risultati delle elezioni).
Avevano anche chiamato Berlusconi, ma era occupato con Longo, Ghedini e Paniz ed ha detto di girare la chiamata a Frattini. Frattini era però in garage a lavare la macchina e là sotto il cellulare non prende. Ecco come sono andate veramente le cose, non che ci hanno snobbato come dicono i comunisti.
Il giorno dopo a Londra grande rimpatriata e unità d’intenti. Per la Clinton si possono armare i ribelli, per Rasmussen, segretario NATO, non si possono armare i ribelli, per il delegato del Quatar occorre trovare una soluzione per l’esilio di Gheddafi, per il capo del governo provvisorio libico non si può pensare in nessun modo ad un salvacondotto per il colonnello.
Vi domanderete in che mani siamo,in queste e allegria.
Ma qui l’allegria finisce, perchè è ormai chiaro che i ribelli, male armati, male organizzati, ricchi solo di buona volontà non ce la faranno mai contro un esercito che per quanto strapenato resta pur sempre un esercito. Lo devono affrontare non in qualche sorta di guerriglia mordi e fuggi, ma conquistando e mantenendo paesi e città in scontri aperti. Troppo anche con l’aiuto dei bombardamenti alleati. Allora che fare?
In aggiunta cominciano a levarsi proteste perchè i bombardamenti colpiscono i civili. E non stentiamo a crederlo, sappiamo per esperienza ormai consolidata quanto siano stupide le bombe intelligenti.
Si vive un’atmosfera sospesa aspettando che aumentino esponenzialmente le diserzioni e che qualche anima pia ci risolva il problema eliminando il dittatore. Come strategia è un po’ scarsa, dobbiamo ammetterlo.
Il terzo motivo per cui l’allegria finisce è il triste, sconfortante spettacolo che stiamo dando a Lampedusa. Mi piacerebbe pensare che sia figlio dell’improvvisazione di questi miracolati che compongono il nostro governo, ma temo che non sia così.
La cosa non giunge improvvisa, è stata accuratamente preparata da dichiarazioni irresponsabili e campagne demenziali martellanti.
Nessuno sano di mente può pensare che un paese del G8 venga messo in ginocchio da una decina di migliaia di profughi,oltretutto abbondantemente annunciati. Che non si potessero prevedere e preparare luoghi d’accoglienza a cui fare affluire questa povera gente subito sottratta alla situazione umiliante venutasi a generare a Lampedusa.

C’è del metodo in questa follia,in questo volere a tutti i costi creare il caso,eccitare gli animi in una sequenza di parole strabordanti e di fatti inesistenti. Forse la speranza che gli immigrati oscurino i processi del premier o vengano buoni alla retorica elettorale?

In un paese che ricrea ambienti di guerra anche in Parlamento è tutto possibile.

Purtroppo.

by Renato Forte

Diario di guerra e dintorni – capitolo 3

Finalmente una decisione chiara: la NATO ha il comando operativo della missione, quello politico non si sa. Tu tieni il dito sul grilletto, ma a puntare il fucile sono io. Se qualcuno sa spiegare, per favore, mi scriva e poi scriva anche all’ Europa, se trova l’indirizzo. L’ Italia vota 8 mozioni diverse, ma convergenti, tra Camera e Senato. Grande prova di unità in un momento tanto grave. Già, l’Italia; dalle dichiarazioni dei nostri governanti è difficile capire da che parte stiamo veramente, cosa stiamo facendo, cosa vogliamo fare. Berlusconi si dice addolorato per Gheddafi ma se è addolorato, perchè i nostri bombardieri stanno volando? Forse perchè il petrolio ed il gas libico lo addolorerebbero di più se venissero a mancare? O rimpiange i profughi messi nelle mani del colonnello senza voler sapere cosa ne avrebbe fatto?
Frattini, un atleta del pensiero, afferma che non siamo in guerra ed infatti i nostri caccia sprecano carburante in inutili sorvoli a rimirare i risultati dei bombardamenti che addolorano il premier. Forse anche i caccia sorvolano addolorati, mentre i piloti piangono.
Del resto, come ricorda Barbara Spinelli su Repubblica, il 17 gennaio in un’intervista sul Corriere Gheddafi fu definito un modello di democrazia per il mondo arabo. Perchè a questo nessuno ha chiesto le dimissioni com’è avvenuto in Francia per la ministra degli esteri Alliot-Marie, che fu ospite del Governo Tunisino di Ben Alì durante le vacanze di Natale?
E infine ci si interroga sulla natura delle rivoluzioni del gelsomino e rispuntano paure, perchè le cose, anche in Egitto, anche in Tunisia non vanno come noi vorremmo che andassero: un bel percorso lineare verso la democrazia, gestito da persone di nostra fiducia.
Li abbiamo visti costretti dai loro tiranni a zoppicare per 40 anni e adesso pretendiamo che vincano i 100 metri alle olimpiadi. La democrazia come un fast food, uno entra e si serve.
Ho paura che le delusioni, per chi la pensa così, saranno molte.
E non posso non ricordare che, dopo un lungo e fortunato periodo di silenzio, a Gerusalemme e tornata a scoppiare una bomba, forse per ricordarci che i problemi vanno affrontati, non nascosti sotto il tappeto come la polvere.

by Renato Forte

Diario di guerra e dintorni – capitolo 1

Chi scrive non può essere arruolato tra i pacifisti fondamentalisti,ritiene che un popolo sottomesso abbia il sacrosanto diritto di ribellarsi, facendo anche uso della forza se necessario.
Eticamente condivido le parole che il presidente Napolitano ha usato a Torino: non possiamo non aiutare chi sta combattendo per il proprio risorgimento.
La traduzione in pratica mi lascia molto più perplesso. Vedo con angoscia le solite immagini di aerei che decollano,missili che partono,colonne di fumo nero che s’impennano. Ascolto le solite dichiarazioni che non dichiarano nulla ed i commenti fatti di vuoto e mi viene da pensare : ecco,ci siamo ricascati
Pare che il segretario di stato americano Colin Powell, quando il Presidente Bush Jr gli annunciò che aveva deciso di entrare in guerra contro l’ Iraq, avesse avvertito che “se si entra con gli scarponi in un negozio di porcellane poi i cocci sono nostri”.
In effetti, quando si entra in guerra, bisognerebbe almeno sapere se e come la si vince e poi cosa fare per il “dopo”.
La domanda è : lo sappiamo? La risposta : non mi pare.
Quando possiamo considerare vinta questa guerra sulla scorta della risoluzione 1973 ? Quando tutti i civili libici saranno protetti? E Gheddafi cosa farà dopo ? Resterà al suo posto ? E noi lo lasceremo lì ? E chi proteggerà i civili, dopo, con Gheddafi al suo posto?
E ancora, chi combatte questa guerra figlia della risoluzione ? Chi la dirige ? Chi deciderà che la missione è compiuta ? Quale rapporto si instaurerà non solo con gli insorti,ma con l’intero popolo libico,con le tribù dei vari territori ? Si dovrà addivenire ad una spartizione, ad un protettorato,ad una occupazione manu militari?
Potrei continuare con le domande per pagine ancora, ma è chiaro che nessuno,in questo momento ha le risposte da offrire e questo perchè manca la politica,quella vera,con la P maiuscola ed è ancora una volta sostituita dall’improvvisazione mascherata dallo sfoggio muscolare.
Non dico nulla di nuovo se affermo che l’essere oggi in guerra segna la sconfitta della politica.
Una politica miope, perennemente affaticata a seguire più gli interessi economici di ogni singolo paese che un ordinato e giusto sviluppo del mondo. E questo inquina anche le migliori intenzioni (quando vi siano,naturalmente). Perchè sono troppi i motivi di dubbio sulle reali intenzioni di chi si pone a capo di queste guerre. Perchè giustamente ci si chiede “solo contro Gheddafi? Ed in Bahrein allora? Gheddafi è un orrendo dittatore,certamente,ma la famiglia regnante Saudita cos’è un consesso di liberali con a cuore il benessere e la libertà del proprio popolo?
Volenterosi in guerra, poco volonterosi tutto il resto del tempo.
Sporadicamente uniti in battaglia aperta, costantemente divisi nel chiuso delle stanze dei consessi internazionali.
Quando cominceremo a chiedere conto di questo ai nostri governi, all’Europa, alle istituzioni sovra nazionali ?
by Renato Forte

Noi per Torino: perché un'Italia migliore esiste

Oggi verranno distribuite 50.000 copie di «Domani», un quotidiano che ancora non esiste, con delle notizie che ancora non esistono. Ma che esisteranno, se crediamo che un’Italia migliore ci sia. E che Torino, ancora una volta, ne possa essere un’avanguardia.

[nggallery id=3].

«Domani» è il mondo che vogliamo costruire. Ma il nostro tempo è adesso.

Crediamo sia giunto il momento per le persone che da sempre operano sul territorio, nel sociale, nell’impegno civile e più in generale tutte le persone che si riconoscono nei valori della sinistra di intraprendere un nuovo percorso comune. Queste sono state le motivazioni che mi hanno spinto a candidarmi alle primarie del centrosinistra a Torino, come sindaco, e che insieme a me hanno mobilitato un gruppo sempre più ampio di persone convinte, come me, che solo mettendosi in gioco si possa generare il cambiamento.

Oggi questo percorso si riconosce e arricchisce il progetto politico di Nichi Vendola e di Sinistra Ecologia e Libertà, perché – come loro – anche noi sentiamo fortemente l’esigenza di ricostruire una sinistra unita, una sinistra che rappresenti una vera alternativa di governo e, soprattutto, un’Italia migliore.

Per questi motivi, dopo le primarie continuiamo e oggi mi candido in consiglio comunale come indipendente nella lista di Sinistra e Libertà, così come diverse persone di Noi per Torino si candidano nelle circoscrizioni.

Ci candidiamo per riportare nell’agenda politica torinese i temi che ci contraddistinguono: i diritti, il lavoro, l’ambiente. I problemi di una generazione, la nostra, che ha diritto ad avere un futuro in questo paese. Vogliamo affrontare queste sfide ricucendo il tessuto sociale, mettendo insieme ed incrociando i bisogni delle persone, costruendo spazi di confronto e di protagonismo, innovando e valorizzando la sinistra.

Alle elezioni comunali del 15 e 16 Maggio, puoi andare a votare ancora una volta quello che credi sia il meno peggio oppure puoi fare accadere quello che tutti pensano sia necessario, che tutti vorrebbero ma che nessuno si aspetta davvero. Puoi costruire l’alternativa e riscoprire il gusto di andare a votare un’idea. Perché se non ora, quando?

Michele Curto

La conferenza stampa di lancio della candidatura si terrà martedì 12 aprile presso La Fabbrica delle E alle h 19,00 – Gruppo Abele in Corso Trapani 91/b a Torino. Vi aspettiamo!

www.facebook.com/michicurto

scarica il pdf Domani

il nostro tempo è adesso

Michele è tra i primi firmatari dell’appello “Il nostro tempo è adesso”, che dà voce alle preoccupazioni di una generazione che vuole restare in Italia e vuole avere il diritto di immaginarsi e costruirsi un futuro in questo paese.

Ecco il videomessaggio di Nichi:
(cliccare per vedere il video a tutto schermo)


Sabato 9 aprile sarà per i giovani di molte città d’Italia un importante momento di mobilitazione: l’appuntamento a Torino è in piazza Vittorio alle ore 15.

IL NOSTRO TEMPO è ADESSO – L’ APPELLO

Non c’è più tempo per l’attesa. E’ il tempo per la nostra generazione di prendere spazi e alzare la voce. Per dire che questo paese non ci somiglia, ma non abbiamo alcuna intenzione di abbandonarlo. Soprattutto nelle mani di chi lo umilia quotidianamente.

Siamo la grande risorsa di questo paese. Eppure questo paese ci tiene ai margini. Senza di noi decine di migliaia di imprese ed enti pubblici, università e studi professionali non saprebbero più a chi chiedere braccia e cervello e su chi scaricare i costi della crisi. Così il nostro paese ci spreme e ci spreca allo stesso tempo.

Siamo una generazione precaria: senza lavoro, sottopagati o costretti al lavoro invisibile e gratuito, condannati a una lunghissima dipendenza dai genitori. La precarietà per noi si fa vita, assenza quotidiana di diritti: dal diritto allo studio al diritto alla casa, dal reddito alla salute, alla possibilità di realizzare la propria felicità affettiva. Soprattutto per le giovani donne, su cui pesa il ricatto di una contrapposizione tra lavoro e vita.

Non siamo più disposti a vivere in un paese così profondamente ingiusto. Lo spettacolo delle nostre vite inutilmente faticose, delle aspettative tradite, delle fughe all’estero per cercare opportunità e garanzie che in Italia non esistono, non è più tollerabile. Come non sono più tollerabili i privilegi e le disuguaglianze che rendono impossibile la liberazione delle tante potenzialità represse.

Non è più tempo solo di resistere, ma di passare all’azione, un’azione comune, perché ormai si è infranta l’illusione della salvezza individuale. Per raccontare chi siamo e non essere raccontati, per vivere e non sopravvivere, per stare insieme e non da soli.

Vogliamo tutto un altro paese. Non più schiavo di rendite, raccomandazioni e clientele. Pretendiamo un paese che permetta a tutti di studiare, di lavorare, di inventare. Che investa sulla ricerca, che valorizzi i nostri talenti e la nostra motivazione, che sostenga economicamente chi perde il lavoro, chi lo cerca e chi non lo trova, chi vuole scommettere su idee nuove e ambiziose, chi vuole formarsi in autonomia. Vogliamo un paese che entri davvero in Europa.

Siamo stanchi di questa vita insostenibile, ma scegliamo di restare. Questo grido è un appello a tutti a scendere in piazza: a chi ha lavori precari o sottopagati, a chi non riesce a pagare l’affitto, a chi è stanco di chiedere soldi ai genitori, a chi chiede un mutuo e non glielo danno, a chi il lavoro non lo trova e a chi passa da uno stage all’altro, alle studentesse e agli studenti che hanno scosso l’Italia, a chi studia e a chi non lo può fare, a tutti coloro che la precarietà non la vivono in prima persona e a quelli che la “pagano” ai loro figli. Lo chiediamo a tutti quelli che hanno intenzione di riprendersi questo tempo, di scommettere sul presente ancor prima che sul futuro, e che hanno intenzione di farlo adesso.

tutt* in piazza il 9 aprile.

aderisci anche tu!

torino e la sua storia

Carlo Greppi, dottorando di storia contemporanea e curatore della mostra “Fare gli Italiani”, a proposito del tema della memoria e dell’uso della storia per costruire un presente e un futuro migliori:
“Il modo in cui formuliamo o rappresentiamo il passato forma la nostra comprensione e il nostro- sguardo sul presente” [Edward W. Said]
Una città che non conosce la propria storia è una città ferma, incapace di muoversi con competenza e coraggio verso il proprio futuro. Essere cittadini di Torino deve significare anche sapersi muovere tra le righe del nostro passato, comprenderne la complessità. Capirlo.
La nostra città è un bacino inestinguibile di “luoghi della memoria” che vanno curati, visitati, compresi. Luoghi che non sono relitti immobili, ma mattoni pulsanti di umanità, luoghi che ci ricordano le vicende di uomini e donne che hanno calpestato le nostre strade, che hanno vissuto la nostra città prima di noi, che l’hanno amata, che talvolta l’hanno difesa. Pensiamo ai torinesi braccati durante l’occupazione nazista, pensiamo alle fucilazioni del Martinetto, pensiamo alle carceri “Nuove”. Ricordiamoci il carico di insegnamenti che la vicenda della deportazione verso i Lager nazisti porta con sé, ricordiamo le vite stroncate ad Auschwitz, a Mauthausen. È il cuore di una Storia che ha visto la nostra città protagonista, è un momento del quale oggi ricordiamo i grandi gesti di generosità e le avidità, il coraggio e la viltà. L’indifferenza. È un momento che cela limpidi significati necessari ad ogni città perché trovi sé stessa, perché dia forma alla propria identità collettiva in continuo mutamento.
Torino ha bisogno di percorsi di cittadinanza attiva, di percorsi di conoscenza che sappiano essere coinvolgenti ed evocativi, percorsi che siano lontani dagli sterili riti della memoria collettiva e che al contrario rendano i cittadini, in particolare i giovani, partecipi e attenti alla realtà che li circonda. L’amministrazione cittadina deve poter contare sul mondo dell’associazionismo, sul teatro, sulle più diverse forme di intrattenimento culturale, deve saper promuovere e indirizzare questi percorsi, sostenendo progetti che siano accessibili a tutti e che diventino il laboratorio di una nuova città, eterogenea, vitale, una città con lo sguardo consapevole sul proprio futuro. Una città i cui cittadini non siano sordi, ciechi e muti, ma i primi motori del cambiamento.
“Per fare del passato la forza che ci spinge, nel presente, a sognare un futuro migliore” [Carlo Mastri, ex Presidente del Colle del Lys]

la torino che verrà: urbanistica e ambiente

Ecco le idee di Flavia Bianchi, architetto e urbanista, per uno sviluppo a 360° gradi sostenibile della nostra città:

PREMESSA
Il nesso tra scelte urbanistiche (in una città come Torino) e ambiente può essere riconosciuto con riferimento alle condizioni ambientali che si manifestano all’interno della città, oppure considerando l’influenza che la città ha sui problemi ambientali che affliggono la nostra regione, il nostro paese, il pianeta.
Con riferimento al primo aspetto (le condizioni ambientali all’interno della città), ogni scelta urbanistica dovrebbe essere valutata in relazione alle conseguenze che essa determina sotto il profilo della congestione del traffico, dell’inquinamento dell’aria, del rumore, della presenza (e della qualità) di natura tra l’edificato, del paesaggio, ossia della percezione visiva del contesto prossimo e all’orizzonte, della presenza (e della qualità) di spazi liberi ed aperti per camminare, correre, giocare, della sua accessibilità e percorribilità con mezzi pubblici e mezzi diversi dall’automobile, in primo luogo le biciclette…
Con riferimento al secondo aspetto (l’apporto della città ai problemi ambientali del contesto prossimo e lontano), ogni scelta urbanistica dovrebbe essere valutata in relazione alle quantità e qualità del suolo su cui insiste, al traffico che induce, ai consumi e alle emissioni che esso determina, all’influenza sull’assetto idrogeologico, ai consumi e alle emissioni per produrre, riscaldare (e/o refrigerare) e gestire gli edifici, alla quantità e tipologia dei rifiuti che gli insediamenti genereranno…
Le scelte urbanistiche, che si intrecciano con le condizioni ambientali interne ed esterne alla città, sono, al tempo stesso, fortemente interrelate con le condizioni sociali della città medesima dal momento che sono finalizzate a realizzare spazi per le abitazioni e le attività economiche, nonché per le attrezzature di servizio per chi abita o lavora o fruisce delle attività.
QUALCHE INDICAZIONE PER UN PROGRAMMA DI GOVERNO DELLA CITTA’
Tenendo conto di quanto sinteticamente richiamato in premessa sono indicati alcuni assi da sviluppare in sede di definizione di un programma di governo della città.
Il piano regolatore di Torino fu elaborato nel decennio compreso tra il 1985 e il 1994 ed approvato nel 1995. Da allora si sono realizzati molti interventi con oltre 250 varianti urbanistiche: è necessario a questo punto revisionare il PRG (piano regolatore generale) sulla base di un approfondito bilancio delle trasformazioni effettuate e della dotazione, in termini quantitativi e qualitativi, di spazi a disposizione per le diverse attività e per i servizi.
Revisione del PRG secondo i seguenti criteri:
Le scelte urbanistiche, volte alla trasformazione di parti di Torino, dovrebbero essere effettuate in relazione a quel che accade nel contesto metropolitano, provinciale e regionale ed in collaborazione con i diversi enti di governo: solo a questa scala Torino può evidenziare la necessità di interrompere, o comunque frenare, la dispersione degli insediamenti a scala provinciale e regionale, dispersione che ha determinato negli ultimi anni l’accentuarsi del drammatico fenomeno del consumo di suolo (risorsa scarsa e non riproducibile) e l’incremento dell’uso del mezzo individuale, accentuando la congestione e l’inquinamento atmosferico verso la città.
Anche le scelte sulle infrastrutture per la mobilità dovrebbero essere effettuate in collaborazione con i comuni limitrofi, la Provincia e la Regione, con l’obbiettivo anche di alleggerire la pressione di traffico veicolare di ingresso in Torino, creando punti di attestamento nelle parti esterne e in quelle periferiche della città ed organizzando un sistema di trasporto pubblico in grado di favorire il trasferimento dal mezzo privato ed individuale. Al riguardo Radicioni ha ricordato che sarebbe utile riprendere le indicazioni di un ordine del giorno del Consiglio Comunale di Torino del 1998, in cui si esprimeva la volontà di predisporre un progetto per la formazione della “dorsale di interscambio” nel settore ovest della città lungo i corsi Botticelli, Grosseto, Potenza, Lecce, Trapani, Siracusa, Cosenza e Giambone, con funzioni di asse distributore attrezzato rispetto ai flussi di traffico privato diretti verso il centro della città, dotato di parcheggi di interscambio da mezzo individuale a mezzo collettivo.
Le trasformazioni urbanistiche dovrebbero essere volte a localizzare le attività di livello elevato (il terziario più qualificato) nei quartieri periferici onde favorirne la riqualificazione e realizzare una città policentrica, i cui quartieri siano, quindi, caratterizzati da un’offerta articolata di servizi ed opportunità per gli abitanti.
Nelle aree di trasformazione urbanistica, la previsione di abitazioni, spazi per il commercio, spazi per il terziario e la produzione dovrebbero essere dimensionati, da un lato, in relazione ad una approfondita analisi circa l’effettiva necessità di tali spazi, dall’altro, tenendo conto della dotazione di servizi esistente e realizzabile contestualmente alla costruzione dei nuovi insediamenti. Servizi quali scuole, attrezzature di interesse sociale, giardini, così come strade, parcheggi, percorsi ciclopedonali, dovrebbero, da un lato, essere presenti e funzionanti nel momento in cui si insediano gli abitanti e le attività, dall’altro progettati e realizzati in quantità commisurata alla dimensione dei nuovi insediamenti, nonché adeguatamente correlati ed integrati a quelli presenti nel resto del quartiere; nei casi in cui nel resto del quartiere vi sia una carenza di servizi, una quota almeno di tale fabbisogno deve essere risolto proprio nelle aree di trasformazione urbanistica. Diversamente da quanto è accaduto negli ultimi anni nella nostra città.
Il sistema degli spazi verdi, con piante, prati e spazi aperti, dovrebbe essere consolidato e ampliato in modo tale da irrorare tutta la città, i quartieri storici e quelli di più recente formazione, per elevare la qualità ambientale (ossia la qualità dell’aria e del suolo e favorire la biodiversità), la bellezza del paesaggio urbano e le opportunità di incontro e gioco. Il sistema del verde deve essere completato in funzione anche dell’implementazione della rete di percorsi ciclabili nella città e deve essere collegato con i grandi parchi esistenti ed in progetto nell’area torinese.
E’ necessario individuare specifici interventi nel settore delle abitazioni a basso costo, coerenti con i fabbisogni emergenti. Il che significa, da un lato, favorire e progettare da parte del Comune interventi di risanamento in ampi settori della città, fino al rinnovo urbano, nei luoghi di degrado o di inadeguatezza sia degli edifici che delle condizioni ambientali. Questa scelta richiede ovviamente l’impiego di risorse pubbliche, al fine di impedire che, attraverso i costi di risanamento, in ogni caso elevati, si dia luogo all’espulsione degli strati sociali più deboli – famiglie ed attività. È necessario quindi richiamare la Regione e lo Stato alle proprie responsabilità affinché siano messe a disposizione della città le risorse necessarie.
La riqualificazione urbana ed edilizia dovrebbe essere progettata e realizzata in modo tale da conseguire significativi risultati sotto il profilo dell’efficienza energetica degli edifici e delle infrastrutture e dell’impiego delle fonti rinnovabili, ad integrazione dell’estensione del teleriscaldamento.